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ILIADE E ODISSEA. Duplice il centro di elaborazione : l’Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo. L’ipotesi dello studioso Antonio Aloni - a cura di pfls

samedi 12 mai 2007 par Maria Paola Falchinelli
Omero trasloca :
epica da rivedere ?
Muovendo da Pilo, la città di Nestore, l’ipotesi dello studioso Antonio Aloni è che
il centro di elaborazione e l’uditorio per i cantori dell’« Iliade » e dell’« Odissea »
sarebbero duplici : l’Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo
di Bianca Garavelli (Avvenire, 12.05.2007)
Anche Nestore, l’eroe di un tempo antico, personaggio già anziano nell’Iliade, ha avuto un passato da giovane glorioso. E attenzione ai suoi racconti di imprese e conflitti : sono ricordi (...)

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> ODISSEA. --- Circe. Quella maga che continua a sedurci (un brano da Il mito di Circe di Maurizio Bettini e Cristiana Franco).

jeudi 25 février 2010


-  Circe
-  Quella maga che continua a sedurci

-  L’anticipazione Un saggio di Bettini e Franco ripercorre le tappe del mito
-  Dalla Grecia a oggi, tra interpretazioni e iconografie diverse, l’eterno fascino della figura usata anche da Joyce
-  Anticipiamo un brano da Il mito di Circe di Maurizio Bettini e Cristiana Franco (Einaudi, pagg. 402, euro 28), in uscita in questi giorni
.

-  di Maurizio Bettini e Cristiana Franco

-  la Repubblica, 25.02.2010

La reazione eroica di Odisseo instaura sull’isola di Circe una dinamica che ai Greci dell’età arcaica e classica doveva apparire come giusto ordine delle cose. Prima dell’arrivo dell’eroe sull’isola, Aiaie è una terra di sole femmine - Circe e le sue ninfe ancelle - in cui il potere virile viene neutralizzato ogni volta che si affaccia all’orizzonte. Ogni uomo che passa di lì perde la propria identità di essere umano maschio libero indipendente, trasformandosi in belva sottomessa o in bestia da cortile, in ogni caso al servizio della dea.

Doveva giungere il guerriero di Itaca perché l’incantesimo si rompesse - così aveva preannunciato Hermes - e Circe, almeno una volta, fosse sottomessa a una volontà maschile. Ecco perché a Odisseo non capita quello che accadrà all’"Ulisse" di Joyce, umiliato e trasformato in donna dalla sua virilissima "Circe". Né quello che succede agli hetáiroi, ridotti a un branco di suini all’ingrasso, ammassati nel porcile e nutriti dalle mani della dea, che possono essere salvati soltanto dal « cinghiale » eroico, il loro capo, capace di affrontare e vincere Circe a spada tratta. Come Penelope, anche Circe non cede a un pretendente qualunque ; come Penelope, anche Circe accetta solo Odisseo nel proprio letto. (...)

Se nel racconto omerico Odisseo finisce per rimanere da Circe un anno intero, senza mai desiderare di andarsene (sono i suoi compagni a protestare per la lunga permanenza) è proprio perché ha scelto di essere temuto, anziché disprezzato. Benché nel riassumere le proprie traversie Odisseo equipari le due esperienze presso Calipso e presso Circe, dicendo che entrambe lo avevano trattenuto volendolo come sposo, egli non è schiavo di Circe come invece poi lo sarà della ninfa a Ogigia. Ad Aiaie nessuno cerca di fermarlo : appena chiede di ripartire, Circe gli fornisce i mezzi e lo aiuta a raggiungere il suo scopo.

In questo senso, l’episodio omerico di Circe è qualcosa di più che un racconto fantastico : è insieme una scena di riconoscimento e una narrativa esemplare. La dea riconosce in Odisseo l’uomo della profezia, l’eroe destinato a sottometterla e il maschio degno del letto divino. Il lieto fine del racconto indica che l’intervento di Odisseo ha normalizzato una situazione anomala e pericolosa ; per una volta, per quell’anno trascorso dall’eroe ad Aiaie, nella casa di Circe maschi e femmine, umani e animali sono stati messi al loro posto.

