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ILIADE E ODISSEA. Duplice il centro di elaborazione : l’Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo. L’ipotesi dello studioso Antonio Aloni - a cura di pfls

samedi 12 mai 2007 par Maria Paola Falchinelli
Omero trasloca :
epica da rivedere ?
Muovendo da Pilo, la città di Nestore, l’ipotesi dello studioso Antonio Aloni è che
il centro di elaborazione e l’uditorio per i cantori dell’« Iliade » e dell’« Odissea »
sarebbero duplici : l’Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo
di Bianca Garavelli (Avvenire, 12.05.2007)
Anche Nestore, l’eroe di un tempo antico, personaggio già anziano nell’Iliade, ha avuto un passato da giovane glorioso. E attenzione ai suoi racconti di imprese e conflitti : sono ricordi (...)

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> ILIADE E ODISSEA. Duplice il centro di elaborazione : l’Atene dei tiranni e gli esuli di Sigeo. L’ipotesi dello studioso Antonio Aloni - --- Il mito greco e l’orrore nazista (di NAdia Fusini).

vendredi 18 juillet 2008

Simone Weil la guerriera Il mito greco e l’orrore nazista

di Nadia Fusini (la Repubblica, 15.07.2008)

La filosofa francese espresse le sue idee in un saggio sull’Iliade, scritto a pochi mesi dall’occupazione tedesca di Parigi Una riflessione al femminile sui temi della forza e della ferocia. Tre esperienze diverse a contatto con la brutalità del Novecento Leggere l’opera di Omero l’aiutò : nel passato trovò principi e valori con cui rispondere all’angoscia del presente Il culto della virilità non è solo una prerogativa di Hitler ma serpeggia nel fondo ideologico delle politiche e delle società dell’Occidente

Anni fa, Angela Putino, un’indimenticabile amica filosofa troppo presto scomparsa, scriveva : « Simone Weil è una donna e il significante che la presenta al mondo degli altri è precisamente quello di "donna", che la pone in un luogo che dice della sua esperienza come un esperire che non è di ognuno ». A Simone Weil Angela ha dedicato negli anni un’attenzione fervida, incarnata in interventi orali e in libri, sì che è diventata il mio ponte verso Simone.

Io leggo Simone con Angela, mai senza di lei. Insieme ci eravamo più volte interrogate sulla violenza ; se e come, essendo per noi donne un’esperienza di cui siamo spesso vittime, non si produca in noi per ciò stesso un pensiero differente. Che contrasta, fessura, scarta rispetto ai luoghi comuni, ai pregiudizi, alle convenzioni.

Chi si presenta al mondo vestita di quel significante che l’abbiglia di certi carismi e doni, sa che tra quei doni e carismi c’è la vulnerabilità. Nella donna, il genere umano si coglie nella sua propria nudità di preda. E’ un sentimento di sé che una donna conosce bene ; a volte, ci gioca. E fa la preda ; si atteggia, come la Lulù di Wedekind, a meravigliosa belva. Ma per lo più, subisce. E ha paura.

Spesso e volentieri una donna convive con un sentimento di sé, direi alla Jane Austen, di un gentil sesso debole, quanto a equipaggiamento fisico. La sua forza la depone come fosse un seme, o un uovo, altrove : la cova o la coltiva nella sopportazione di dolori che l’uomo non conosce. E’ lei a partorire la vita e sempre lei al capezzale di chi muore.

Al contrario, l’esercizio della forza è un compito da cui la cultura, la civiltà l’hanno assolta. Non le chiedevano, almeno nel passato, di combattere. Nella tradizione, se una donna andava in guerra era per curare i feriti. Ora è vero, ci sono donne - soldato, ma l’ipocrisia vuole che quegli eserciti siano al servizio non della guerra, ma della pace. Per lo più è ancora vero che se si tratta di violare, penetrare, è piuttosto l’uomo maschio chiamato a farlo. Lui si è specializzato nella performance. E nel gusto.

Proprio per questo, tanto più interessante risulta che nel cuore del secolo scorso tre donne diverse, lontane tra loro, si siano arrischiate in una riflessione sulla violenza di un’altezza abissale. Di queste tre donne - Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt - vi racconterò. Mi direte : non solo delle donne si sono interrogate in quegli anni su che cosa accadesse ; anche degli uomini l’hanno fatto. E io risponderò che queste tre donne in particolare sono scese come palombare nelle tenebre del male assoluto, della violenza smisurata che segnò il cuore dei loro anni. Hitler e l’hitlerismo ponevano questioni alla mente, al cuore e alla carne, che queste tre donne seppero sostenere. Per dirlo con una bravissima studiosa di Simone Weil, Rita Fulco, seppero « corrispondere al limite ». E cioè, rispondere di contraddizioni strazianti, che mettevano il pensiero di fronte all’impensabile.

