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Per una storia più ampia e più umana (M. Bloch, 1941)

PAPÀ, SPIEGAMI A CHE SERVE LA STORIA. La risposta di Mac Bloch, in un saggio di Diana Napoli - a cura di pfls

martedì 7 agosto 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] La storia, come sappiamo, non e’ stata a lieto fine. Nel senso, almeno, che Bloch affido’ alla penna queste considerazioni in modo chiaro e compiuto, sistematico, solo dopo il 1940, lasciando alle ultime pagine de La strana disfatta il gia’ citato mea culpa degli storici per non averlo fatto prima e non riuscendo nemmeno a terminare l’Apologie.
Ed egli stesso si decise infine ad entrare nella Resistenza, per cercare altri modi, diversi da quelli dell’erudito, per ricomporre una (...)

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> PAPA’, SPIEGAMI A CHE SERVE LA STORIA. --- L’uso pubblico di una disciplina che resiste al caos della rete (di Giovanni De Luna)

domenica 1 novembre 2015

Storia

L’uso pubblico di una disciplina che resiste al caos della rete

di Giovanni De Luna (la Repubblica, 01.11.2015)

Uno storico che parla in prima persona, che si propone con la consapevolezza che i gesti e le parole sono parte essenziale della sua lezione esattamente come i contenuti che sviluppa, è uno che ha accettato di scendere nella grande arena dell’uso pubblico della storia, raccogliendo una sfida che ha come posta in gioco la capacità di costruire quelle rappresentazioni del passato in grado di diffondere sapere storico. Da questo punto di vista, sembra quasi che restituire una faccia e un corpo agli storici sia una reazione all’impalpabilità del web, a una virtualità che ha progressivamente disincarnato la storia per consegnarla in maniera confusa e dimessa al mondo piatto e grigio della rete.

Riguardo alla televisione, la rottura con i ruoli tradizionali è stata ancora più drastica. Gli inizi erano stati tutt’altro che promettenti, con l’accusa alla Tv di impoverire il senso del tempo e della storia nell’uomo moderno scagliata da chi vide (Mac Luhan) l’epoca del villaggio globale contrassegnata da una marcata contiguità tra luoghi e culture che in precedenza apparivano lontanissime tra loro, avviluppate da un tempo diafano, sottile, appiattito sull’istante, da consumarsi febbrilmente e voracemente.

Questo non impedì ad alcuni storici prestigiosi di transitare direttamente dall’accademia ai palinsesti della Tv: in Francia, alla fine degli anni Settanta, Fernand Braudel e George Duby collaborarono assiduamente a fortunate serie televisive, ispirandosi ai temi della loro produzione scientifica. In quelle esperienze, però, non si avvertiva nessuna consapevolezza delle implicazioni insite nel passaggio dalla scrittura all’audiovisione: trasportare di peso nell’universo televisivo le regole stilistiche e argomentative del racconto scritto non era certamente la soluzione più adatta per alimentare un fecondo interscambio.

I due mondi restarono sostanzialmente separati alimentando, da un lato, l’indifferenza o il disprezzo di quelli che consideravano l’apparire in Tv una gravissima infedeltà nei confronti della propria disciplina, dall’altro, il senso di delusione di quelli che avevano accettato di collaborare e che, abituati a comunicare attraverso la parola scritta, si erano trovati smarriti rispetto ad un altro tipo di linguaggio, fatto di immagini, parole, musica, e di un diverso senso del tempo e del ritmo.

Oggi tutto questo appare superato e tra gli storici si è diffusa la consapevolezza che si possa utilizzare anche la Tv per raccontare la storia in modo efficace e credibile. Consapevolezza confermata dal successo che ha una trasmissione come “Il tempo e la storia” che la Rai ha scelto di trasmettere su una rete generalista in una fascia oraria in precedenza occupata da una soap opera.

La sfida per uno studioso è acquisire familiarità con le specificità del modello narrativo televisivo e confrontarsi con le possibili contaminazioni tra questo e quello del racconto storico tradizionale, in una sintesi che offra allo storico uno strumento originale, in grado di sciogliere le contraddizioni e i dubbi del passato. Il crocevia di questo passaggio sembra essere proprio la personalizzazione del suo ruolo. Perfino nei manuali (roccaforti della tradizione) sono comparse le fotografie degli autori, quasi a volere dare alla parola scritta il tono colloquiale e disteso dello studio televisivo e rendere riconoscibile un’autorialità anche fisicamente palpabile.

Resta una considerazione sul tributo che la storia e gli storici pagano a uno spirito del nostro tempo segnato da una progressiva individualizzazione delle forme in cui la cultura viene prodotta e viene consumata. La storia, uscita dall’accademia, si è imbattuta in questa deriva, ne è stata avvinta, conquistata e ha preteso che gli storici offrissero al pubblico anche i loro vissuti e la loro personalità.

D’altronde lo aveva scritto tanti anni fa Edward Carr: leggendo un libro di storia occorre innanzi tutto prestare attenzione allo storico, per «sentire che cosa frulla» nella sua testa: «Se non sentiamo niente, o siamo sordi o lo storico in questione non ha nulla da dirci».

L’autore, storico, è consulente scientifico della trasmissione “Il tempo e la storia”


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