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Politica addio?

"Pd" - Un partito democratico? Un partito nuovo? Ma di quale Italia e di quale Europa? "Note da lontano 13": un commento di Rossana Rossanda, prima della investitura di Walter Veltroni - a cura di pfls .

Il convitato di pietra di tutta la storia, quello che è stato ucciso e si spera sepolto, è la radice socialista della sinistra.
giovedì 28 giugno 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Il socialismo è stato declinato in molte maniere, ma un’idea forte aveva alla base, l’ insopportabilità politica, alla luce della modernità, di un modo di vivere e di produrre inuguagliante e strumentale come quello capitalistico, non regolato se non dal mercato. Sul come rimediarvi, se per riforme o per rivoluzione, è stato l’oggetto del contendere fra socialisti e comunisti, ma che quel «sistema» fosse intollerabile, per l’illibertà sostanziale che esso comporta per la grandissima (...)

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giovedì 28 giugno 2007

28/6/2007

Walter di governo

di RICCARDO BARENGHI *

Non è stato un discorso da segretario, o più probabilmente da presidente di un partito che nasce. È stato un discorso da premier. Ma non di un premier che (forse) verrà tra qualche anno, di un premier di oggi o di domani, comunque del presente. Questa è l’impressione che si ricava dal lungo, anche troppo lungo, intervento che ieri pomeriggio Walter Veltroni ha pronunciato nel Lingotto di Torino.

Certo, il Partito democratico di cui lui sarà il leader non è mancato, anzi il sindaco di Roma ha spiegato con dovizia di particolari che genere di forza politica dovrà essere, nuova, aperta alla società civile, che vada oltre le rispettive storie e ideologie dei fondatori. Ma il cuore del discorso è stato il governo, anzi meglio: il programma del governo. E non quello che farà lui se e quando riuscirà a vincere le elezioni, bensì quello attuale, quello guidato da Romano Prodi (cui ovviamente Veltroni ha riservato tutti gli onori possibili, e implicitamente anche l’onore delle armi).

Stavolta Walter è stato meno Walter del solito, seppur una qualche scivolata retorica non sia mancata. Concreto, spesso addirittura pragmatico, si è rivolto a tutti quelli che sono, sono stati, o potrebbero essere i suoi elettori. Anzi, i cittadini italiani, di sinistra, di centro, di destra, senza distinzioni ideologiche. È andato dritto ai problemi che sono sul tappeto della società e della politica, ha evitato giri di parole o furberie post democristiane, ha evitato insomma di non schierarsi per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. E ha dato le sue risposte.

Per esempio sulle tasse, che vanno diminuite senza aspettare che tutti le paghino (e questa non è stata finora la linea di Prodi e Padoa-Schioppa). Per esempio sulle pensioni, che vanno riformate e l’età va allungata, proponendo un nuovo patto tra generazioni. E sul sindacato, richiamato ad assumersi una responsabilità nazionale (proprio mentre la trattativa rischia di saltare). Per esempio sulla sicurezza, «che non è né di destra né di sinistra, ma un bene del Paese». Sugli immigrati, che vanno accolti ma anche puniti quando sgarrano. Sulla precarietà, enorme problema dei giovani che va risolto al più presto. Sui Dico, che sono un diritto di chi si ama anche se non si sposa. Sulla Tav, che va fatta senza discussioni ulteriori. Sull’ambiente, che va difeso con i sì e non con i veti. Sulla legge elettorale, che se il Parlamento non la cambia allora ci penserà il referendum. E infine, ma forse soprattutto, sulla politica: che dev’essere riformata nel senso che deve poter decidere. Il governo e il suo premier soprattutto, ancor più del Parlamento. Il quale va a sua volta riformato e ridotto nel numero di membri, snellito nelle sue procedure farraginose e burocratiche. Insomma una politica rapida, agile e decisionista (a qualcuno ha ricordato Craxi).

Semplificando, si può dire che ha messo in campo qualche idea di sinistra, qualcuna in più di destra e molte di centro. Un mix perfetto per quello che vuole essere, e che lui vuole che sia, il «suo» Partito democratico. Certo non ha fatto contenti gli alleati della Cosa rossa, che formalmente apprezzano ma sotto sotto sono preoccupati dell’esordio dell’«uomo nuovo». Il quale però ha scelto un profilo diverso dal politico normale, quello che si preoccupa innanzitutto di non scontentare nessuna delle forze politiche che lo tengono in piedi. Ci sarà modo e tempo per mediare e ricucire, il personaggio conosce il mestiere. Stavolta lui ha voluto parlare più che altro al Paese, e in particolare a quel Nord dove ha scelto di esordire. Proprio perché sa che se non ricomincia da lì, se non prova a recuperare il terreno perduto in questa enorme e fondamentale zona dell’Italia non ci sarà alcuna possibilità per risalire la china e ribaltare i rapporti di forza che oggi vedono l’Unione molto al di sotto del centrodestra (al di là degli ultimi sondaggi che Veltroni ha citato, ma che appaiono piuttosto miracolistici).

Dunque, leader nuovo, forte e combattivo. Che pensa di sapere quel che serve al Paese e come metterlo in pratica. Peccato solo che abbia un problema non di poco conto, e cioè che per attuare un programma di governo come quello che lui ha illustrato bisogna esserci al governo, possibilmente come presidente del Consiglio. Ma oggi quel posto è occupato da Prodi...

* La Stampa, 28.06.2007


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