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Memoria dell’"Alleanza di fuoco"

A QUANDO L’AFRICA ? Joseph Ki-Zerbo (Toma, Alto Volta, 1922 - Ouagadougou, Burkina Faso, 2006). Il più grande storico dell’"Africa nera" nel ricordo di Eugenio Melandri - a cura di pfls

« La coscienza è la responsabilità. È la guida che governa il focolare incandescente dello spirito umano ».
samedi 31 mars 2007 par Maria Paola Falchinelli
[...] Un uomo che ha creduto fino in fondo all’unita’ africana. "Un proverbio burkinabe’ dice : ’i legni bruciano solo quando stanno vicini’. Noi ora siamo divisi e nessun paese da solo puo’ farcela ad uscire dalla crisi. Dobbiamo unirci per accendere il fuoco. Solo allora potremo dare un colore nuovo all’arcobaleno".
[...]
Wikipedia

EUGENIO MELANDRI RICORDA JOSEPH KI-ZERBO * (...)

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> A QUANDO L’AFRICA ? ---- « La tigre non ha la tigritudine, balza » : è un’affermazione lapidaria di Wole Soyinka ... rec. di "Orfeo nero" (di Roberto Mussapi - E Sartre inventò la « négritude »)

samedi 12 décembre 2009

E Sartre inventò la « négritude »

Fu lo scrittore e filosofo esistenzialista a utilizzare per primo l’espressione nel saggio « Orfeo nero » del 1948. Era rivolta agli autori africani francofoni come Léopold Senghor. Ma fu poi contestata dal nigeriano Wole Soyinka, perché giudicata eurocentrica

DI ROBERTO MUSSAPI (Avvenire, 12.12.2009)

« La tigre non ha la tigritudine, balza » : è un’affermazione lapidaria di Wole Soyinka, il famoso scrittore nigeriano, premio Nobel per letteratura nel 1986. Soyinka non è solo famoso nel mondo per la sua accesa, onesta e coraggiosissima difesa dell’uomo ( rischiò più volte la vita in Nigeria per la sua opposizione alla dittatura), ma perché unisce alla produzione teatrale e narrativa, un’attività straordinaria di saggista e pensatore. In Mito, letteratura e mondo africano ( edito in Italia da Jaca Book) disegna il pensiero del continente nel calderone animistico e nei rapporti d’origine con la tragedia greca. In quel contesto di manifestazione di un mondo, Soyinka risponde polemicamente al concetto di negritudine, che suona meglio in francese perché in francese è nata la parola e in francese ha avuto vita, négritude.

Che la parola vada pronunciata in francese lo prova il fatto che solo ora, nel 2009, esce in Italia la traduzione del saggio che la coniò, Orfeo nero, di Jean Paul Sartre, pubblicato ora da Christian Marinotti Edizioni, uscì nel 1948 in Francia, come introduzione all’antologia della nuova poesia nera africana francofona, a cura di Léopold Senghor. Orfeo nero è uno scritto capitale nella storia dell’Occidente contemporaneo, e occupa uno spazio centrale nella cultura africana. Impressionante il fatto che in Italia non fosse mai stato tradotto, come se lo scritto di Sartre fosse una questione tra francesi e africani colonizzati dai francesi, e non un nodo fondamentale della modernità.

Di fronte alla realtà delle colonie Sartre smonta la posizione dell’uomo bianco che ha sempre guardato il resto del mondo come un suo oggetto e dominio. Parte dal nero che è stato guardato e ora ci guarda : il regno del mistero e della poesia è nero, scrive il filosofo francese, la parte nera è una componente essenziale dell’essere umano. Hegel aveva descritto l’africano come prova vivente di un uomo incapace di evoluzione, e questa era l’opinione filosofica dominante.

Nelle poesie raccolte da Senghor, Sartre scopre la dimensione nera che va oltre i tentativi francesi - di tipo surrealista - di uscita dal razionalismo occidentale : è una sorta di sensualità dionisiaca quella che muove il nero, sensuale, appunto, quando il bianco è razionale, vibrante quando questi è meditabondo.

Una contrapposizione forte che nasce per rivendicare la dimensione dell’altro, la négritude , appunto. Che diviene grido di battaglia dei poeti neri di lingua francese, un emblema di diversità, di identità « selvaggia » contrapposta alla civiltà bianca del pensiero razionale. A questo punto il lettore avrà compreso la citazione della frase di Soyinka, scrittore nigeriano di lingua inglese, di una generazione successiva a quella di Senghor : per lui e per altri grandissimi scrittori africani oggi settantenni, la négritude , nata con le migliori intenzioni, è comunque l’invenzione di un bianco, di un occidentale, francese per giunta, che quindi non può ragionare che per categorie astratte. Ed è un’invenzione illuministica che sottende una visione eurocentrica : perché il negro (ora si dice il nero) non è solo danza e sensualità e musica contrapposte alla ragione e alla logica e all’architettura. No, elementi sensuali, dionisiaci, sono presenti e spesso fertili nell’uomo bianco, e il mondo dell’uomo nero non è un buio e fantastico paese delle meraviglie, ma una realtà immaginaria come quella di Platone.

La critica alla négritude, rappresenta una più radicale affermazione di naturalezza : la tigre, non crudele, ma semplicemente splendida e se stessa. Ma senza questa grande invenzione sartriana, con tutti i suoi limiti, gli europei sarebbero molto più ignoranti di quanto già siano, e un fenomeno come il free jazz americano degli anni Sessanta non sarebbe mai nato. Orfeo non è nero, ma senza nero non esisterebbe Orfeo

-  Jean Paul Sartre
-  ORFEO NERO
-  Christian Marinotti Edizioni Pagine 84. Euro 10,00


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