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In questo Granel di sabbia, il qual terra ha nome

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. IL "TESTAMENTO" DI GIACOMO LEOPARDI - a cura di Federico La Sala

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Gv.: III, 19).
venerdì 27 settembre 2019 di Maria Paola Falchinelli
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana,
fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” (...)

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> LA GINESTRA --- Il vulcano Eyjafjalla ha ripreso ad eruttare ... siamo indotti a riflettere leopardianamente sulla precarietà delle «umane sorti e progressive», a rinnovare e rinforzare il patto di solidarietà nei confronti dell’«umana compagnia» (di Lorenzo Mondo - Natura violenta e violentata)

domenica 9 maggio 2010

Natura violenta e violentata

di LORENZO MONDO (La Stampa, /5/2010)

Il vulcano Eyjafjalla ha ripreso ad eruttare la sua nube di cenere in modo intenso e minaccioso. Già ci ha fatto assistere a un evento inaudito, quasi a una grandiosa simulazione di crisi: ha costretto cioè le nazioni d’Europa a sospendere per alcuni giorni il volo degli aerei, rimettendosi all’uso di treni e automobili. I disagi delle persone rimaste a terra e le gravi perdite economiche delle compagnie aeree hanno distratto dalla portata simbolica dell’avvenimento. Infatti è sembrato quasi un avvertimento, emesso da una esigua porzione di terra, impastata di ghiaccio e di fuoco, agli uomini che hanno orgogliosamente colonizzato il cielo. Si pensa a cosa potrebbe accadere nel consorzio civile se il fenomeno si estendesse per un maligno complotto di bocche vulcaniche, che aggiungesse nuovi disastri ai più consueti, devastanti terremoti o nubifragi.

Senza indulgere a visioni apocalittiche, siamo indotti a riflettere leopardianamente sulla precarietà delle «umane sorti e progressive», a rinnovare e rinforzare il patto di solidarietà nei confronti dell’«umana compagnia». Non altro ci è dato, apprestando i possibili ripari, contro una natura che sa rivelarsi matrigna. Ma un altro evento, verificatosi a breve distanza di tempo, colpisce a contrasto la nostra immaginazione. Nel Golfo del Messico è il fondo del mare, violato sconsideratamente dalle trivelle dell’uomo, che erutta petrolio. L’untuosa marea nera semina inquinamento e distruzione lungo le coste d’America, nel paradiso naturale costituito dal delta del Mississippi. Muoiono i delfini e i pellicani, gli alligatori e le tartarughe, si disperano le genti rivierasche private delle loro risorse ittiche e turistiche. Sembrerebbe che basti e avanzi l’imponderabile, senza che l’uomo ci metta del suo venendo meno, per avidità e tecnologica presunzione, a ogni senso del limite.

I responsabili dell’immane sciagura promettono di risarcire il danno, ma si tratta di un’altra manifestazione di tracotanza perché il male, già difficilmente quantificabile in termini finanziari, non può restituire alla vita ciò che è andato irrimediabilmente perduto. Là dove la natura mostra il suo volto innocente e benigno, provvede l’uomo a sfigurarla e, si direbbe, a provocarla.


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