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Paleolitico. Prima dell’Homo Sapiens ...

ISOLA DI FLORES (INDONESIA). L’Homo floresiensis, soprannominato Hobbit. Una nuova specie, svelato il "mistero" - a c. di Federico La Sala

domenica 23 settembre 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] L’Homo floresiensis, così lo hanno chiamato i ricercatori dal nome dell’isola, risale all’ultimo Pleistocene. Niente anomalie fisiche o difetti di crescita, quindi, ma una specie a sè. Si chiude così - almeno per il momento - il dibattito: l’Homo floresiensis discenderebbe, quindi, da un ominide diffusosi prima dell’Homo Sapiens, di quello di Neanderthal e dei loro più comuni progenitori [...]

Science: diverso sia dall’uomo di Neanderthal che (...)

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> PALEO-ANTROPOLOGIA. SUD AFRICA. “Nuova specie di ominidi”. L’Homo naledi è stato scoperto in una caverna ed è subito mistero.

venerdì 11 settembre 2015

“Nuova specie di ominidi”

Quindici piccoli antenati riemergono dal Sud Africa

L’Homo naledi è stato scoperto in una caverna ed è subito mistero

“Forse una camera sepolcrale di 2 milioni e mezzo di anni fa”

di Gabriele Beccaria (La Stampa, 11.09.2015)

Quindici antenati. Anziani, donne e bambini. Sigillati in una caverna claustrofobica del Sud Africa, come in una perfetta capsula temporale, riemergono da un oblio durato 2 milioni e mezzo di anni, forse 3, e - sostiene lo scopritore, Lee Berger - potrebbero riscrivere l’idea che abbiamo delle nostre origini.

L’evento annunciato sulla rivista «Elife» è il più grande ritrovamento di fossili mai avvenuto in Africa. E il più enigmatico: che cosa ci facevano 15 creature stipate a 40 metri sottoterra, in una grotta a cui si accede dopo 20 minuti di marcia ansimante, a volte strisciando, e dove l’entrata è un buco di una ventina di centimetri? Dal volto scimmiesco, ma con mani e piedi già sorprendentemente simili ai nostri, appartengono - ha annunciato Berger - a una nuova specie di ominidi. Specie battezzata Homo naledi, dal termine che in lingua Sesotho significa «stella»: il luogo, infatti, è noto come «Rising Star Cave» ed è a un’ora d’auto da Johannesburg.

Un’ipotesi è che siano rimasti intrappolati, da un crollo o da un’alluvione. Un’altra - la più intrigante - è che si tratti di una camera sepolcrale, il che suggerirebbe che l’Homo naledi fosse in grado di elaborare un pensiero simbolico, capacità che finora si attribuiva a ominidi molto più recenti. Uno scenario, questo, audace, ma tutt’altro che impossibile: mentre si susseguono le scoperte di nuove specie, l’idea che abbiamo dei nostri progenitori - paradossalmente - si fa più complessa. E a tratti confusa.

Non è un caso che nella piccola ma agguerrita comunità dei paleoantropologi, in cui Berger scintilla per impatto mediatico, si sia scatenato il dibattito. Dall’entusiasmo di Chris Stinger, curatore al Museo di Storia Naturale di Londra, ai dubbi di Christoph Zollikofer, antropologo dell’Università di Zurigo. Se - dichiara Berger - questo Homo è da considerarsi un «ponte» tra i primati in grado di spostarsi su due zampe (o quasi gambe) e i primi esemplari di umani, l’epoca appartiene a una fase-chiave della nostra ancora controversa comparsa ed evoluzione. Ma il futuro fa ben sperare. Quei 15 piccoli antenati - da vivi non superavano il metro e mezzo - rappresentano una miniera di informazioni e ci vorrà tempo per strappare ai 1500 pezzi in cui si sono frantumati i loro scheletri tutto ciò che racchiudono. Dalla crescita all’alimentazione, fino alle cause della morte.

Ora le ossa sono conservate in una camera blindata della Witwatersrand University, a Johannesburg. Come un tesoro, quale in effetti è. Se l’assemblaggio del primo scheletro è stata una sfida, un puzzle biologico, il recupero non è stato meno impegnativo. I resti erano ammassati in una grotta - la «Dinaledi chamber» - così piccola che riportarli alla luce ha richiesto un lampo di genio: il lavoro di scavo di sei donne, scelte non solo per la bravura, ma per la corporatura. Dovevano essere abbastanza piccole e magre da muoversi in scioltezza.

Adesso le immagini di uno degli scheletri stanno facendo il giro del mondo. E la «posa» ricorda tantissimo quella di Lucy, l’Australopithecus di circa 3 milioni e mezzo di anni fa scoperto da Donald Johanson negli Anni 70 e diventato l’icona dei nostri progenitori. Almeno fino all’arrivo di 15 temibili concorrenti.


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