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GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. Nuccio Ordine rilegge la grande opera di Bruno (e fa intravedere impensate connessioni con Dante, Boccaccio, Lessing e noi, tutti e tutte). Intervista di Maria Mantello - a cura di Federico La Sala

"Lo Spaccio de la bestia trionfante" - all’ordine del giorno!!!
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> GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. --- Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto. Enciclopedia del filosofo. «Monumenti» di carta a Bruno

domenica 15 febbraio 2015

Il sogno Bruno dell’Italia laica

Massimo Bucciantini ha scritto la storia del monumento di Campo dei Fiori dedicato al filosofo bruciato in quella piazza nel 1600. L’inaugurazione, nel 1889, fu la prima vera uscita della nazione senza timori verso la Chiesa

di Sergio Luzzatto (Il Sole-24 Ore, Domenica, 15.02.2015)

      • Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi, Torino, pagg. 392, € 32,00.

Di fotoreporter ce n’erano parecchi, quel giorno in Campo dei Fiori, anche se i loro nomi hanno poi faticato a entrare negli annali della grande fotografia: Carlo Rocchi, M.C. Sirani, T. Fabbri... La manifestazione popolare per l’inaugurazione della statua di Giordano Bruno - Roma, 9 giugno 1889 - è una delle primissime nella storia d’Italia che sia fotograficamente documentata, come nell’«istantanea» del «corteggio in via Nazionale» pubblicata di lì a poco dall’«Illustrazione italiana». In quel giorno di Pentecoste, l’Italia nuova si dà appuntamento in Campo dei Fiori, a un tiro di schioppo dal Vaticano, per celebrarsi come Italia laica. Per contestare al Sommo Pontefice di Santa Romana Chiesa non più soltanto il potere temporale, ormai cancellato da Porta Pia, ma anche il potere spirituale.

Treni speciali trasportano a Roma pellegrini laici a migliaia, da Pisa, da Napoli, dai quattro angoli di un Paese che è andato scoprendo negli anni precedenti - per effetto di un’insistita campagna d’opinione - la figura stessa di Giordano Bruno: il frate domenicano che la Chiesa della Controriforma aveva perseguitato come apostata, condannato come eretico e infine, il 17 febbraio 1600, bruciato vivo in Campo dei Fiori. Ventimila, nei calcoli della Questura, i manifestanti raccolti alla base dell’imponente statua di bronzo disegnata da Ettore Ferrari (ma sembrano di meno, a dire il vero, nel colpo d’occhio delle fotografie). Cui va aggiunta la gente affacciata alle finestre e ai balconi delle case prospicienti la piazza, romani benestanti che hanno pagato una specie di affitto giornaliero ai popolani residenti nel Campo.

Invano il cardinale Rampolla, segretario di Stato di papa Leone XIII, ha cercato di spaventare la cittadinanza prevedendo disordini di piazza, e arrivando a offrire biglietti ferroviari gratuiti a quanti volessero allontanarsi dalla capitale. La manifestazione del 9 giugno è un successo anche per l’ordine perfetto con cui le più varie delegazioni e associazioni d’Italia - consiglieri comunali, notabili provinciali, reduci garibaldini, operai mazziniani, studenti universitari - sfilano in corteo dalla stazione Termini a Campo dei Fiori.

Il tutto in un clima di festosa animazione descritto l’indomani dal cronista del «Messaggero»: «Si vendono banderuole di carta, fazzoletti con il ritratto di Giordano Bruno, busti e statuette di gesso, opuscoli d’ogni specie». «La folla sparpagliata dovunque si fa sempre piu fitta», e «tutte le classi sociali vi sono rappresentate». «Moltissime le donne» (ma anche di queste, nelle fotografie scattate quel giorno, non se ne riconoscono poi tante).

