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"Le passage du Nord-Ouest" (M. Serres, 1980)."Pietà per il mondo, venga il nuovo sapere"(M. Serres, Distacco, 1986).

MICHEL SERRES: L’ART DES PONTS. HOMO PONTIFEX. Intervista di Louis De Courcy e Guillaume Goubert. Una forte sollecitazione ad uscire dal "neolitico" e, ripartendo dal nostro presente storico, a ri-attivare l’umana (di tutti e di tutte!!!) capacità di "gettare ponti" e a riprendere il cammino "eu-ropeuo"!!! - a cura di Federico La Sala

giovedì 22 marzo 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Cosa bisognerà dunque inventare per uscire dal vicolo cieco della fame nel mondo, della guerra e delle minacce nucleari e di ogni tipo?
«Data la situazione, bisogna reinventare la scienza politica, la filosofia, insomma l’umanità. Tutto va rivisto perché le condizioni in cui viviamo sono totalmente nuove». [...]
LE "REGOLE DEL GIOCO" DELL’OCCIDENTE E IL DIVENIRE ACCOGLIENTE DELLA MENTE.
IL MONDO COME SCUOLA, LA FACOLTA’ DI GIUDIZIO, LA CREATIVITA’, I NATIVI DIGITALI, E L’ATTIVISMO (...)

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> L’ART DES PONTS. HOMO PONTIFEX. Louis De Courcy e Guillaume Goubert intervistano Michel Serres. Una forte sollecitazione ad uscire dal "neolitico" e, ripartendo dal nostro presente storico, a ri-attivare l’umana (di tutti e di tutte!!!) capacità di "gettare ponti" e a riprendere il cammino!!! - a cura di pfls

venerdì 23 marzo 2007

Oggi si parla di una battaglia tra questa cultura globale, globalizzata e mercantile, e la cultura locale, nell’accezione antropologica del termine. Chiudere le frontiere per resistere all’invasione della cultura globalizzata sarebbe il modo più assurdo di porre il problema: in questa ottica saremmo condannati a dover scegliere tra Disneyland e gli ayatollah.

Viviamo una notevole trasformazione del soggetto cognitivo, della scienza obiettiva e della cultura collettiva. È questa trasformazione che mi fa rimpiangere sul serio di non avere diciotto anni! ( Michel Serres, 2001).


Tra Disneyland e gli ayatollah

La gioiosa macchina della cultura

Non ci sarà scontro tra cultura globalizzata e cultura locale. Questa è la convinzione che Michel Serres ha espresso durante i «Colloqui del XXI secolo» organizzati dall’Unesco. Basando la sua analisi sulla storia delle tecnologie e dei loro rapporti con le società umane, il filosofo francese sostiene che lo spazio culturale si è sempre nutrito di relazioni di contiguità e di confronti con gli altri. E lo sviluppo delle reti informatiche non cambia certo le cose.

di MICHEL SERRES *

Le «nuove» tecnologie sono più antiche di quanto in genere si pensi. Esistono due tipi di tecnologie che la parola, di origine inglese, non permette di distinguere: le tecniche - cioè l’insieme degli strumenti - che utilizziamo su scala antropica (dallo schiaccianoci alla bomba atomica) e le tecniche a carattere propriamente informatico, per le quali per esempio nella lingua francese non esiste un termine specifico. La parola inglese «tecnologia» (technology), abbracciando entrambe queste nozioni, ci dà l’illusione di un’evoluzione lineare nel passaggio dalle tecniche «dure» alle tecnologie «dolci» che oggi ci circondano. Non è così (1).

Le tecnologie dolci hanno sempre accompagnato la storia dell’uomo. Sono state decisive anche nel suo processo evolutivo: l’invenzione della scrittura, per esempio, è una tecnica che attiene all’attività dell’informazione (o alle «energie dolci»), così come l’invenzione della stampa. Non è affatto strano, quindi, che le tecnologie dolci sfruttino il «dolce» e le tecnologie dure il «duro». Come ha ricordato Jeremy Rifkin, nell’economia tradizionale le tecnologie relative alle energie dure usavano le energie dure.