Perché donne ? Lo seppero fare, intendo dire, proprio perché donne ? Risponderei di sì, e non per orgoglio femminista, ma perché mi torna alla mente una conversazione con un’amica psicoanalista argentina, Maria Elena Petrilli, in cui mi diceva come da parte delle bambine vi sia una precoce percezione del proprio corpo, tanto più misteriosa perché, al contrario dei maschi, non possono verificare in modo semplice e diretto l’integrità di organi interni, invisibili. E’ per questo, mi chiedevo mentre la mia amica parlava, che il corpo per una donna non è mai mero oggetto, ma sempre vita ? Per dirla con Husserl, mai Körper, sempre Leib ? E cioè, essere vivente ? Non è così, evidentemente, per un uomo maschio, se può violentare un corpo di donna. E se lo fa, e può farlo, è perché il corpo dell’« altro », evidentemente, non lo sente, né lo pensa come il ‘suo’.

Ma chi non percepisce l’altro come essere vivente, chi addirittura arriva a pensare che la violenza corrisponde a un fantasma di godimento, una specifica joussance, o volupté femminile ; chi riesce a sottrarsi alla percezione dell’altro come di sé medesimo, chi non sperimenti in sé l’estraneo, è questo un uomo ? « Sperimentazione dell’estraneo », chiama Simone Weil la facoltà che più le interessa. E si chiede : perché non si interroga sul proprio perverso piacere chi nell’altro si diverte a suscitare il grido di dolore ? Finché non si avrà il coraggio di andare a ‘vedere’ lo spazio cieco in cui nasce questa violenza, insiste, non si comprenderà lo sfondo spettrale e cieco della violenza tout court. Ma chi può farlo ? Non certo chi la violenza la esercita. Perché in chi provoca sventura c’è una voluta ignoranza della sofferenza che provoca. Ecco perché la violenza è cieca.

Non che Simone Weil non veda la complicità tra il fantasma della forza e l’attitudine alla sottomissione, il nodo che aggioga vittima e carnefice nella medesima anestesia del corpo e della mente. Simone anzi riconosce che il culto della Forza non è solo la tabe viriloide dell’hitlerismo, ma serpeggia nel fondo ideale e ideologico delle politiche e delle società d’Occidente.

Legge la sua drammatica potenza e tragica realtà nell’Iliade, che ribattezza « il poema della forza ». E proprio prima di partire per New York, onde sfuggire alla persecuzione razzista, consegna alla rivista Cahiers du Sud il saggio sull’Iliade, che comparirà a Marsiglia nel gennaio 1941, a firma di Emile Novis, anagramma di Simone Weil.

Il saggio si apre con queste parole : « L’Iliade è il poema della forza. Il vero eroe, il vero argomento dell’Iliade è la forza ». E continua : « la forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa ». Sono affermazioni che risuonano nette come uno schiaffo, sonore, definitive. A conferma di una condanna, a cui la spinge il pacifismo radicale che la ispira. La forza, sia che la si possieda come Achille, sia che la si subisca come Ettore, distrugge. Sono paurose, insiste Simone, le visioni di violenza che si aprono nel poema omerico, dove l’essere coincide con l’essere-per-la-morte, dove è il pensiero della morte a dare agli eventi « il colore dell’eternità ». La forza è l’ingiustizia, la forza è il male. Omero, né dalla parte dei Greci, né dalla parte dei Troiani, la descrive con amarezza e imparzialità.

Con la sconfitta della Francia nel 1940, l’occupazione di Parigi, e la montante barbarie nazista, inesorabile, tremenda, la storia imponeva non solo a Simone di alzare la guardia. Leggere il grande libro l’aiutò ; in uno scrigno del passato trovò principi e valori con cui rispondere all’angoscia del presente. Lesse di come la violenza tenda all’annientamento della presenza umana, quanto la forza sia irreale, che cumulo di menzogne produca. La forza « de-realizza », comprese Simone : « la violenza stritola quelli che tocca », « uccidere è sempre uccidersi ». Tra le pieghe del grande libro colse la visione dell’annullamento della presenza umana. Può forse il guerriero desiderare che l’altro viva ? si chiese. Evidentemente no. Pure, per lei, era questo essere umani, l’unica forza a cui umanamente soccombere era quella di Amore ; solo Amore fa guerra alla guerra - proclamò la « pensatrice guerriera ».

