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W o ITALY...

ALLARME ITALIA. MAFIA PIU’ FORTE DELLO STATO : UN SONDAGGIO CHOC TRA I GIOVANI DI PALERMO. Messaggio del Presidente della Repubblica al convegno per il 25° anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo : "Solo un grande movimento di popolo può sconfiggere la mafia" - a cura di pfls

mercredi 23 avril 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] La mattina del 30 aprile del 1982 Pio La Torre, deputato del Pci e "papà" della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni dei boss, era a Palermo e stava andando alla sede del partito in macchina, una Fiat 132. Con lui c’era l’amico e collega Rosario Di Salvo. A un semaforo la macchina fu accostata da due grosse moto che fecero fuoco e uccisero i due politici. Quegli uomini, hanno accertato poi i processi, erano stati mandati da Totò Riina [...] (...)

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jeudi 3 mai 2007

Il Partito dell’Oblio

di Gian Carlo Caselli *

La mafia è più forte dello Stato. Ne sono convinti i ragazzi del liceo « Giovanni Meli » di Palermo. Tantissimi (71,9%). Un po’ meno, ma sempre tanti (66,7%), se hanno partecipato al « Progetto educativo antimafia » recentemente organizzato dal Centro Pio La Torre. Pensano al voto di scambio e alle varie forme di connivenza o collusione in base a cui « lo Stato permette alla mafia di esistere ». Qualcuno - c’è da scommetterci - proverà a scagliare il solito anatema (comunisti !), oppure cercherà di svalutare l’opinione dei ragazzi accusandoli di radicalismo, immaturità, superficialità... Si dà il caso, invece, che i ragazzi di oggi leggano (specie su internet) un sacco di roba, tanto da essere - spesso - ben informati. In ogni caso, la loro percezione della forza mafiosa e della debolezza dello Stato va confrontata con alcune vicende degli ultimi 15 anni (naturalmente mi riferisco ai fatti, non all’evaporazione di essi che la black propaganda cerca di contrabbandare). I fatti sono questi. La stagione di grande tensione seguita alle feroci stragi del 1992 ha determinato, anche fra i giudici, una crescita di attenzione alla complessità del fenomeno mafioso e alla sua non riducibilità esclusivamente alla cosiddetta « ala militare ». Di qui l’apertura (anche) di procedimenti a carico di imputati « eccellenti » appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre, secondo le analisi più accreditate, hanno un ruolo centrale nella storia della mafia). Ovviamente non in base a teoremi politico sociologici ma a precise emergenze probatorie, valutate con serietà e senza timidezze. Le cosiddette « relazioni esterne » sono, infatti, lo specifico della mafia rispetto alle altre organizzazioni criminali. Se si indagasse soltanto sulla faccia « illuminata » del pianeta mafia, e non anche sulla sua parte « in ombra », si garantirebbe l’impunità al vero perno della potenza mafiosa.

Ma l’abbandono dell’antico, consolidato sistema (ammettere in teoria i rapporti fra mafia e politica per negarli poi nella prassi giudiziaria) non è stato indolore : pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra, lo Stato (o, più esattamente, alcuni suoi rilevanti settori) ha preferito tirare il freno e si è così persa una grande occasione di vincere la guerra con la mafia. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note : la definizione della ricerca della verità come inaccettabile « cultura del sospetto » ; l’accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche ; la delegittimazione pregiudiziale dei « pentiti » di mafia, intrecciata con l’insinuazione di un loro scorretto rapporto con gli inquirenti (diffusa già ai tempi del « pool » : chi non ricorda le ironie sul fatto che Falcone portasse cannoli a Buscetta ?). Alla fine, si è inscenato un vero e proprio processo alla stagione giudiziaria che ha seguito le stragi del ’92, deliberatamente ignorando gli imponenti risultati investigativi e processuali ottenuti in questi anni. Il problema da risolvere (invece che i mafiosi ed i loro complici) sono diventati... i magistrati antimafia. E questo vergognoso andazzo continua tutt’ora, favorendo quella che Francesco La Licata, in un suo vecchio libro, ha chiamato la « cultura dell’amnesia » propria del « partito dell’oblio » : con sullo sfondo la « scelta del quieto vivere che storicamente sta alla base del successo di Cosa Nostra ».

È difficile, allora, dire che i ragazzi del liceo « Meli » prendono cantonate se percepiscono in un certo modo i rapporti fra Stato e mafia. Forse non lo sanno, ma la pensano come uno dei più autorevoli storici della mafia, Salvatore Lupo, che spesso ha sostenuto esservi addirittura una « richiesta di mafia » nel nostro Paese, presente in parti della società civile, dell’imprenditoria, della politica, del sistema economico-finanziario e delle istituzioni. Al punto che, secondo Lupo, i positivi risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti non dallo Stato - che anzi avrebbe ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri - ma da esponenti, minoritari in tutti e tre in settori, dell’opinione pubblica, della politica e delle istituzioni (il che spiega perché tali positivi risultati siano fin qui stati non definitivi ma solo ciclici). Dunque, perché i ragazzi del « Meli » cambino idea, occorre che questa minoranza diventi finalmente maggioranza. Un traguardo, purtroppo, che non sembra vicino.

* l’Unità, Pubblicato il : 03.05.07, Modificato il : 03.05.07 alle ore 11.06


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