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In questo Granel di sabbia, il qual terra ha nome

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. IL "TESTAMENTO" DI GIACOMO LEOPARDI - a cura di Federico La Sala

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19).
venerdì 27 settembre 2019 di Maria Paola Falchinelli
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana,
fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” (...)

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> E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19). --- Giacomo Leopardi che gran pensatore (di di Gaspare Polizzi). Il fascino infinito della luna gigante (di A. Torno) .

lunedì 14 luglio 2014

Giacomo Leopardi che gran pensatore In uscita due libri che ci parlano di religione e di desiderio Da sempre c’è chi vede lo scrittore credente e cristiano e chi invece ne fa un ateo

di Gaspare Polizzi (l’Unità, 14.07.2014)

LEOPARDI È TRA I POCHI GRANDI DELLA CULTURA A NON AVER BISOGNO DI SCADENZE CELEBRATIVE. Escono ora due libri che gettano nuova luce sul suo pensiero - L’ordine dei fati e altri argomenti della «religione» di Leopardi di Rolando Damiani (Longo, Ravenna) e Desiderio e assuefazione. Studio sul pensiero di Leopardi di Alessandra Aloisi (ETS, Pisa) -, riaffermando ciò che i suoi amici, a partire da Pietro Giordani, ben sapevano: Leopardi fu un grande pensatore.

A mio avviso è il maggiore pensatore italiano dell’800 e tra i maggiori in Italia. Lo testimonia ora anche il suo inserimento canonico nel primo volume dell’Ottava appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Il contributo italiano alla storia del pensiero, dedicato alla filosofia e curato da Michele Ciliberto. Damiani, ordinario di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari di Venezia, è un leopardista tra i maggiori: ha curato, tra l’altro, le Prose, lo Zibaldone e le Lettere per i Meridiani Mondadori, un Album Leopardi e la biografia All’apparir del vero, tradotta nel 2012 in Francia da Allia.

In questo volume si cimenta su un tema squisitamente filosofico, e teologico, molto controverso: la riflessione leopardiana sulla religione. Ben nota la divaricazione delle interpretazioni: da chi vede Leopardi sempre, anche se tormentatamente, credente e cristiano, a chi ne fa un ateo esplicito e conseguente. Ogni polarizzazione porta con sé una semplificazione, pericolosa per intendere un pensatore «in movimento» quale fu sempre Leopardi, e spesso non in movimento lineare e “progressivo”.

È indiscutibile la profondità e l’ampiezza degli studi teologici del giovane Leopardi, destinato a una carriera ecclesiastica. Studi che una mente così ampia non poté e non volle dimenticare: «Leopardi - ben sottolinea Damiani - non disperde nulla della propria storia conoscitiva e sentimentale e anche religiosa, ma piuttosto la trasvaluta». Lungo i sei capitoli della sua finissima esegesi Damiani segue l’impronta filosofica e teologica di un inesaurito confronto con il Cristianesimo, nel segno di un’espressione raccolta nella Storia del genere umano, Operetta preliminare che tocca da vicino la questione dell’«enigma della forza ordinatrice del cosmo»: «“l’ordine dei fati” è locuzione allusiva dell’aldilà del nome e del logos, dell’antecedente all’arché precluso agli uomini e al quale gli stessi Dei sono subordinati ».

A ragione Damiani riconosce in tale questione un assillo che trapassa in tante pagine dello Zibaldone, si esprime in noti esercizi poetici come Ad Arimane, e diviene tema filosofico soprattutto nelle Operette: nella citata Storia e in altre due tra le più dense, quali il Cantico del gallo silvestre e il Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco. L’ordine dei fati trascende il volere degli Dei e appare inesorabile per lo stesso Giove. Si tratta di quel Dio del male che Leopardi disvela, seguendo Teofrasto e poi Stratone, identificando il male con l’ordine delle cose, mistero «mirabile e spaventoso », esprimibile in una teologia apofatica, che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, ovvero a quella antiteodicea descritta da Patrizia Girolami (L’antiteodicea. Dio, dei, religione nello «Zibaldone» di Giacomo Leopardi, Olschki, Firenze 1995). Nella complessità della riflessione leopardiana sul divino l’antiteodicea non smentisce tuttavia, a mio avviso, la profondità conseguente dell’approdo materialistico e ateistico della sua riflessione.

Alessandra Aloisi raccoglie nel suo primo libro leopardiano i risultati di un dottorato di ricerca in Filosofia all’Università di Pisa e di una frequentazione con Leopardi che si è avvalsa della collaborazione con un altro grande leopardista, Antonio Prete. Aloisi ha pubblicato con Prete l’antologia Il gallo silvestre e altri animali (Manni, Lecce 2010), innovativa per il focus sull’animalismo leopardiano, presente in forme interessanti anche in questo volume.

Il libro rivendica una sistematicità del pensiero leopardiano, che ruoterebbe intorno ai due concetti “metafisici” di desiderio e di assuefazione, «gli unici due a partire dai quali fosse lecito tentare una ricostruzione quanto più possibile complessiva del pensiero filosofico leopardiano».

