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> GIORDANO BRUNO --- "Tre corone per un re" (Nuccio Ordine): Enrico III il re terzista. L’opera svolta dal sovrano francese per far cessare le guerre di religione

lunedì 28 settembre 2015


Enrico III il re terzista

L’opera svolta dal sovrano francese per far cessare le guerre di religione

di Paolo Mieli (Corriere della Sera, 28.09.2015)

Enrico III (1551-1589) fu incoronato due volte: la prima come sovrano di Polonia (1573), la seconda come re di Francia (1575). Ma sul suo stemma di corone ne figurano tre, assieme alla scritta Manet ultima caelo , «L’ultima resta (ti attende) in cielo». Perché quel terzo ornamento per il capo del re, spesso dipinto come una corona di spine? Frances Yates, la studiosa inglese che a metà del Novecento è stata animatrice dell’Istituto fondato da Aby Warburg, rispose sostenendo che era, quello, un modo per dire che Enrico III, l’ultimo dei Valois, non badava alle glorie terrene, ma soltanto alla ricompensa celeste che avrebbe premiato la sua attività di sovrano. «La terza corona», scriveva Frances Yates, «simbolizza la corona spirituale che il re si sforza di meritare guidando il suo movimento religioso». Immagine e motto sarebbero legati alla «Controriforma contemplativa e non violenta» incoraggiata da Enrico in contrasto con i metodi della Ligue e dei settori cattolici più oltranzisti.

Nuccio Ordine ha adesso scritto un libro straordinario, Tre corone per un re (Bompiani), che - come si può evincere anche da un prezioso inserto iconografico con oltre centocinquanta immagini - si spinge più in là dell’interpretazione della Yates e ci racconta la storia di un sovrano che aspirò ad agire - di concerto con Elisabetta I d’Inghilterra - per porre fine alle guerre di religione. Tutto ciò in base a un’alleanza tra moderati cattolici e protestanti contro gli estremisti dei due schieramenti.

L’ultima corona, di spine, sarebbe stata il premio al «sovrano terzista» per questa complicata impresa. Compiuta, per di più, al riparo da ingerenze pontificie. Anzi, come scrive Marc Fumaroli in una prefazione colma di elogi al libro di Ordine, sancendo «l’intrinseca sacralità della regalità francese e il legame mistico che la collega direttamente a Cristo e a Dio». Impresa arricchita dal ricorso alle categorie di Machiavelli e dall’opportunità di usare, come «ambasciatore», Giordano Bruno, che ne riferirà ne Lo spaccio de la bestia trionfante (1584). Per quel che riguarda Machiavelli, furono le sue idee a raggiungere la corte francese.

Invece Bruno si mosse in prima persona. Dopo essere entrato in contatto e poi in una qualche confidenza con Enrico III - interessato in un primo tempo ad apprendere da lui le «arti del tenere a mente» (tant’è che il filosofo gli dedicherà, a mo’ di ringraziamento, il trattato di tecniche della memoria De umbris idearum ) - ed essersi fatto apprezzare per aver intuito il suo grande disegno politico, si sarebbe incaricato, o avrebbe ricevuto l’incarico, di spiegare il tutto alla regina Elisabetta: la terza corona - è il senso del messaggio - spetterà ai monarchi che sapranno fermare le guerre di religione. Il re lo nominerà lettore al Collège Royal, di cui il Collège de France avrebbe raccolto secoli dopo l’eredità. Fondata da Francesco I, «questa nobile istituzione aveva avuto soprattutto il compito di offrire agli studiosi anticonformisti quella libertà che la Sorbona non permetteva per via del suo rigido aristotelismo», puntualizza Ordine. Di lì poi Bruno si sarebbe recato in Inghilterra.

Del passaggio di Bruno da Parigi a Londra resta traccia in una lettera dell’ambasciatore inglese in Francia, Henry Cobham, del 28 marzo 1583: «Il dottor Giordano Bruno, Nolano, professore di filosofia, di cui non so garantire la religione, ha l’intenzione di passare in Inghilterra». Inghilterra nella quale il «Nolano» non farà fatica ad entrare nelle grazie della regina. Giordano Bruno nel De la causa, principio et uno scriverà un elogio di Elisabetta grazie alla quale, solo il Tamigi, a differenza di tutti gli altri fiumi d’Europa insanguinati dalle guerre di religione («irato il Tevere, minaccioso il Po, violento il Rodano, sanguinosa la Senna, turbida la Garonna, rabbioso l’Ebro, furibondo il Tago, travagliata la Mosa, inquieto il Danubio»), era riuscito a scorrere «sicuro e gaio».