Ma le tecnologie dolci esistevano già e avevano già scoperto «l’età dell’accesso». Non dobbiamo dimenticare, infatti, che anche se abbiamo imparato a scrivere le lingue che ci sono familiari, delle mille esistenti nel mondo, oltre 950 sopravvivono ancora solo grazie alla trasmissione orale. I popoli che le parlano non hanno avuto accesso alla scrittura. Peraltro, fin dall’invenzione della stampa, l’accesso alla lettura, alla scrittura e alle biblioteche riguardava già le energie dolci. Non si tratta quindi di un’evoluzione lineare della storia che condurrebbe dalle tecnologie dure a quelle dolci. Si evidenziano, al contrario, due storie: quella delle energie dolci da un lato e quella delle energie dure dall’altro.

Peccato di simonia. Le tecnologie dolci, che sfruttano il dolce e, di fatto, la cultura, sono in piena ascesa. Nella tradizione europea, però, è in atto un processo di riflessione sulla mercificazione della cultura a partire da un concetto di diritto canonico: il peccato di simonia. Questa nozione deriva dagli Atti degli apostoli e fa riferimento a Simon Mago che vendeva oggetti o atti sacri. Gli uomini colti avevano così iniziato a considerare «simoniaco» chi vendeva cultura. Per molto tempo, proprio l’ideologia simoniaca ci ha protetto dalla mercificazione del sapere. Recentemente, tuttavia, ho costatato con brutalità, vedendo la mia immagine utilizzata per una pubblicità televisiva contro la mia volontà, che questo senso di protezione era solo un’illusione.

Un atto, contrario alle mie convinzioni, la cui esatta definizione potrebbe essere simoniaco! In un contesto di grandi cambiamenti come quello attuale, dobbiamo calcolare in modo esatto cosa guadagniamo e cosa perdiamo. Rischiamo forse di perdere la cultura? È bene fare due esempi.

Di generazione in generazione, la memoria si affievolisce perché, abbandonando la tradizione orale per quella scritta, ricorriamo sempre meno a quella particolare capacità cognitiva. In effetti, contrariamente a quanto si pensa, la tradizione orale risulterebbe più solida di quella scritta. Nella nostra cultura si ritiene che la memoria sia soggettiva, una «facoltà dell’anima» strettamente individuale. Nessuno ha identificato la sede della memoria nel corpo umano. Propongo una visione diversa: da quando è stata inventata la scrittura, la memoria si è liberata di un peso e la scrittura è diventata un oggetto. Prima della stampa, infatti, un uomo colto che desiderasse conoscere Omero o Plutarco doveva impararne i testi a memoria. La stampa ha eliminato questa necessità e di conseguenza alleggerisce la memoria.

Il che spiega appieno l’espressione di Montaigne: «Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena». La scrittura è stata inventata e noi abbiamo perso la memoria. La memoria è diventata collettiva e obiettiva, mentre la credevamo soggettiva e cognitiva. Questo processo è un dato costante nell’evoluzione dell’uomo. Non bisogna dunque avere paura di perdere perché, liberati dal pesante obbligo di ricordare, in realtà guadagniamo, e questa testa «ben fatta» può ornarsi di altre attività, più inventive. Le nuove tecnologie mettono a nostra disposizione tutta la memoria del mondo.

Lo storico André Leroi-Gourhan descriveva così il processo evolutivo: quando l’uomo per camminare assunse la posizione eretta liberò gli arti anteriori dalla funzione di trasporto che avevano assolto fino ad allora. La mano poté allora sviluppare la capacità di afferrare e l’uomo divenne un Homo faber. Poiché la mano aveva conquistato questa facoltà, la bocca, che fino a quel momento aveva adempiuto alla stessa funzione, la perse. La bocca poté allora parlare... Ora, se nell’economia del processo mettiamo a confronto il guadagno della parola e la perdita della funzione di trasporto, non c’è alcun dubbio che il guadagno trascenda ampiamente la perdita. Oggi sta succedendo la stessa cosa?

