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Eu-ropa ed Eu-angelo. Una Riforma cosmologica ...

GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. Nuccio Ordine rilegge la grande opera di Bruno (e fa intravedere impensate connessioni con Dante, Boccaccio, Lessing e noi, tutti e tutte). Intervista di Maria Mantello - a cura di Federico La Sala

"Lo Spaccio de la bestia trionfante" - all’ordine del giorno!!!
venerdì 2 novembre 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Essere relativisti, secondo una vulgata costruita ad uso e consumo dei dogmatici, vorrebbe dire mettere tutto sullo stesso piano, rinunciare alla ragione, disprezzare la scienza, coltivare l’irrazionalismo, discreditare l’universale, negare l’esistenza di ogni valore. Un identikit nel quale nessuno degli oppositori delle “chiese” e i dei loro dogmi, munito di buon senso, si riconoscerebbe. Come si può essere sostenitori della verità assoluta e poi proporre un dialogo (...)

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> GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. ---- A Nola, fino al 19 aprile, la prima biennale di studi bruniani. Elogio dell’incertezza: l’intervento di Giulio Giorello.

venerdì 17 aprile 2009


-  La Biennale di studi su Giordano Bruno: astrofisica e filosofia alla ricerca dei modi di penetrare i segreti dell’universo

Elogio dell’incertezza, prima Biennale di studi bruniani.

-  Studi bruniani e libero pensiero
-  Continua a Nola fino al 19 aprile

-  Elogio dell’incertezza: è l’insoddisfazione che muove la scienza

-  Ogni teoria è provvisoria e passibile di smentita perciò è vitale che le tesi eretiche si facciano avanti

-  L’intervento di Giulio Giorello anticipato in questa pagina è previsto per oggi alle 18 nell’Aula Magna del Seminario arcivescovile, dove, sul tema «Liberi di scegliere. Lo Stato tra ragione e religione», interverrà anche Edoardo Boncinelli. I relatori saranno introdotti da Nuccio Ordine, presidente della fondazione Giordano Bruno. Per informazioni: www.fondazionegiordano­bruno.org.

-  È uscito il secondo tomo di Opere mnemotecniche di Giordano Bruno (Adelphi, pp. LXXVI-992, e 80), edizione diretta da Michele Ciliberto e curata da Marco Matteoli, Rita Sturlese, Nicoletta Tirinnanzi.

-  di Giulio Giorello (Corriere della Sera, 17.04.2009)

«Vorrei proprio sapere quale sia la legge o il compito di queste stelle e di questi globi», dotati di «moto incessante» come delle «palle erranti», le quali «emettono e ri­cevono l’una nei confronti dell’altra raggi di luce e influenze benefiche». Verso il 1617 così scriveva il copernicano Mark Ridley. Pochi an­ni dopo, nel Saggiatore (1623) Galileo Galilei, di fronte al proliferare di «sistemi» che pretendevano tutti di spiegare «come vanno i cieli » (Tolomeo, Copernico, Tycho Brahe, ecc.) rivendica il diritto a «desiderare la vera costituzione dell’universo», con un tono che assomiglia al linguaggio dell’eros. L’amore per la conoscenza doveva portarlo davanti al Sant’Uffizio, che l’avrebbe costretto all’abiura (1633). Più di trent’anni prima, con maggiore coerenza filosofica, Giordano Bruno aveva affrontato il rogo (1600). Era stato proprio lui a smantellare la distinzione aristotelica tra fisica terrestre e celeste, a teorizzare la relatività del movimento, a sostenere, prima di Galileo, la rotazione del sole attorno al proprio asse.

Certo, anche se esortava a fondare «il principio della scienza sulla considerazione dei rapporti intercorrenti tra gli oggetti e sulla concordante testimonianza dei sensi», il Nolano non era uno scienziato nell’accezione moderna del termine e neanche un filosofo della natura come Galileo: niente apparati sperimentali, niente strumenti tecnologici come il telescopio e la sua matematica (diversamente da quella galileiana) era piuttosto una «matemagica » (per dirla... con Paperino).

Il Dio di Bruno, «infinito nell’infinito», è «dovunque in tutte le cose». Ecco perché il desiderio è insieme mancanza e tensione: come si legge in una pagina del De immenso (1591), «l’inda­gine e la ricerca non si appagano nel conse­guimento di una verità limitata e di un bene definito». Non c’è essere umano che non vo­glia abbracciare la totalità: ma come Narciso rischia di affogare nell’acqua cercando inva­no di afferrare la propria immagine. I dogma­tici di tutte le risme si accontentano della par­te per il tutto e troppo spesso si compiaccio­no della ristrettezza delle loro idee. I veri filo­sofi, invece, sanno che ogni conquista è prov­visoria. Questa perpetua insoddisfazione è il nucleo della loro libertà, per la quale possono anche rinunciare alla vita.

