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Astrofisica

LA MUSICA DELL’UNIVERSO. Appena 380 mila anni dopo il Big Bang, l’Universo emette un suono acuto che ricorda quasi il vagito di un bimbo appena nato. Intervista ad Amedeo Balbi - a cura di Federico La Sala

Ma la musicologia dell’Universo è scienza ancora in fasce. Quasi tutti i corpi celesti vibrano come strumenti musicali (...)
lunedì 23 luglio 2007
[...] i suoni che coinvolgono di più sono quelli provenienti dall’origine del cosmo. «In questo timbro è contenuto una specie di codice genetico dell’Universo, che allora era in uno stato embrionale», spiega Amedeo Balbi, ricercatore in Astrofisica a Roma Tor Vergata, che ha lavorato a Berkeley e collabora alla missione spaziale Planck dell’Esa, e con l’editore Springer ha pubblicato La musica del Big Bang. «Intendiamoci - dice - si tratta di suoni nel senso fisico, vibrazioni che (...)

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> LA MUSICA DELL’UNIVERSO. Appena 380 mila anni dopo il Big Bang, l’Universo emette un suono acuto che ricorda quasi il vagito di un bimbo appena nato. Intervista all’astrofisico Amedeo Balbi - a cura di pfls

lunedì 23 luglio 2007

Prima della scienza, c’è la poetica musica dell’universo

di Roberto Mussapi (Avvenire, 22.07.2007)

Che esista una musica dell’universo è certo, secondo non pochi uomini. Ne sentiamo l’eco solenne e pregnante nell’ascesa al Paradiso di Alighieri, ne percepiamo la riproduzione nelle sinfonie di Beethoven, ne vediamo la trasposizione matematica dettare la regola delle piramidi, del Partenone, giungiamo quasi a sentirla fisicamente con le nostre orecchie perdendoci nel confine tra terra e cielo della Sistina. La musica dell’universo è alta, lontana ma non astratta, non assente o impercettibile. Si percepisce naturalmente, nel respiro, nel rumore del mare, nel gorgogliare della sorgente, che l’ingegnere idraulico e lo scultore incanalano nell’opera di marmo per renderne assoluto il suono fluente e rigenerante: la le fontane di Roma, nel bianco barocco delle statue, sono i monumenti marmorei e quindi solidi per definizione, all’elemento per definizione fluido, che porta nel suo moto una delle voci della musica dell’universo.

Ma il canto dell’allodola nella notte veronese di Shakespeare, o la voce di straziante dolcezza dello stesso uccello nei versi di di Shelley, o il canto dell’usignolo in Keats, sono altre manifestazioni di altri timbri, altre modalità di quella voce sinfonica quanto tesa colme un a solo di Miles Davis. Tra le cui opere, capolavori come In a silent way, Quiet Nights, Nefertiti, offrono versioni prodigiose quanto assolute, notturne, (non in senso del tormento ma della quiete siderale), e manifesti tributi, fin dal titolo esplicito, a quell’irrangiungibile armonia di suono e silenzio che è, ai nostri sensi, la cifra di quel canto.

Forse nessuno come Shakespeare ne ha saputo svelare l’incanto sugli umani e l’enigma, come avviene nella Tempesta, precisamente attraverso la figura di Ariel. Il giovane Ferdinando si sveglia, naufrago, su un’isola sconosciuta, ed è incantato dal suono di una voce fatata, che con una melodia dolcissima e inaudita gli annuncia, per lievi enigmi, il destino suo e di suo padre, in poche parole un destino di rinascita per l’umanità. Ferdinando percepisce la natura non umana di quella voce, che si rivelerà il motore di tutte le azioni. La voce è quella di Ariel, demone dei venti, che muove invisibile le azioni e le sorti degli umani. Il problema, ora è che tutti coloro che senza dubbi hanno non solo udito ma rappresentato la musica universale sono poeti o musicisti, artisti e attori, ma la scienza? La scienza, che è differente dalla poesia ma non opposta, giunge ora a quanto i poeti hanno sempre udito e cercato di tradurre. Ha scoperto che la vita nasce dall’acqua, come tutti miti e le religioni tramandano, grazie alla fiducia loro tributata dai poeti, ora ode e cerca di di spiegare questa musica. Buon segno. Non possiamo continuare a percepire il mondo col cervello spaccato in due. L’evidenza (la musica dell’universo che sentiamo spesso in sogno, sempre nei momenti di estasi e amore), viene prima della sua prova, che però è benvenuta.


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