Non era certo facile in quegli anni violenti trovare la forza di rinnegare ogni uso della forza ai fini della vita, proclamare la necessità dell’amore contro la necessità della forza. Di fronte all’ « irrealtà » che aveva in quegli anni il nome di Hitler l’idea di giustizia guidò l’« impolitica » Simone alla capriola finale : prese parte alla guerra, si fece per l’appunto « guerriera ». Tornò dagli Stati Uniti a Londra, chiese di essere paracadutata oltre le linee nemiche. E alla fine, non potendo mettere fine alla battaglia, se la conficcò come una croce nel suo proprio cuore, e ne morì.

(1. Continua)

***

In esilio con Omero. Rachel e la forza della guerra

di Nadia Fusini (la Repubblica, 18.07.2008)

Nei guerrieri greci non vede né buoni né cattivi, ma il segreto dell’esistenza. Una visione che non le bastò : morì suicida nel ’49 La pensatrice ebrea Bespaloff sbarcò a New York nel ’43, come Simone Weil. E, come lei, trovò nell’Iliade la chiave per capire le tenebre Se il conflitto distrugge ciò che tocca, restituisce alla vita suprema importanza La poesia omerica e quella biblica avevano la facoltà di ricostituire il cuore umano

Due donne negli stessi anni leggono lo stesso libro, l’Iliade. Fatto di per sé interessante, osserva Laura Sanò nel suo bel libro Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici). È così : in un libro, l’Iliade, che non cancella, ma accompagna l’altro, la Bibbia, Simone Weil e Rachel Bespaloff, trovano la luce per comprendere le tenebre dei loro giorni.

Due donne, entrambe ebree, entrambi esuli, entrambe destinate a una morte precoce, entrambe in procinto di lasciare l’Europa, fissano lo sguardo su un testo che è all’inizio della civiltà e tradizione in cui le donne si riconoscono : la coincidenza, ripeto, non può passare inosservata. E la nota difatti l’amico caro Jean Wahl nella prefazione a De l’Iliade, che viene pubblicato in francese a New York nel 1943. Nel 1947 appare la traduzione in inglese On the Iliad, ad opera di Mary McCarthy, con introduzione di Hemann Broch. In italiano il testo esce per Città Aperta Edizioni nel 2004. Simone Weil e Rachel Bespaloff non si conoscono. Ma si sfiorano più volte. Nella primavera del 1938 Rachel viene a curarsi nella stessa clinica svizzera per malattie nervose, dove l’anno precedente era stata ricoverata Simone. A Ginevra entrambe sostano a lungo a una mostra di quadri di Goya.

Negli stessi giorni del maggio 1942 sono entrambe a Marsiglia in attesa di un visto per fuggire dalla Gestapo, e dunque dall’Europa, direzione New York, dove giungono nella medesima estate.

Ma non viaggiarono sulla stessa nave, né capitò loro di incontrarsi in terra americana. Simone ripartì presto per Londra, perché voleva che il proprio destino si compisse nel bel mezzo della lotta ; Rachel si trasferì al College di Mount Holyhoke, dove Jean Wahl le aveva trovato un incarico di insegnamento. E lì rimarrà, fino alla morte che si diede di sua propria mano nell’aprile 1949.

Le due donne, ripeto, non si incontrano, e tuttavia una trama di coincidenze le avvicina. Prima di partire per gli Stati Uniti Simone aveva consegnato ai Cahiers du Sud il saggio su L’Iliade, poema della forza, che uscirà a Marsiglia nel numero del dic.1940-genn.1941. Aveva iniziato la stesura dello scritto nel ‘39. Nello stesso anno Rachel rileggeva l’Iliade insieme con la figlia, che seguiva con materna sollecitudine negli studi. Una passione la prese per quel libro meraviglioso, e cominciò a prendere appunti, ad accumulare note su note ; sentiva in Omero il tono, l’accento della verità. Sì, l’Iliade è davvero, come la Bibbia, un libro ispirato, disse. Scoprì tardi, quando ormai il suo testo nelle sue linee fondamentali era quasi compiuto, il saggio di Simone. A spedirlo al suo indirizzo fu un amico, che lei ringrazia con impeto, grata e meravigliata. Confessa : « Vi sono intere pagine delle mie note che potrebbero sembrare un plagio ». Ma non si tratta di plagio. Né di identità di vedute.

E’ qualcosa di più straordinario : è la corrispondenza misteriosa e profonda di due intelligenze e sensibilità diverse, ma della medesima qualità rabdomantica, che leggendo un testo del passato rispondono del loro presente.

Sì, anche per Rachel il mondo di Omero è il mondo della forza. Attenzione, però : la forza, così come la legge Rachel, non è né bene né male. Non si tratta di condannare né di assolvere la forza. Essa è, come la vita è. Gli eroi di Omero non sono né bellicisti né pacifisti. La forza di Ettore, come la forza di Achille sono rami del medesimo tronco. Achille e Ettore sono una sola cosa agli occhi di Zeus, come di Omero. Nel mondo di Omero, come in quello di Platone, l’ingiustizia o la si impone o la si subisce.

