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In questo Granel di sabbia, il qual terra ha nome

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. IL "TESTAMENTO" DI GIACOMO LEOPARDI - a cura di Federico La Sala

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19).
venerdì 27 settembre 2019 di Maria Paola Falchinelli
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana,
fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” (...)

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> E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19). LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. --- MEDITARE, CIOÈ MEDICARE. Già Leopardi traccia un parallelo tra i due verbi

lunedì 15 settembre 2008

Già Leopardi traccia un parallelo tra i due verbi: chi non vede che l’esame dell’anima è analogo a quello del corpo?

MEDITARE, CIOÈ MEDICARE. L’ARTE DI CURARSI COL PENSIERO

Un convegno a Roma per riappropriarsi dell’antica pratica che è stata lasciata alla malinconia della psicoanalisi

di Carlo Ossola*

Tra le pagine più belle e profonde che il Leopardi abbia affidato al suo Zibaldone sono quelle ch’egli consacra alla etimologia e alla prossimità tra medeor ( « medicare » , « curare « ) e meditor, « meditare » : « Da medeor dunque, che poi passò a significare specialmente e unicamente il medicare [...], ma che da principio significò generalmente curo, curam gero, consulo; da medeor dico io che [...] fu fatto il verbo meditor. [...] Chi non vede che l’esercitare e il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura? » ( 5 settembre 1823).

Queste osservazioni sono venute a concludere la bella giornata di studi che Benedetta Papasogli, con un eletto gruppo di studiosi francesi, belgi e italiani, ha dedicato venerdì sera in Roma, Università Lumssa, alle Meditazioni sacre, meditazioni profane. Lo stesso gruppo di studiosi aveva già allestito un ricco e affascinante volume monografico della « Rivista di Storia e Letteratura Religiosa » ( Firenze, Olschki, 2005) incentrato sulla Meditazione nella prima età moderna.

Medicare, meditare: prender cura, prendersi la cura di sé sino alla propria intima exercitatio. Il dialogo con noi stessi è la nostra prima cura: scriveva Guigo il Certosino, evocato dalla Papasogli: « La meditazione è l’investigazione accurata di una verità nascosta, con l’aiuto della ragione » ; esame clinico del corpo e scrutinio dell’anima partono dalle stesse procedure.

Riccardo di San Vittore è ancor più « medico » nel suo meditare: « La meditazione è il pensiero assiduo e riflessivo che cerca con prudenza di conoscere la causa, l’origine, la maniera d’essere e l’utilità di una cosa » . Questa medicina dell’anima che è la meditazione, è stata nei secoli talvolta congiunta e talvolta disgiunta dalla « contemplazione » .

Chi ha visto nella contemplazione il frutto di un amore che discende, in primis, dalla Grazia, ha spesso preferito non mescolarvi, neppure come propedeutica, l’attività del medico che prende cura di sé. Fénélon, ad esempio, nella sua Explication des maximes des saints - osserva ancora Benedetta Papasogli - detta « una asserzione severa: ’ Non si passa insensibilmente dalla meditazione - ove si esercitano atti metodici e discorsivi - alla contemplazione, i cui atti sono semplici e diretti, se non nella misura in cui si passi dall’amore interessato a quello disinteressato’ » .

Non basta conoscersi e curarsi attraverso la meditazione, se non si cede il passo all’irruzione dell’Amore. Ma anche, all’opposto: l’aver troppo allontanato meditazione e contemplazione ha finito per lasciare la prima quale territorio esclusivo dei « medici » della psiche, specie nel Novecento, da Freud a Lacan. La « medicazione » di sé è divenuto dialogo « deferito » ad altri, trasferito, senza guarigione, pieno di nostalgia dell’infanzia: infinita malinconia della psicoanalisi.

E per l’opposto il « puro amore » della contemplazione, esaltato dai mistici, ha acuito un territorio di eccezione, e di attesa, ove l’attività umana deve annichilirsi, auscultando il brusìo, a venire, dello Sposo dell’anima. In questo tempo che riduce ed eccita a fasci laser di discoteca le Illuminations del XVIII e XIX secolo, forse giova tornare all’antica, quotidiana, meditazione di tanti « orologi ascetici » : « La via spirituale altro non è che una catena di buoni esercizi, dal mattino alla sera, e dalla sera al mattino » (cardinale Bona, citato da Marco Maggi). Meditare è la continuità del somministrare a sé la miglior medicina: l’esercizio dell’anima.

* Avvenire, 14.09.2008.


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