Affermazione impegnativa, ampiamente sostanziata nei cinque capitoli del volume in un largo ventaglio di aspetti psicologici, sociologici, ontologici ed estetici. Aloisi vede la sistematicità leopardiana in forma aperta e problematica, più nelle domande filosofiche che ritornano che non nella chiusura teoretica di un sistema di risposte. Ricordo che sulla sistematicità del pensiero leopardiano, fortemente contestata nella tradizione neo-idealistica italiana (in particolare da Benedetto Croce), si è misurato di recente, con una visione viceversa “forte” e unitaria di stampo dialettico, Fabio Vander in Il sistema-Leopardi. Teoria e critica della modernità (Mimesis, Milano-Udine 2012).

Aloisi intreccia la sua ricostruzione di «una vera e propria teoria del desiderio e del suo rapporto con la realtà e l’immaginazione» con la tradizione filosofica moderna del 600 e del 700, da Spinoza a Pietro Verri, da Pascal a Condillac, da Locke a D’Holbach, da Montaigne a Rousseau.

Un rilievo significativo acquista l’uso di categorie filosofiche del 900, desunte da Bergson e soprattutto da Gilles Deleuze, che permettono ad Aloisi, in un esercizio difficile, di confrontarsi con un’elevata varietà di interpretazioni e di applicare la teoria dell’arte di Deleuze, producendo una lettura originale del pensiero leopardiano, in efficace interazione con lo spinozismo.

A mio avviso, la limitazione della trattazione ai concetti di desiderio e assuefazione è sì funzionale alla ricostruzione di una filosofia morale e di un’estetica, in altri termini della ricognizione leopardiana sulla natura umana, ma non tiene in adeguato conto il nesso che Leopardi stabilisce, fin dai suoi studi giovanili, tra la visione della natura, cosmica, chimica, biologica, e l’indagine sul problema del desiderio e sull’esistenza o meno di una felicità per gli uomini e per gli animali.

I due libri vanno accolti come due contributi significativi a quella rivalutazione della filosofia leopardiana che è ancora lontana dall’essere univocamente riconosciuta.


-  Il fascino infinito della luna gigante
-  Leopardi studiò astronomia e se ne innamorò

di Armando Torno (Corriere della Sera, 14.07.2014)

La luna attira. Non fece in tempo ad accorgersene Beethoven perché il nome della composizione per pianoforte numero 14 in Do diesis minore, da lui chiamata Sonata. Quasi una fantasia , diventò Al chiaro di luna dopo la sua morte. Fu Ludwig Rellstab negli anni ’30 dell’Ottocento a denominarla in tal modo, scorgendo nell’Adagio sostenuto di apertura un idilliaco panorama notturno addolcito da luce lunare.

D’altra parte, Giacomo Leopardi in quegli anni si innamorò dell’astro. Nel Canto notturno le pone domande: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?»; nei versi ad essa titolati la chiama in causa quale testimone esistenziale: «O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari». Ne La sera del dì di festa la descrive, anzi la dipinge: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna».

Leopardi era arrivato ad amarla dopo averne studiato interpretazioni e calcoli, esaminato Galileo e le teorie delle maree in un’opera giovanile: la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (ora ripubblicata da La Vita Felice, ché Mondadori l’ha esclusa dai «Meridiani» con poesie e prose). Impossibile riprendere tutte le sue citazioni ma, come dirà Thomas Mann in Nobiltà dello spirito , la luna è emblema dell’arte: entrambe consentono un abbraccio tra mondo materiale e spirituale; rivolgere lo sguardo alla luna significa elevarsi nel cosmo senza dimenticare la terra.

D’altra parte, nel 1657 Cyrano de Bergerac aveva pubblicato un ardito romanzo dal titolo L’altro mondo o Gli Stati e gli Imperi della Luna , nel quale espose teorie filosofiche e scientifiche allora non gradite ai benpensanti, quali l’eternità e infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi et similia .

Il francese era già stato anticipato da Ariosto. «Tutta la sfera varcano del fuoco,/ et indi vanno al regno della luna»: con questi versi inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso , in cui il paladino Astolfo è condotto sulla luna da Giovanni evangelista per recuperare il senno di Orlando, smarritosi per amore.

D’Annunzio nell’Alcyone scioglierà un’immagine alla «Nascente luna, in cielo esigua come/ il sopracciglio della giovinetta», mentre Samuel Beckett in Molloy perderà la pazienza: «Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema, la luna. Dev’essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere». Supererà il suo romanticismo Alfred de Musset, nella Ballata alla luna : «C’était dans la nuit brune,/ sur le clocher jauni,/ la lune/ comme un point sur un i» («Era nella notte bruna/ sul campanile ingiallito/ la luna/ come un punto su una i». Un’altra immagine giunge da Sergej Esenin che troverà anche il tempo di innamorarsi di Isadora Duncan, ma ne L’acero antico non si scorderà di lasciare un simbolo: «La luna, rana d’oro del cielo».

Tra i malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c’erano dei lunatici (Matteo 4,24): così allora erano detti i colpiti da epilessia, attribuita a influssi lunari. Presso i babilonesi l’astro prendeva la forma di uomo ed era il dio Sin (qualcuno lo vedrà nell’etimo del Sinai); maschile resterà anche in Egitto, dove sarà il dio Thout, detto anche Chonsu: a lui verrà attribuita l’arte della scrittura e la sapienza, per questo i Greci lo identificheranno con Ermete. Già, i Greci: finalmente la luna diventa donna. È Selene.


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