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Emergenza culturale e politica...

MA COME PENSA E PARLA CARUSO?! MA COME PENSANO E PARLANO LE ISTITUZIONI?! E COME PENSANO GLI ITALIANI E LE ITALIANE?! CECITA’ E SORDITA’: ITALIA o "Forza Italia"?!! E’ LA STESSA COSA?!! IL "BUFFONE" A "BERTINOTTI", COME A "BERLUSCONI", E’ UNA FORTE DENUNCIA DEL NARCISISMO E DELLA CRISI DELLE ISTITUZIONI - non un’offesa alle persone!!! Sveglia!!! Per la difesa della Costituzione, e per il dialogo, quello vero!!! - a cura di pfls

ITALIA: Presidente, Napolitano. Forza... ITALIA: Presidente, Berlusconi.
venerdì 10 agosto 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Seppellire sotto cartelli e striscioni l’ex subcomandante non è stato facile per tutti, però. «Abbiamo discusso e valutato - racconta Dario -. E abbiamo scelto di usare l’arma dell’ironia». E c’è chi, come Aurora, ammette: «Non mi fa piacere contestare Bertinotti, ma qui non abbiamo amici o non amici. C’è soltanto chi è sulle nostre posizioni e chi non lo è». E Bertinotti in questo momento è lontano anni-luce dagli studenti dell’estrema sinistra, quelli dei collettivi e quelli della (...)

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> MA COME PENSANO LE ISTITUZIONI?! E COME PENSANO GLI ITALIANI E LE ITALIANE?! CECITA’ E SORDITA’: ITALIA o "Forza Italia"?!! E’ LA STESSA COSA?!! IL "BUFFONE" A "BERTINOTTI", COME A "BERLUSCONI", E’ UNA FORTE DENUNCIA DEL NARCISISMO E DELLA CRISI DELLE ISTITUZIONI - non un’offesa alle persone!!! Sveglia!!! Per la difesa della Costituzione, e per il dialogo!!! - a cura di pfls

venerdì 27 aprile 2007

La lezione del 25 aprile

di Gabriele Polo (il manifesto, 26.04.2007)

Che il paese sia avviato verso la riconciliazione lo può dire solo un presidente del consiglio che si trova al centro di un sistema politico sempre più indifferenziato. Che la libertà sia un dono e non una conquista lo può dire solo un sindaco di Milano che appartiene a un grande e ricca famiglia meneghina. Tra l’uno e l’altra, piazze sempre meno piene, ma non per questo più tranquille, in un avvitamento della partecipazione al ricordo della Resistenza che la riduce a celebrazione di un solo giorno l’anno. O a semplice palcoscenico per esternazioni d’occasione.

Se oggi il 25 aprile è ridotto a questo dipende dalla sua mummificazione a opera del sistema politico, dal non volerne più cogliere la lezione innovativa di una lotta di massa (pur fatta da minoranze) che non separava la cultura politica dalla condizione materiale: l’anticorpo dell’antifascismo contro l’autobiografia nazionale rappresentata dal regime mussoliniano, insieme alla ribellione contro guerra, povertà e illibertà. Quest’unione permise la nascita della repubblica e la rinascita della rappresentanza politica, nel sogno di una democrazia partecipata: niente più caste dirigenti da un lato e plebe indistinsta (muta o inutilmente rivoltosa) dall’altro: cos’altro erano quei lavoratori che uscivano da fabbriche o cantieri per salire insieme - insieme - in montagna? Questo abbiamo chiamato «politica» per decenni.

Oggi, se fatichiamo a trovare un nome alla partecipazione pubblica è perché alla grande narrazione collettiva dei ribelli di 60 anni fa non se ne è sostituita un’altra altrettanto forte e adeguata al presente. Perché non c’è uno sforzo, ad esempio, di fare i conti con la più recente autobiografia della nazione, il berlusconismo, che è entrata nelle viscere del sistema politico riducendolo ad amministrazione dell’esistente e nel corpo dell’assetto sociale frantumandolo in milioni di individualità, magari rinchiuse in piccoli feudi comunitari. Anzi. I predemocratici che intendono costituirsi in partito accettano lo stato dell’arte fino al punto di concepirsi come moderni demiurghi in grado di risolvere i tanti conflitti del presente con un semplice buon governo che rimuova l’antipolitica berlusconiana; e coloro che non si rassegnano alla gestione illuminata dell’esistente non riescono ad «essere sinistra» individuando un’agenda diversa dalla nostalgia o dal ribattere colpo su colpo all’ossessione governista della deriva centrista.

Eppure - anche a tanti anni di distanza - la Resistenza insegna che il campo d’azione non si può restringere ai ceti dirigenti (reali o presunti); altrimenti ha sì ragione Prodi che solo quelli guarda. E finisce per aver ragione persino la Moratti, la cui libertà è un «dono» del mercato, unico dio condiviso al mondo. Chiunque vorrà ridare senso e pratiche alla parola sinistra dovrà guardare all’insegnamento dei ribelli di 60 anni fa, cercare il filo di una cultura comune nelle diversità che compongono la contraddizione sociale del nostro tempo. Solo così il 25 aprile potrà ancora essere una data fondativa.


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