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La "scoperta" della "cultura" europea, in America, da parte di un domenicano ...

INDIE OCCIDENTALI: IERI E OGGI. "HO VISTO UNA E MILLE VOLTE IL SIGNORE CROCIFISSO NEGLI INDIOS". FRA’ BARTOLOMEO DE LAS CASAS, VESCOVO DEL CHIAPAS. Memoria e Profezia. Una "presentazione" di Pablo Romo - a cura di pfls

"Il nostro fratello è un essere universale che ha applicato, al di sopra di tutte le vicissitudini politiche e gli interessi in cui si è imbattuto, la dottrina cristiana alla totalità degli esseri umani, senza distinzione di fede, razza o differenze culturali".
sabato 2 giugno 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Il secolo sedicesimo racchiude una ricchezza impressionante di uomini e donne che dalla pratica cristiana hanno realizzato stili di vita che trascendono di molto la loro epoca. Penso a Teresa d’Avila, a Giovanni della Croce, con spiritualità diverse, ma che reagiscono a uno spiccato egoismo che si sviluppa nella loro società. Penso alla grande sete di autenticità che molti uomini e donne esprimono di fronte ad una società che sperpera ricchezze male acquisite. Penso alle più alte (...)

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> INDIE OCCIDENTALI: IERI E OGGI. ---- Addio a Ruitz, il “Cristo” del Chiapas evangelizzato dagli indigeni... Quando arriva nel Chiapas, Ruitz è un principe della chiesa nel firmamento dei potenti. Quando se ne va è diventato Tatic Samuel, onore indios (di Maurizio Chierici).

giovedì 27 gennaio 2011

Addio a Ruitz, il “Cristo” del Chiapas evangelizzato dagli indigeni

di Maurizio Chierici (il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2011)

È morto Samuel Ruitz, vescovo del Chiapas negli anni inquieti. Non è stato ucciso sull’altare, come Romero, ma hanno provato tante volte mentre il Vaticano guardava. E dall’ Italia Comunione e Liberazione promuoveva nella sua San Cristobal de Las Casas, convegni di ragazzi ai quali si illustrava non benevolmente gli adattamenti teologici di Ruitz alla cultura indiana. Aveva 85 anni, ‘in esilio’ attorno a Città del Messico con l’impegno di ‘non disturbare’ i vescovi che ne avevano preso il posto.

Era arrivato nel Chiapas nel 1960, conservatore di famiglia agiata. L’insegnamento del Concilio gli aveva insegnato l’umiltà indispensabile a penetrare il mondo indigeno. Missione complicata dalla necessità di “difendere i contadini dall’egoismo di chi continuava a sfruttarne terre e lavoro”. Per un momento si confonde tra i potenti. 12 mila militari presidiano il Chiapas per tutelare gli espropri decisi a Città del Messico in favore di funzionari che l’età o le disavventure politiche costringono a farsi da parte. Lo Stato federale li sistema riunendo piccole proprietà di piccoli contadini costretti ad impoverire tacendo. “Nei primi viaggi pastorali - racconta in un incontro Ruitz - dormivo in belle case, letti morbidi: i latifondisti sapevano essere gentili. E organizzavano feste dove incontravo notabili e mandarini di stato. Poi ho scoperto che le vivande venivano comprate coi soldi dei contadini obbligati a pagare per onorare il pastore. E ho deciso di passare la notte nelle loro baracche. Quante cose si imparano. A fare domande anziché distribuire risposte. Capire prima di spiegare. A poco a poco la mia cultura è penetrata nella cultura Maya ed anche il mio modo di essere vescovo si è aggiornato. I principi della dottrina restano saldi, ma il modo di leggere assieme le scritture ha trovato intonazioni diverse. Ero venuto per evangelizzare l’indifferenza indigena e dagli indigeni sono stato evangelizzato”. Diversità che il Concilio aveva suggerito eppure scandalizzava i custodi della tradizione.

Quando arriva nel Chiapas, Ruitz è un principe della chiesa nel firmamento dei potenti. Quando se ne va è diventato Tatic Samuel, onore indios che non piace al nunzio monsignor Prigione. Non piace ai grandi proprietari che assediano armati la cattedrale accusandolo di difendere “oltre ogni limite i contadini”. Spari e violenze: la polizia guarda con pigrizia mentre a Città del Messico i giornalisti vanno a trovare l’ambasciatore del Papa. “Perché il governo non difende questo vescovo? Perché lei non protesta?”. “È un problema interno messicano. Non posso far niente”. “L’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, scrive che sfida il martirio come il vescovo Romero”. “L’Osservatore Romano non è la voce del Papa, solo un foglio cattolico”.

Nel 1999 compie 75 anni e presenta le dimissioni dovute aggiungendo il desiderio di restare nel Chiapas per non abbandonare “l’esperienza straordinaria che ha rallegrato il mio spirito ed aperto la mia carità”. Non vorrebbe lasciare gli 8 mila gruppi catechisti nei quali ha modulato la dottrina della Chiesa nella cultura indigena. Ottomila, un esercito, proprio la parola che spaventa le autorità infastidite dall’ombra del subcomandante Marcos il quale pacificamente si mescola a loro. Ruitz lascia un Chiapas cambiato: “La gente ha imparato a confrontare, villaggio per villaggio, lo spirito del vangelo e i dolori della vita”. Una domenica, alla fine dell’omelia, legge la rinuncia spedita al Vaticano. Si illude venga respinta ma sa che i consigli del nunzio Prigione non gli sono favorevoli: “Non cambierà nulla anche se non sarò in mezzo a voi. Raul Vera prenderà il mio posto ed è una fortuna perché da vent’anni condivide questa esperienza”. E Raul Vera diventa vescovo di San Bartolomeo.

Una beffa: dopo 8 mesi lo trasferiscono in una provincia lontana, lungo il confine con gli Stati Uniti. Il nuovo pastore scioglie gli 8 mila gruppi di catechisti, normalizzazione che fa respirare militari e proprietari. Adesso, il cordoglio di Calderon, presidente del Messico: “Se ne è andato ungrand’uomo. Merito della sua mediazione se il Chiapas è stato pacificato”. Tardi. Ma meglio tardi che mai.


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