In questa evoluzione, è il soggetto umano stesso, nella sua dimensione cognitiva, che cambia. Ma è sempre cambiato, via via che le tecnologie dolci evolvevano. Questo vale in particolare nel campo delle scienze.

Senza dubbio tutti ricordiamo le esercitazioni liceali: bisognava, a partire dalla sperimentazione proposta, effettuare delle misure e riportarle su un grafico, il che consentiva di ricavare una legge.

Poche sperimentazioni e pochi dati permettevano quindi di giungere a grandi risultati. Pochi dati e poche sperimentazioni furono sufficienti anche a Newton per scoprire la legge di gravità. Oggi, le tecnologie realizzano per noi le osservazioni e le misurano, automaticamente e in tempo reale, poi registrano i dati senza limiti.

A tal punto che un progetto lancia un appello agli utenti di computer di tutto il mondo per collegare quasi due milioni di macchine e poter così trattare i dati. Stiamo cambiando dunque anche paradigma scientifico: la scienza attuale non ha più niente a che vedere con quella di qualche decina di anni fa.

Il termine «cultura» in origine fu inventato da Cicerone, per il quale «la filosofia è la cultura dell’anima». Questa prima definizione si inserisce in una visione umanistica che i filosofi del XVI secolo, dal canto loro, hanno ripreso dando vita alla tradizione de «l’honnête homme». Un secondo significato al termine cultura viene dalla Germania. Utilizzato per la prima volta da Kant, fu poi ripreso dal Kulturkampf (2), e designa l’insieme dei processi acquisiti in una società umana.

In questo senso, la cultura del maiale degli agricoltori della mia infanzia faceva parte della «cultura della Guascogna». Sicuramente aveva pochi tratti in comune con le ballerine dell’Opera, che meglio si iscrivono nella prima definizione di cultura. Per me, la cultura è la strada che va dal maiale all’Opera, e viceversa. In questa ottica, una persona dai gusti artistici raffinati che ignora la cultura nel senso antropologico del termine non è affatto colta, così come non lo è un antropologo che non si intenda d’arte.

Una terza definizione, più recente, è quella che individua la cultura come merce «globalizzabile». Già ora le imprese realizzano colossali profitti commercializzando oggetti culturali che fanno riferimento all’esperienza umana. Il film Titanic ripropone l’esperienza marittima universale. Vertical Limit si richiama ad un’altra esperienza universale nota a tutti, quella della montagna, anche se nei fatti si tratta di una teatralizzazione, di una realizzazione tangibile dell’esperienza proposta...

Oggi si parla di una battaglia tra questa cultura globale, globalizzata e mercantile, e la cultura locale, nell’accezione antropologica del termine. Chiudere le frontiere per resistere all’invasione della cultura globalizzata sarebbe il modo più assurdo di porre il problema: in questa ottica saremmo condannati a dover scegliere tra Disneyland e gli ayatollah.

Come si acquisisce una cultura? Prima di tutto in senso antropologico: il luogo dove siamo nati, la lingua dei nostri genitori... un certo numero di comportamenti, costumi e usi che ci vengono tramandati.

Ma è evidente che ciò non basta a rendere colta una persona. Infatti, quando la cultura è chiusa, soffoca e muore. La cultura è l’invenzione, a partire da un punto dato, di una strada che, passo dopo passo, ci accompagna in un viaggio che ci porta a scoprire prima una cultura che sentiamo vicina, poi un’altra che lo è un po’ meno, e così via.