Non c’è in Omero, né tantomeno in Rachel, nessuna apologia della medesima ; Omero, al contrario, è « il poeta dell’infelicità », dichiara Rachel. Non dei trionfi, né delle apoteosi. Amarezza, vi aveva trovato Simone : « il tono non cessa mai di essere intriso di amarezza » ; proprio questo sentimento della « miseria umana », aveva dichiarato sicura, suscita un « amore doloroso » per ciò che è minacciato dalla forza. Di « tenerezza verso le cose periture » parla Rachel. Entrambe intuiscono in Omero una compassione "che conosce".

Sì, è vero, continua Rachel, l’eraclitea : Polemos è padre e re di tutte le cose. La guerra non dà tregua. Si nutre dell’infelicità degli uomini. Ha questo solo e unico appetito e di questo appetito prospera. Gode del proprio abuso. Enorme il sacrificio umano che Ares esige. Ma è anche vero che Ares è, a suo modo, imparziale, e uccide chi ha ucciso. E alla fine la guerra arriva a consumare le differenze ; tanto che il vincitore assomiglierà a tutti i vincitori, il vinto a tutti i vinti. E non si può nascondere che v’è una certa qual "bellezza della forza", un suo « fascino ipnotizzante », addirittura narcotizzante, come la stessa Weil aveva riconosciuto. Si potrebbe addirittura dire, anzi Rachel lo afferma, che Omero « divinizza la sovrabbondanza di vita che massimamente rifulge nel disprezzo della morte, nell’estasi del sacrificio ». Nella violenza, insomma. Ma anche : come non accorgersi nello stesso momento della fatalità che muta quella stessa forza in inerzia, in impulso cieco, maligno ?

Non bisogna né stupirsi, né indignarsi, continua Rachel : non ci sono buoni e cattivi ; nessuna falsa e semplicistica dicotomia servirà a rincuorarci. Chi si appassioni alla giustizia, dovrà convivere con il lutto della medesima. Si badi bene : non stancarsi di piangerla, di evocarla, ma nel riconoscimento che la vita non si lascia giudicare, misurare, condannare o giustificare dal vivente.

In altri termini, Rachel scopre (è qui che Omero le "serve") che "polemico" è il carattere costitutivo dell’essere. La realtà è polemos. La contraddizione è principio ontologico. Il dolore non è accidentale. In questo senso, la guerra tra Ettore e Achille non decreta un vincitore : l’uno non può togliere l’altro. Rachel è anti-dialettica, il suo pensiero è radicalmente tragico. Ha inoltre un temperamento melanconico. Per lei la contraddizione non potrà mai essere superata, non si darà sintesi dialettica delle differenze che Achille e Ettore sono.

Ma se la guerra distrugge ciò che tocca, al tempo stesso restituisce alla vita che divora un’importanza suprema : questo la poesia di Omero dimostra. Nella poesia di Omero si risolvono e pacificano i contrasti. E’ la poesia di Omero a trasportarci altrove, in quei momenti di smarrimento in cui avvengono le scelte morali e religiose, anche quando siano dettate dal destino, e perciò inevitabili ; quei momenti, o quelle svolte della vita, quelle crisi, in cui l’uomo incontra se stesso, anche quando la decisione sia imposta. E’ in quella spazio di interiorità, in quell’istante che si manifesta per tutti e ciascuno il segreto dell’esistenza. A sorprendere questo segreto è la poesia, per Rachel : una poesia che abbia, come quella omerica, come quella biblica, la suprema facoltà di ricostituire quel cuore umano. Per Simone, era l’amore, ricordate ? l’amore di Dio, naturalmente ; l’amore che l’uomo prova per Dio. E di Dio per lui. Mentre per Rachel è la poesia. In quanto « la poesia rapisce alla bellezza il segreto della giustizia vietato alla Storia ».

Come ho detto, Rachel non tornò dall’esilio americano. In un certo senso Rachel era Ettore : provava affetti di un’esigenza terribile che le si imponevano come a Ettore la patria ; sentiva responsabilità che la legavano al paese in cui l’esilio le si confermò come un destino - "cronico" lo definì. « Vivere qui » disse « è come un’amputazione ». « La guerra vista da qui non ha realtà ».

Ma la guerra dové viverla dentro di sé, e la violenza l’assaporò fino in fondo, quando all’età di 55 anni si suicidò. Sigillò bene le porte e le finestre e aprì il gas. Quanto a Simone, lei era Achille. Tornò in Europa e fino alla fine dei suoi giorni non pensò ad altro, se non a come combattere l’infamia nazista. La morte le giunse per fame. Nel chiasmo della


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