Era un sospirato punto d’arrivo, l’apoteosi d’oltretomba di Giordano Bruno. Coronava un progetto - vendicare il rogo inquisitoriale del 1600 con il più parlante dei simboli, la statua della vittima eretta nel luogo stesso del martirio - che risaliva a una dozzina d’anni prima. Nel 1876 una manciata di studenti dell’università di Roma, intraprendenti giovanotti originari delle province dell’ex Stato pontificio, si erano visti regalare l’idea da un loro amico straniero: un rivoluzionario francese per nascita e cosmopolita per vocazione, un esule della Comune di Parigi che di nome faceva Armand Lévy. Progetto abbracciato con entusiasmo da Giuseppe Garibaldi («possa il monumento da voi eretto al gran pensatore e martire essere il colpo di grazia alla baracca di cotesti pagliacci che villeggiano sulla sponda destra del Tevere»), ma poi arenatosi fra le secche della politica politicante, quali davvero non mancavano lungo entrambi i versanti dell’Isola Tiberina.

Secondo Massimo Bucciantini, che della statua di Campo dei Fiori ha scritto adesso la fascinosa storia, il progetto sarebbe definitivamente fallito senza l’intervento di un professore universitario di filosofia destinato a contare nella vicenda del socialismo italiano: Antonio Labriola. Nel 1885, fu grazie al prestigio di Labriola che una rinnovata conventicola di studenti romani poté rilanciare l’idea della statua raccogliendo adesioni - e sottoscrizioni, cioè soldi - da tutta Europa e perfino dalle Americhe. Allora il progetto perse il suo carattere più provinciale e striminzito, di goliardata anticlericale, e assunse la cifra di un omaggio internazionale alla libertà di pensiero. Quelli di Victor Hugo, Ernest Renan, Henrik Ibsen, Walt Whitman, furono soltanto alcuni tra i bei nomi che accettarono di figurare nel Comitato d’onore dell’erigendo monumento a Giordano Bruno.

Una «brunomania» - come fu sdegnosamente qualificata dai gesuiti della «Civiltà cattolica» - percorse la cultura democratica italiana negli anni a ridosso dell’inaugurazione della statua. Libri, libelli, opuscoli, saggi, biografie romanzate, commedie teatrali, opuscoli commemorativi: oltre duecento titoli nel solo biennio 1888-89. A Roma, un Consiglio comunale politicamente moderato mantenne a lungo un atteggiamento ostruzionistico. Ma a partire dal 1887, quando alla presidenza del Consiglio dei ministri assurse un ex garibaldino del peso politico di Francesco Crispi, la bilancia prese a pendere in favore degli ammiratori di Bruno. E nell’autunno del 1888, quando gli elettori della capitale elessero al Campidoglio una maggioranza liberale, le condizioni furono riunite perché il bronzo della statua potesse finalmente essere fuso.

Cammin facendo, i promotori del monumento avevano dovuto rinunciare a raffigurare Bruno - come in un primo bozzetto di Ferrari - alla stregua di un profeta trascinante, o addirittura di un avatar capitolino della Statua della Libertà montata in quegli anni tra Parigi e New York. Pur di realizzare il progetto, avevano dovuto contentarsi di un Bruno statico e riflessivo, meno apostolo che filosofo. Ma che la statua inaugurata il 9 giugno 1889 in Campo dei Fiori rappresentasse comunque una dichiarazione di guerra contro ogni verità rivelata, è quanto riusciva chiaro a tutti i cattolici d’Italia, Sommo Pontefice in testa. Il 30 giugno, in un’allocuzione davanti al Concistoro, Leone XIII tenne a ribadire come Giordano Bruno fosse stato «doppiamente apostata, convinto eretico, ribelle fino alla morte all’autorità della Chiesa». «Così dunque le straordinarie onoranze tributate a tal uomo, dicono alto e chiaro, essere ormai tempo di romperla colla rivelazione e la fede: l’umana ragione volersi emancipare affatto dall’autorità di Gesù Cristo».