L’affermazione che l’Odissea sia stata composta da una donna è una provocazione che ricorre nella storia della ricezione del poema almeno fin dall’epoca di Tolomeo Chenno. Questo singolare autore dell’età imperiale (...) raccontava di come Omero avesse rubato il materiale dei suoi poemi plagiando l’opera di una sacerdotessa egiziana dal nome piuttosto significativo : Phantasia. Pochi oggigiorno sono disposti a prendere sul serio ipotesi di questo tipo, e tuttavia, a tenerla in considerazione almeno per un istante, ci si guadagna in consapevolezza di quanto varia possa essere la risposta dei lettori a un medesimo testo. Con ciò si avverte anche la necessità di abbandonare il tono impersonale del resoconto per denunciare il carattere parziale e relativo della propria lettura e i presupposti impliciti su cui essa poggia.

Nella lettura dell’episodio di Circe che ho proposto, l’assunzione di fondo è che il mondo di valori espresso dal racconto omerico possegga una sua coerenza interna e sia eminentemente androcentrico. Per lo scrittore inglese Samuel Butler, uno dei convinti assertori dell’authorship femminile del poema, proprio la lettura del passaggio su Circe era stata invece rivelatrice dello sguardo femminile nascosto sotto la finzione autoriale : quale uomo avrebbe potuto concepire una regina che regna sulla sua isola da sola, senza l’aiuto dei maschi ?

In forma meno ingenua, il dubbio sul tipo di sguardo presupposto dalle figure femminili dell’Odissea è stato espresso più recentemente da altri lettori e lettrici. Si è notato, per esempio, che la celebrata fedeltà del marito di Penelope non è affatto rappresentata nel poema come supina passività, ma è piuttosto espressione di volontà, ingegnosità e capacità d’azione (e non solo per il trucco della tela con cui tiene a bada i pretendenti arroganti). Insomma le figure femminili del poema, con la loro dignità, forza e determinazione sono sembrate incompatibili con una visione del mondo oppressivamente maschile e maschilista, in cui non ci sarebbe alcuno spazio di riconoscimento per i saperi e le competenze delle donne.

Fino a qualche anno fa gli studiosi pensavano di spiegare la presenza di questi elementi come sopravvivenze di un mondo antecedente alla composizione dei poemi, ricordi fossili, ormai privi di riferimento reale, di una società in cui le donne avrebbero goduto di uno status decisamente superiore a quello loro riservato dalle più recenti culture maschiliste. Circe, in questo quadro, sarebbe stata un’ipostasi della grande dea mediterranea « Signora delle erbe », accompagnata dal paredro Helios, e venerata come potente prima dell’arrivo degli Indoeuropei. Miraggi di società matriarcali e di ordini simbolici dominati dalla Dea Madre.

Apparirà evidente che non condivido il carattere semplificatorio e autoconsolatorio di molte fra queste posizioni. Non c’è dubbio che ogni lettrice dell’Odissea sia libera di scegliere fra differenti opzioni. (...) La mia proposta presuppone che il mito di Circe, per come è raccontato, abbia un precisa funzione narrativa all’interno di quella sezione del poema e che questa funzione si illumini a partire dalla fine : la grandezza di Circe nella prima parte del racconto sta soprattutto in funzione dell’importanza e del valore del gesto dell’eroe che, al contrario dei suoi compagni, risulta oggettivamente capace di scampare l’insidia e conquistarsi l’amore e l’appoggio di una dea.

Se davvero a comporre il poema fosse stata un aedo donna, credo dovremmo meravigliarci di quanto abile sia stata costei ad assumere su Circe - e sugli altri caratteri femminili delle avventure narrate dall’eroe - lo sguardo virile del narratore interno, nonché a prestargli una certa vanità di maschio, corteggiato e conteso da mortali e dee del pari, che tutte a suo dire lo vorrebbero « fare sposo ».

L’Odissea è una narrativa complessa e raffinata, non dimentichiamolo : quel che sappiamo di Circe è quello che Odisseo racconta per compiacere i suoi ospiti, convincerli del proprio prestigio e guadagnarsi così la via del ritorno. I Feaci lo prendono sul serio. E così, io credo, il poema invita a fare anche con noi.


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