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Come in cielo così in terra ...

POLITICA E LINGUAGGIO. IL SENZA-NOME: LE FIGURE DI NESSUNO. Roberto Esposito riavvia il discorso sulla "Terza Persona" ... e apre la strada a una comprensione antropologica inedita della Prima (e Quarta) "Persona" del "Tetragramma" divino e dello stesso "Logos" - a cura di Federico La Sala

lunedì 9 luglio 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Dal ragionamento di Esposito affiora non tanto la condanna dell’idea di persona, ma la critica al suo fondamentalismo: «Pensi alla retorica sui diritti umani letti in chiave di riproposizione del concetto di persona». Apparentemente ineccepibile, in realtà largamente fallimentare: «Basta uno sguardo al quadro internazionale per accorgersi che il diritto oggi di gran lunga più disatteso è proprio quello alla vita. Non che in passato fosse meglio. Ma adesso, in relazione ai mezzi (...)

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> POLITICA E LINGUAGGIO. IL SENZA-NOME: LE FIGURE DI NESSUNO. --- La voce incomparabile del silenzio (Andrea Emo). Nota di Roberto Esposito (Se l’alfabeto è una prigione)

domenica 14 luglio 2013

Se l’alfabeto è una prigione

di Roberto Esposito (la Repubblica, 14.07.2013)

      • LA VOCE INCOMPARABILE DEL SILENZIO di Andrea Emo Gallucci pagg. 264 euro 15

«Note caratteristiche: Andrea Emo, persona di poco fondamento, inetto a qualunque cosa, con qualche vena di pazzia» - così uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento si presentava nel 1929 ad un lettore che si augurava non dovesse mai avere. E non sembra una follia scrivere circa quarantamila pagine, senza pubblicarne nessuna, come ha fatto questo pensatore veneto, allievo eterodosso di Gentile, legato da profonda amicizia con Alberto Savinio e Cristina Campo?

Il suo rilievo filosofico è ormai noto da quando, soprattutto ad opera di Massimo Cacciari, alcuni dei suoi frammenti hanno cominciato ad essere pubblicati. Ma forse nessuna delle raccolte precedenti dà ragione della sua scelta di anonimato più di quella, appena edita da Gallucci con il titolo La voce incomparabile del silenzio, a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo, con tre testi di Cacciari, Giorello e dello stesso Donà.

Se è generalmente vero che senza un possibile destinatario nessuno scriverebbe mai, per Emo chi cerca la celebrità, rendendo pubblico ciò che è privato, svilisce e profana la propria opera. Del resto, egli osserva, di nessuno si è parlato tanto quanto di coloro che, come Socrate, Cristo, Budda e forse perfino Omero, non hanno mai scritto nulla. Questi grandi ‘analfabeti’ - nel senso letterale dell’espressione - non hanno mai voluto imprigionare la parola vivente “nelle carceri dell’alfabeto”. La scrittura è nata, come una sorta di segretario collettivo, quando la memoria dell’umanità è cominciata a declinare. Ma come la scrittura tradisce la parola, così la pubblicazione tradisce l’esigenza intima della scrittura.

Naturalmente per cogliere il senso di queste proposizioni bisogna risalire al cuore della con-cezione di Emo. Più vicino a Schelling che a Hegel e a Fichte, cui invece si richiama Gentile, il suo pensiero va accostato al neoplatonismo lungo la linea che congiunge Meister Eckhart a Cusano. Ma un rimando più prossimo, forse mediato da Cristina Campo, conduce alla prospettiva di Simone Weil. Anche per lei il soggetto - sia divino che umano - si esprime solo negandosi. L’Inizio - anche nel senso cristiano della Creazione - è un atto di svuotamento che fa spazio all’altro da sé. Il Soggetto, in questo caso, non è una sostanza, un fondamento, un ente, ma un niente che può agire soltanto negandosi. Da qui una relazione con il nichilismo, ma anche con la teologia della Croce. Cosa altro annuncia Cristo se non che la Resurrezione passa per la morte? Dio si manifesta non nella gloria, ma nel sacrificio ultimo. Allo stesso modo l’uomo, esposto all’assenza disenso e alla potenza del nulla - l’affinità spirituale con Leopardi è palese - , non può realizzarsi che nella meditazione della propria nullità. Appunto in essa è custodita la libertà dei pensieri. La loro possibilità di non essere “dei subordinati, schiavi, cariatidi di un sistema o di una persona”.

In queste frasi balena un altro, forse ancora più radicale, punto di tangenza con Simone Weil. Si tratta del carattere impersonale del pensiero. Se, come si è detto, il soggetto non può affermarsi che negandosi; se quello che Gentile chiamava ‘atto puro’ passa sempre per uno svuotamento della dimensione soggettiva; se ogni creazione, divina o umana, non è che decreazione, il vero pensiero, il pensiero originario, non può di certo appartenere al soggetto. E infatti, per Emo, “quando si pensa o si scrive, non si deve creare solo il pensiero proprio, ma anche l’altrui”. Il pensiero, nella suaforma originaria, non sta nella coscienza individuale, ma in ciò che la contrasta e la forza ad alterarsi. Anzi quando il pensiero diviene cosciente, “esiste sempre meno”. La coscienza può tornare ad essere creatrice soltanto quando si conosce negativamente. Solo allora, tornata su di un piano impersonale, può creare pensieri nuovi e originali.

Ciò vale ancora di più per la poesia: “Il miracolo della poesia - scrive Emo con una intensità che deve aver colpito Cristina Campo - è sempre l’impersonalità”. In questa rinuncia a tutte le cose e a tutte le forze è il segreto della poesia. Il poeta non parla mai per sé - è un intermediario che, annullando la propria personalità, permette ai sentimenti di manifestarsi allo stato puro, “permette l’apparizione di una verità assoluta, impersonale, e quindi utile e vera per tutti”. Da questo punto di vista, che solo oggi possiamo riconoscere in tutta la sua pregnanza, poeta sommo è Mallarmé, richiamato in molte pagine della raccolta. Come farà lo stesso Emo per la filosofia, egli è stato colui che ha situato la poesia moderna nel punto d’incrocio, sublime impossibile, tra parola e silenzio. Facendo del silenzio la custodia della parola e della parola la voce del silenzio.


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