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2060: APOCALISSE. NUOVA TERRA E NUOVI CIELI. CONTRO I PROFETI DI SVENTURA, DOPO NEWTON ED EINSTEIN, ANCORA UN ALTRO ... "NEW TON"!!! - a cura di Federico La Sala

martedì 19 giugno 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Personalità complessa e curiosa, Isaac Newton era mosso da una grande passione per la faccia misteriosa della realtà, quella che la scienza ha sempre bollato di ’superstizione’: l’alchimia come il millenarismo, la possibilità di trasformare i metalli più vili in oro lucente e il calcolo matematico per prevedere il giorno dell’Apocalisse. E questa inquietudine scientifica si è accompagnata a un amore per lo studio dei testi sacri che ha fatto dello scienziato anche un discusso teologo (...)

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> 2060: APOCALISSE. NUOVA TERRA E NUOVI CIELI. --- L’altro Newton, alchimista e teologo che si appassionava agli Argonauti (di Stefano Gattei)

domenica 10 marzo 2013

L’altro Newton, alchimista e teologo che si appassionava agli Argonauti

Nelle opere minori dello scienziato, spesso svalutate dai biografi, ritroviamo lo stesso metodo empirico delle sue grandi scoperte

di Stefano Gattei (Corriere La Lettura, 10.03.2013)

Accanto ai suoi fondamentali lavori di matematica, scienza del moto, ottica e teoria della gravitazione, Isaac Newton (1642-1727) coltivò profondi interessi per l’alchimia, la teologia (abbracciando una qualche forma di eresia antitrinitaria), l’esegesi biblica e la cronologia.

Pubblicati postumi, i suoi scritti su questi temi non mancarono di suscitare critiche accese, in Inghilterra come in Francia, contribuendo a una progressiva erosione dell’immagine del loro autore già nel Settecento. Tanto che nel 1822, nella memoria scritta per la Biographie universelle, Jean-Baptiste Biot - allievo di Laplace, e come lui convinto che ogni riferimento a Dio o alle cause finali non potesse trovare posto nel discorso scientifico - suggerì che l’esaurimento nervoso di cui Newton fu vittima nel 1693, causato da un’applicazione ossessiva alla scienza, avesse lasciato tracce indelebili nella sua mente, ripercuotendosi negativamente sulle opere successive.

Nel 1980, in quella che è tuttora la biografia più completa e accreditata del grande scienziato, Richard Westfall osservava come la Cronologia degli antichi regni (1728), in particolare, fosse un’opera sconclusionata, «di una noia colossale, che dopo aver suscitato per breve tempo l’interesse - e l’opposizione - di un ristretto numero di persone capaci di appassionarsi per la data della spedizione degli Argonauti, cadde nel più totale oblio. È letta oggi da quei pochissimi che, a sconto dei loro peccati, devono passare attraverso quel purgatorio».

Un giudizio duro e autorevole, quello di Westfall, che non poteva non pesare sugli studi successivi. Ma che non ha impedito a due prestigiosi storici della scienza del California Institute of Technology, Jed Buchwald e Mordechai Feingold, di rileggere quelle pagine «minori» alla luce dei molti manoscritti inediti e della corrispondenza di Newton. Il risultato è un contributo originale ed estremamente ricco, che getta nuova luce sulle modalità di indagine e di argomentazione di una delle menti più fertili della storia del pensiero scientifico.

In Newton and the Origin of Civilization (Princeton University Press), Buchwald e Feingold mostrano per la prima volta l’importanza di quelle pagine al fine di comprendere la straordinaria complessità della figura di Newton che, scrivono, «non fu semplicemente portato da questo a occuparsi di quello; piuttosto, il suo modo di lavorare rivela una modalità di pensiero e di azione che è alla base tanto dei suoi sforzi di svelare l’opera di una divinità nella storia, quanto di afferrare i misteri più reconditi dei meccanismi della natura».

Grazie a un’analisi scrupolosa dei testi, i due autori ricostruiscono i passi argomentativi che guidarono Newton alle proprie conclusioni, individuando in una sostanziale continuità metodologica l’elemento caratterizzante della sua riflessione.

In particolare, fu durante i primissimi anni a Cambridge che egli sviluppò le caratteristiche fondamentali del metodo per generare e sviluppare una conoscenza affidabile - un metodo che egli applicò tanto nei Principia mathematica (1687) e nell’Ottica (1704), quanto nei suoi scritti sull’Apocalisse, sulla corruzione di alcuni passi biblici e sulla cronologia.

Ciò non significa che Newton non abbia mai cambiato idea nel corso della sua lunga vita, anzi; ma che l’approccio maturo che egli dimostrò alla natura, alla storia e alla teologia affonda le proprie radici nel suo primo sviluppo intellettuale, fin dagli anni universitari.

Comune denominatore a studi e interessi a prima vista disparati, come la meccanica celeste e l’esegesi biblica, l’analisi matematica e la cronologia, è un modo radicalmente nuovo di comprendere e di accettare (o rifiutare) l’evidenza empirica alla luce di considerazioni di natura teorica. E proprio in questa radicale novità va ricercata la ragione profonda della dura opposizione che le sue opere incontrarono. Con il proprio approccio, infatti, egli poneva con forza un quesito metodologico di fondo: quale tipo di evidenza empirica e di ragionamento teorico governano la comprensione storica e quella teologica?

Le tesi storiche e teologiche che Newton sviluppa, in altre parole, sono profondamente permeate dal suo modo di intendere e di fare scienza, così come la fede nell’azione divina - nella natura o nella storia - non può essere separata dal suo modo di concepire come sia possibile una forma di conoscenza affidabile in entrambi gli ambiti. Come ha osservato Niccolò Guicciardini, il Newton alchimista, storico e teologo non è meno lontano da noi del Newton «tradizionale», matematico e fisico. Da qui il fascino - e la difficoltà - della sua figura.


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