Punto d’arrivo, l’apoteosi d’oltretomba di Giordano Bruno non riuscì a costituire un punto di partenza. Nei decenni successivi al 1889, l’Italia laica avrebbe perso più battaglie (sul divorzio, sul riposo domenicale, sulle opere pie, sull’insegnamento religioso nelle scuole) di quante ne avrebbe vinte. E la storia d’Italia avrebbe evidenziato - sottolinea Bucciantini - tutti i limiti di un radicalismo astratto, da salotto borghese o da cattedra universitaria, che inneggiava alla poesia della scienza e della filosofia più di quanto praticasse la prosa della riforma politica e sociale.

Alla lunga, il monumento di Campo dei Fiori rischierà di sembrare niente più che il simbolo di un’inutile fuga in avanti: il bronzeo giocattolo di un pugno di vincitori perdenti. E quarant’anni dopo il 1889, nell’Italia dei Patti lateranensi, Benito Mussolini sarà costretto a smentire pubblicamente - nel suo discorso di ratifica del Concordato, il 13 maggio 1929 - le voci secondo cui lo Stato aveva promesso alla Chiesa la demolizione del monumento di Campo dei Fiori: «Bisogna che io dichiari che la statua di Giordano Bruno, malinconica come il destino di questo frate, resterà dov’è». Non avrà bisogno, il Duce, di abbattere la statua dell’eretico. Perché a quel punto l’Italia laica sarà già in macerie, sarà già crollata sotto i colpi di mazza del clerico-fascismo.


Enciclopedia del filosofo

«Monumenti» di carta a Bruno

di Massimo Firpo (Il Sole-24 Ore, Domenica, 15.2.15

      • Giordano Bruno. Parole, concetti, immagini, Direzione scientifica di Michele Ciliberto, voll. 3, Edizioni della Normale, Firenze-Pisa, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, pagg. 2.012, € 180,00

«Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nel subirla», aveva detto ai suoi giudici Giordano Bruno dopo averne ascoltato la lettura l’8 febbraio 1600, proprio all’aprirsi di un nuovo secolo. In virtù di essa dieci giorni dopo egli fu condotto a Campo dei Fiori con la bocca chiusa dalla mordacchia perché non potesse più dire nulla, denudato e arso vivo sul rogo. Un monumento di clamorosa ispirazione massonica inaugurato nella piazza romana il 9 giugno 1889 dal sindaco di Roma Ernesto Nathan, con l’approvazione dell’allora presidente del Consiglio dei ministri Francesco Crispi, destò l’indignazione del Vaticano, dove papa Leone XIII volle trascorrere l’intera giornata in preghiera. «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse», recita la lapide sottostante, che celebra il frate nolano come martire del libero pensiero, simbolo dell’oppressione clericale, precursore di verità troppo profonde e rivoluzionarie per i tempi in cui gli accadde di vivere, cercando di farne partecipe l’Europa tutta, dall’Inghilterra della grande Elisabetta alla Praga di Rodolfo II d’Asburgo, da Tolosa a Venezia, dalla Svizzera calvinista alla Germania luterana, sempre lasciando dietro di sé una scia di libri provocatorii, di intuizioni geniali, di idee eversive, di aspre polemiche, di sospetti e di accuse.

Molto, moltissimo si è scritto di Bruno negli ultimi decenni, scavando sempre più in profondità e in molteplici direzioni nel magma incandescente della sua vita, della sua cultura, del suo pensiero, dei suoi scritti, e presentandolo anche in prospettive alquanto diverse: come potente filosofo dell’infinito, della pluralità dei mondi e dell’inesauribile creatività e vitalità della natura, o come mago ermetico e maestro di mnemotecnica e ars combinatoria, o ancora come vittima della sua tenace difesa della libertas philosophandi. Per orientarsi nel labirinto storico e storiografico dell’opera bruniana è oggi disponibile questa poderosa opera di sintesi in tre volumi, di cui uno di indici e apparati, strutturata come una sorta di enciclopedia che in circa 1.200 lemmi e oltre 2.000 fitte pagine su due colonne offre uno strumento prezioso per conoscere, comprendere, approfondire dottrine, parole, immagini, idee, concetti, uomini e luoghi in qualche modo collegati a Bruno, e solo in quanto a lui più o meno strettamente riferibili.