Nuccio Ordine, come spiega Fumaroli, ci guida in una spedizione antropologica alla scoperta di un’epoca di grande intelligenza, in cui non ci si domandava se i simboli facessero effetto o meno, «ma se la loro pregnanza poliedrica e polisemica bastasse a se stessa». Comunque, in questo contesto, «la questione della terza corona investe sul piano politico soprattutto i rapporti con l’Inghilterra... Il sogno di un terzo regno, infatti, viene accarezzato già a partire dal 1572, quando, su un piano strettamente diplomatico, si avviano le trattative per sancire l’alleanza tra le due monarchie, quella francese e quella inglese, attraverso il tanto discusso matrimonio di Francesco d’Alençon, il “terzo principe”, con Elisabetta I». Ecco che la «terza corona» sarebbe la realizzazione «dell’antico sogno di vedere tre regni governati dai tre eredi di Enrico II».

Nuccio Ordine mette in grande risalto un evento che segnò profondamente la Parigi dei Valois: il 15 ottobre del 1581 nella grande sala del Petit-Bourbon, la corte assiste alla più spettacolare delle feste date in onore del matrimonio tra il duca Anne de Joyeuse e Marguerite de Vaudémont, sorella della regina di Francia Louise de Lorraine. Per questa importante occasione, Enrico III aveva affidato a Balthasar de Beaujoyeulx assieme al poeta Nicolas Filleul (signore de la Chesnaye), al compositore Lambert de Beaulieu e al pittore Jacque Patin, l’incarico di organizzare il Balet comique de la Royne. Cinque ore e mezza di spettacolo, dalle dieci di sera alle tre e mezza del mattino, con brani musicali, versi, danze, canti, scenografie d’effetto e una sezione finale in cui venivano presentate 18 imprese.

Balthasar de Beaujoyeulx è in realtà il compositore italiano Baldassarre Baltazarini di Belgioioso, grande violinista che si era trasferito in Francia a metà del Cinquecento, grazie all’appoggio di Charles de Brissac, governatore e luogotenente generale del Piemonte. Qui lo avevano notato Enrico II e Caterina de’ Medici e dopo pochi anni era stato promosso a valet de chambre del re. Status che, in seguito alla morte di Enrico II (1559), aveva mantenuto al servizio di Caterina de’ Medici e di Maria Stuarda (quest’ultima era moglie di Francesco II, succeduto a Enrico II sul trono francese, dove sedette solo per pochi mesi tra il 1559 e il 1560). E, a proposito di Maria Stuarda, va ricordato che anche lei ebbe sul suo stemma tre corone, quella di Francia, quella di Scozia e, in cielo, quella d’Inghilterra: probabilmente, come è ben argomentato da Nuccio Ordine, fu a lei e alla sua «impresa» che si sarebbe ispirato Enrico III.

Ma torniamo a Beaujoyeulx, il quale era rimasto anche a fianco di Carlo IX (che aveva dieci anni quando divenne re nel 1560, tant’è che fu la madre, Caterina, a prendere in pugno le redini del regno), poi di Enrico III che, come si è detto, sarebbe stato dal 1574 al 1589 l’ultimo sovrano dei Valois. In altre parole, è qualcosa di più di un compositore di corte, è un personaggio di prima grandezza, implicitamente autorizzato ad esprimere le idee politiche dei sovrani che si avvalgono della sua esperienza. Il suo balletto costituisce un avvenimento di grande importanza politica. Il re di Spagna ne è tenuto informato dettaglio per dettaglio e lo stesso vale per la regina Elisabetta d’Inghilterra, che si fa descrivere dall’ambasciatore Henry Cobham anche i più minuziosi particolari di quel che è andato in scena. «Non si tratta certo di una curiosità puramente mondana», precisa l’autore.

Roy Strong in Arte e potere. Le feste del Rinascimento 1450-1650 (il Saggiatore) ha mostrato come, nella Francia delle guerre di religione, le feste di corte divennero «preziose occasioni politiche per risolvere i conflitti e favorire la pace tra fazioni nemiche». E Pierre Champion ha scritto che quelle «feste erano destinate tanto a mitigare i cuori quanto a ravvicinare le opinioni discordi». «In un mondo continuamente agitato dalle guerre di religione», sottolinea Ordine, «le feste diventano l’occasione per porre in risalto le straordinarie risorse di un regno in cui si trovano in abbondanza non solo coraggiosi soldati». Ma anche «grandi e sensibili spiriti», protesi a cercare equilibri di pace.

È interessante notare come nella rappresentazione compaiano riferimenti (ancorché non espliciti) al Principe di Niccolò Machiavelli. Laddove Enrico III, presentato come il «nuovo Giove», viene spalleggiato dalla regina madre e prende il ruolo che nella mitologia greca fu di Chirone, il centauro che aveva avuto come allievi - tra gli altri - Achille, Aiace, Enea, Eracle, Giasone e Teseo. Chirone è la perfetta sintesi tra la natura umana e quella ferina, le quali devono essere in grado di temperarsi l’una con l’altra. «Alla necessità di muoversi tra i contrari», spiega Ordine, «si aggiunge l’obbligo di saper dosare i farmaci (“rimedi”) per curare le malattie che funestano lo Stato». Tra i suoi allievi, in effetti, Chirone conta, oltre a quelli di cui si è detto, anche Esculapio (Asclepio), dio della medicina. E, per Machiavelli, l’arte della politica è soprattutto un rimedio, una cura dei mali, una difesa dalla disgregazione e dalla rovina.

