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In questo Granel di sabbia, il qual terra ha nome

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. IL "TESTAMENTO" DI GIACOMO LEOPARDI - a cura di Federico La Sala

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19).
venerdì 27 settembre 2019 di Maria Paola Falchinelli
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana,
fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” (...)

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> E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19). LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. --- Leopardi e il canto dell’addio... È ancora possibile il saluto nell’età del nichilismo? (di Francesco Tomatis)

domenica 18 gennaio 2009

Folin e il dolore di Leopardi nei canti dell’addio

di FRANCESCO TOMATIS (Avvenire, 17.01.2008)

È ancora possibile il saluto nell’età del nichilismo? Questo interrogativo viene posto da Alberto Folin, docente di Scritture e poetiche all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in un suo recente libro attraverso approfondite e suggestive letture di Giacomo Leopardi, autore a cui ha dedicato nel corso del tempo ampia parte dei suoi studi e scritti ( ricordiamo Leopardi e la notte chiara, 1994, e Pensare per affetti: Leopardi, la natura, l’immagine, 1996, come l’ultimo pubblicati da Marsilio).

Nel volume Leopardi e il canto dell’addio, Alberto Folin ricorda come la parola ’ saluto’ ricordi in sé la stessa tradizione cristiana, poi consacrata letterariamente nella poesia romanza. Infatti salutare qualcuno significa augurargli la salute, sperare nella sua salvezza dal nulla. Di più ancora, nel saluto estremo, quello dell’addio, ci si rimette alla fede in un comune destino, affidandosi alla resurrezione che vedrà dunque escatologicamente tutti affiancati e vicini accanto a Dio, amici diversi ugualmente fratelli presso il Padre.

Salutare comporta allora il riconoscimento della fragilità della nostra vita mortale, dell’amicizia fra persone e persino dell’amore più intenso e puro, tuttavia nella speranza dell’indissolubilità dell’unione spirituale, attraverso la fede nella resurrezione di tutti i corpi mortali accomunati uno ad uno e simultaneamente assieme in Dio. Ma oggigiorno, allora, è ancora possibile saluto vero?

Risuona tale interrogativo già, e quanto profondamente, in Giacomo Leopardi. Secondo Alberto Folin il poeta recanatese risulta ancora una volta cruciale nella comprensione non di sola superficie della modernità, la quale dall’illuminismo al nichilismo desertifica la fonte di salvezza e di saluto, decretando la ’ morte di Dio’ e l’impossibilità di sperare oltre la mortalità.

Facendosi canto, il dire leopardiano rinuncia alla piena comunicazione, eppure proprio per questo tanto più riesce a testimoniare del dolore umano, creaturale in genere, serbandolo e salvandolo ad un infinito imponderabile eppure imprescindibile.

Come l’usignolo virgiliano canta il lamento per i suoi piccoli perduti adagiato su di un ramo - suggerisce con fine filologia Alberto Folin -, così Giacomo Leopardi solleva i suoi Canti, il suo vero e proprio ’ canto dell’addio’, che rinunciando anticipatamente a qualsiasi risposta certa, grida di gioia e dolore assieme la propria condizione mortale, testimoniandone la fragilità e serbandone di fronte all’infinito la umile ricchezza.

Alberto Folin

Leopardi e il canto dell’addio

Marsilio

Pagine 216, Euro 22.00


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