Karl Popper, teorico del carattere sempre ri­vedibile della conoscenza scientifica e del­l’apertura al nuovo per qualsiasi società libe­ra, ha dichiarato una volta che la filosofia è in fondo cosmologia. Il filosofo novecentesco non aveva in mente solo la lezione della scien­za galileiana, ma anche le scoperte che, nel XX secolo, avevano indicato come il cosmo ab­bia una storia. Ha scritto l’astrofisico Martin Rees in Prima dell’inizio (Raffaello Cortina, pp. 382, e 25): «Possiamo risalire nell’evolu­zione dell’universo fino al suo primo secondo di vita... io, personalmente, sarei disposto a scommettere dieci contro uno che ogni cosa che osser­viamo ha avuto il suo inizio in una palla di fuoco estrema­mente compressa, assai più calda del sole». Questa teo­ria, detta del Big Bang, era eresia nella prima metà del secolo scorso e oggi costitui­sce invece l’ortodossia scienti­fica; anche se, come aggiun­ge Rees, «c’è ancora una mi­noranza che non sarebbe tan­to d’accordo».

Intervistando Popper, nel­l’estate 1986 (il testo è stato poi pubblicato sul numero 15 della rivista Panta, 1987) gli chiesi cosa pensasse di tutta quanta la vicenda. Negli anni Venti del Novecento non po­chi astronomi si erano dedi­cati all’analisi della luce pro­veniente dalle galassie. Attra­verso un prisma, questa pote­va venire scomposta in uno spettro di vari colori e l’ameri­cano Edwin Hubble constatò che le lunghezze d’onda era­no più lunghe, cioè spostate verso il rosso, a paragone di quelle misurate in laborato­rio o in spettri di stelle della nostra galassia (la Via Lattea). Congetturò pure che tale spo­stamento verso il rosso (o re­dshift) dovesse essere proporzionale alla di­stanza delle galassie e formulò infine l’ipotesi che esse dovessero allontanarsi da noi (e cia­scuna da ogni altra) con velocità proporziona­le alla distanza. E qui stava, per Popper, il noc­ciolo della questione. «Come sappiamo che tali galassie sono tanto distanti? Lo sappiamo attraverso lo spostamento verso il rosso. Co­me calcoliamo la velocità di espansione dell’universo? La ricaviamo calcolando la di­stanza e vedendo poi quale sia la relazione tra la distanza e lo spostamento verso il ros­so... Hubble aveva introdotto metodi di misurazione della distanza di galassie non mol­to lontane che erano indipen­denti da tale redshift. Ma se si estende il metodo di calco­lo da queste galassie alle altre si cade in un ragionamento circolare». Se l’ortodossia ver­sa in queste condizioni, per­ché non ridare voce all’ere­sia? Per Popper chi era con­vinto della teoria del Big Bang doveva continuare a uti­lizzarla; ma era importante che altri cosmologi si facesse­ro avanti con teorie alternati­ve.

Halton Arp, astronomo americano, che a suo tempo è stato discepolo di Hubble e ora è «esule» in Europa, ha fatto sua, per così dire, l’esor­tazione del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: «È aperto a tutti quanti. Viva la libertà». Popper approvava. La comu­nità degli «esperti» no. Arp ha davvero «visto rosso», co­me recita il titolo della sua ul­tima fatica ( Seeing red, ora edito in Italia da Jaca Book, pp. 387, e 40,80). Lungi dal mostra­re che l’universo si espande, gli spostamenti verso il rosso per Arp rifletterebbero invece l’età degli oggetti cosmici, come le galassie che hanno ormai preso nel dibattito il posto delle palle erranti di Ridley. Riprendendo idee alternative al Big Bang, Arp sostiene che i mattoni dell’Universo, le particelle elementa­ri, variano nel tempo. In breve, redshift eleva­to vuol dire semplicemente giovinezza dell’og­getto cosmico pertinente.

Non entro in merito alla validità delle tesi di Arp. Ovviamente, nessuno ha mai visto un atomo crescere o un elettrone acquistare mas­sa nel tempo! Penso però che la provocazione di Arp sfidi quell’abitudine intellettuale per cui «la nostra minuscola porzione di spazio e di tempo sarebbe rappresentativa del tutto». Ma non è questa la radice del narcisismo di cui parlava Bruno quattro secoli fa? Nel pre­sentare il volume di Arp al pubblico italiano, Enrico Biava invoca uno «spirito di tolleranza per chi nutre opinioni diverse». Di mio, ag­giungo che ciò deve valere anche e soprattut­to se l’opinione «emarginata» ci sembra erro­nea e le ragioni militano a favore dell’ortodos­sia! È solo così che possiamo riconoscere nel conflitto delle opinioni un’occasione per an­dar oltre il vecchio pessimismo biblico: «Nul­la di nuovo sotto il sole». Come hanno mostra­to l’astronomia dei tempi di Bruno e di Gali­leo o il dibattito cosmologico dopo Hubble, molte novità sono comparse, per così dire, sia sopra che sotto la nostra stella.


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