Dunque, un Enrico III medico e politico. «Non a caso la fabula troverà il suo lieto fine proprio nell’intervento diretto del re di Francia, valoroso vincitore degli inganni e dei misfatti perpetrati dalla maga Circe». Ed è qui che torna il tema del «nuovo Giove»: il re di Francia si batte contro Circe per far ritornare l’età dell’oro e della giustizia. L’allegoria di Circe, ha scritto Jean Seznec in La sopravvivenza degli antichi dei (Boringhieri), «sembra potersi riferire in parte a ciò che è divino e soprannaturale e in parte a ciò che è naturale e morale». La maga partecipa delle due nature che l’hanno generata, il Sole e l’Oceanide Perseide. «Il Sole», prosegue Seznec, «naturalmente è la causa efficiente della procreazione di ogni cosa quaggiù con l’aiuto dell’umidità che deriva dalle acque che sono nelle vene della terra e lo stesso Sole significa allegoricamente la chiarezza e la luce della verità e scintilla divina che brilla nelle nostre anime», mentre il mare «nutre e produce il mantenimento del piacere». Di conseguenza «non sarà del tutto irragionevole ritenere Circe il piacere in generale che regna e domina su tutto ciò che ha vita ed è unito al divino e al terreno e produce effetti molto diversi conducendo gli uni alla virtù e gli altri al vizio». All’inizio della «commedia» la maga incanta e fa suoi prigionieri Mercurio e le ninfe. Subito dopo, Giove, Minerva e le Virtù preparano la sconfitta di Circe.

È in questi momenti che il Balet mette in scena «il conflitto tra la mutazione e la permanenza, tra la ragione e le passioni, tra l’essere e l’apparire, tra i vizi e le virtù». Spetta a Giove il compito «di ristabilire un ordine naturale e politico sconvolto dagli incantesimi di Circe», la quale si rende conto di aver perso la partita quando vede intervenire il padre degli dei (Giove-Enrico III) scendere in campo personalmente per difendere la Giustizia. Di qui si passa alla missione politica.

Dal libro di Ordine emerge come Giordano Bruno intendesse assegnare al re di Francia, mai apprezzato dagli storici quanto avrebbe meritato, «proprio quella triplice corona che sulla terra il supremo rappresentante della Chiesa di Roma riteneva di poter amministrare da solo». Con una sostanziale differenza, però: «La corona spirituale doveva rimanere in cielo in quanto idea, inviando sulla terra quelle corone di cui i re sapienti (come Enrico III ed Elisabetta I) si sarebbero serviti, all’interno di un orizzonte tutto mondano, per rafforzare la pace e cementare la coesione sociale».

È sufficiente rileggere gli elogi destinati nello Spaccio a Enrico III e Elisabetta I per ritrovare tra i due sovrani una serie di punti comuni: entrambi «aspirano alla pace, promuovono una politica di equidistanza dai settarismi religiosi e manifestano apertamente il loro amore per la giustizia e per il sapere». Per Elisabetta le cose furono relativamente più semplici. Il re di Francia, invece, costretto a confrontarsi con una situazione molto più difficile e turbolenta, dovette faticare non poco per provare «con tutti i mezzi ad opporsi alle fazioni rivali, mantenendo una posizione di equidistanza tra l’estremismo cattolico della Ligue e quello protestante degli ugonotti». Adattando alle nuove esigenze una strategia già inaugurata da sua madre, Caterina de’ Medici, all’indomani della morte di Enrico II: quella Caterina che «nella più totale indifferenza religiosa, bilanciava le forze rivali accordando concessioni e riconoscimenti giuridici solo in funzione degli immediati interessi della monarchia». Lo stesso fece Enrico III. E quello della cultura era il campo ideale per diffondere la sua idea di un mondo nuovo che andasse oltre le guerre di religione e consentisse alla Francia di non esserne travolta.

L’opera di un poeta ostile alle fazioni estremiste e perciò molto amato dalla famiglia del re, Pierre de Ronsard, fu tradotta in inglese e utilizzata a Londra «per mettere in rilievo le disastrose conseguenze delle guerre civili». Certo, questo avveniva dopo che erano stati censurati i passaggi antiprotestanti. Ma ciò non ha importanza. L’importante è che le pagine di un letterato cattolico poterono essere utilizzate in un ambiente protestante «che lottava a favore di soluzioni pacifiche e contro i fanatismi religiosi». Forse il significato più recondito della corona dell’ultimo re Valois sta appunto nell’essere «terza».


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