Basti qualche esempio tratto dalla sola lettera A, limitandomi ad alcune parole di uso poco comune: Abstrahere, Acrotismus, Adiectum, Agglutinare, Anima mundi, Annihilazione, Apparenza, Appiscentia, Appulso, Ars deformationum, Ars memoriae, Ascenso, Asinità e Asino, auriculatus, auritus e via dicendo. A ciò si aggiungano i nomi di personaggi come Valens Acidalius, Agrippa di Nettesheim, Petrus Albinus (e cioè Peter von Weisse, professore di poesia a Wittenberg), di antichi filosofi greci come Anassimene e Anassimandro, o arabi come Al Gazali, Averroé, Avicebron e Avicenna, di letterati antichi e moderni come Apuleio, Pietro Aretino e Ludovico Ariosto, di figure mitologiche come Apollo o Atteone, di studiosi moderni come Romano Amerio o Giovanni Aquilecchia.

Non v’è dubbio che la prospettiva prevalente in queste pagine sia quella filosofica, tanto da includere in essa anche un grande giurista e pensatore politico come Jean Bodin o un filologo come Ludovico Castelvetro o un genio enciclopedico come Pierre Bayle. Ed è anzitutto il Bruno filosofo (com’è giusto che sia) a emergere da queste dense pagine, ma un filosofo talora inatteso, di cui si mette in evidenza anzitutto la potenza immaginativa, il vero e proprio pensare per immagini, la creatività intellettuale, il prodigioso sforzo di confrontarsi con tutta la cultura del passato e del presente.

È di qui, del resto, che scaturisce la prospettiva unitaria e quindi la grande coerenza complessiva di questa enciclopedia bruniana, che si potrebbe dire “fatta in casa” (una casa molto attrezzata, a dire il vero, piena di risorse e ricca di porte e finestre), scaturito cioè dal lavoro collettivo di una scuola, quella di Michele Ciliberto fra l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e la Scuola Normale Superiore di Pisa, in grado quindi di offrire un’interpretazione unitaria del pensiero bruniano e della sua contestualizzazione storica. Il che facilita l’orientarsi nel labirinto delle voci, abbassa fortemente il rischio di contraddizioni, agevola la comprensione dei problemi. In tal modo la frammentazione delle voci (ineliminabile da una enciclopedia) e la pluralità a volte divergente dei punti di vista sono compensate dalla coerenza complessiva della prospettiva ermeneutica.

Non entrerò nel merito del problema della modernità di Bruno e del Rinascimento sul quale Ciliberto si sofferma nell’Introduzione, perché sono d’accordo con lui nel ritenere sostanzialmente esaurita la prospettiva burkhardtiana o gentiliana del Rinascimento come nodale punto di svolta nella nascita del mondo moderno (anche se proprio allora fu coniata la parola moderno). Il che libera Bruno dal suo ruolo paradigmatico e simbolico di vittima dell’oscurantismo papale, la cui vita si chiude profeticamente con l’aprirsi di un nuovo secolo, e agevola il compito di storicizzarlo, di collocarlo nel suo tempo, di capire il senso delle sue peregrinazioni e delle sue polemiche, del suo coraggio e dei suoi «eroici furori», del suo straordinario sincretismo culturale, del suo febbrile scrutare tra «le ombre delle idee» alla ricerca della «causa, principio et uno» e dell’«infinito, universo et mondi». Titoli di alcuni suoi libri che rivelano la potenza intellettuale del filosofo nolano, nella cui opera talora oscura e visionaria quest’opera monumentale aiuta lettori e studiosi a orientarsi e capire.


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