Questo percorso da una cultura all’altra è costellato di ostacoli, e l’incontro con l’altro, che spesso è diverso da come lo immaginiamo, è difficile. A volte accostarsi alla sua lingua, alle abitudini, alle tradizioni non è facile come si pensava. Tuttavia, in questo percorso possiamo essere sedotti e scoprire costumi che ci sono estranei: che c’è di più bello dell’artigianato brasiliano o di più straordinario, sotto certi aspetti, della raffinatezza della cultura giapponese? La cultura non ha frontiere: è porosa. Mai la Francia fu così francese come nel XVII secolo, quando Molière si ispirava fortemente agli italiani, o Corneille agli spagnoli.

La battaglia annunciata tra dimensione locale e globale, cioè tra la cultura che designa l’insieme dei processi acquisiti in una società umana e la cultura diventata merce, dimostra una profonda incomprensione di cosa è lo spazio culturale. Lo spazio culturale è granuloso. È complesso, diverso per ciascuno e fatto di passaggi, ostacoli, guadi, colli, montagne invalicabili... Soprattutto, ciascuno vi traccia il suo cammino individuale, unico, vi disegna la sua mappa originale che esprime la singolarità culturale di ognuno di noi. Culture di questo tipo non rischiano niente, neppure da Internet, perché anche quello della Rete è uno spazio granuloso: non è uno spazio globale.

In realtà, anche se questi mezzi di comunicazione sono considerati universali e tali da permetterci di entrare in rapporto immediato con qualsiasi punto del mondo, l’uso che se ne fa è sorprendentemente locale! Al contrario di ciò che si pensa, infatti, il telefonino ha rafforzato i legami comunitari della famiglia. Certo, il loro uso assume anche una dimensione globale. Ma è proprio questa combinazione di utilizzazioni locali e globali di strumenti come il portatile o Internet, che fa del loro impiego uno spazio articolato, granuloso, disseminato di ostacoli e di strettoie come lo spazio culturale.

Per questo, a mio avviso, la «vera» cultura non è in pericolo. Su un punto sono tuttavia d’accordo con Jeremy Rifkin: in effetti, contrariamente a quanto pensava Marx, la cultura è l’infrastruttura. L’Europa del carbone e dell’acciaio non è stata sufficiente per costruire l’Europa, perché l’economia non è l’infrastruttura. È vero che dal Medioevo esiste una cultura europea. Se all’epoca fosse stata accettata l’idea che la cultura è l’infrastruttura, sarebbe stato sufficiente creare un’Università europea, incoraggiare lo scambio fra i giovani e costruire una cultura comune attraverso programmi educativi. Si sarebbero parlate quattro lingue, come in Svizzera, e l’Europa sarebbe ora una realtà! Ma se tentiamo di definirla veramente, la cultura a mio avviso dimostra due cose. Da un lato, si caratterizza attraverso il processo di acculturazione, cioè il «viaggio» che permette, di contatto in contatto, di incontrare l’altro. Dall’altro, è fondata su una singola decisione dell’individuo, quando stabilisce: no, non faccio parte di questa cultura. Viviamo una notevole trasformazione del soggetto cognitivo, della scienza obiettiva e della cultura collettiva. È questa trasformazione che mi fa rimpiangere sul serio di non avere diciotto anni!

note:

* Filosofo, membro dell’Académie française, autore in particolare di Hominescence, Le Pommier, Parigi, 2001 e di Retour au contrat naturel, Bibliothéque nationale de France, Parigi, 2000.

Questo testo è tratto dall’intervento fatto da Michel Serres, in risposta a quello di Jeremy Rifkin, nel quadro dei «Colloqui del XXI secolo», organizzati da Jérôme Bindé, direttore della Divisione anticipazione e studi prospettici dell’Unesco.

-  (1) Leggere Les Clés du XXIe siècle, Seuil/Editions Unesco, Parigi, 2000.
-  (2) La kulturkampft (lotta per la cultura) è il nome con cui venne indicata la battaglia condotta, dal 1870 al 1885, da Bismarck contro la chiesa cattolica.
-  (Traduzione di G. P.)

* Le Monde Diplomatique/ Il manifesto, settembre 2001.


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