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Eu-ropa ed Eu-angelo. Una Riforma cosmologica ...

GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. Nuccio Ordine rilegge la grande opera di Bruno (e fa intravedere impensate connessioni con Dante, Boccaccio, Lessing e noi, tutti e tutte). Intervista di Maria Mantello - a cura di Federico La Sala

"Lo Spaccio de la bestia trionfante" - all’ordine del giorno!!!
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[...] Essere relativisti, secondo una vulgata costruita ad uso e consumo dei dogmatici, vorrebbe dire mettere tutto sullo stesso piano, rinunciare alla ragione, disprezzare la scienza, coltivare l’irrazionalismo, discreditare l’universale, negare l’esistenza di ogni valore. Un identikit nel quale nessuno degli oppositori delle “chiese” e i dei loro dogmi, munito di buon senso, si riconoscerebbe. Come si può essere sostenitori della verità assoluta e poi proporre un dialogo (...)

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> GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO. ----- Bruno scrive che "tutti i vincoli si riconducono al vincolo d’amore, ne dipendono, riposano in esso (...). SAVERIO ANSALDI: LUCREZIO, BRUNO E LA "POLITICA DELL’AMORE".

domenica 20 aprile 2008

RIFLESSIONE. SAVERIO ANSALDI: LUCREZIO, BRUNO E LA "POLITICA DELL’AMORE" *

Scrive Giordano Bruno nel De Immenso, mentre il XVI secolo volge ormai al termine: "Quando, in estate, cadono dall’aere gocce di pioggia sulla Terra infuocata, battuta dall’Apulo e dal Libico, dalla polvere incotta nasce repentinamente la rana e uguaglia il numero delle gocce, tanto che tu potresti credere, mirando al suolo, che tante rane siano cadute dal cielo (...). Tale e’ l’origine del serpente, del pesce, del topo, della rana gracidante, tale quella del cervo, della volpe, dell’orso, del leone, del mulo e dell’uomo". Di qui una visione del progresso dell’umanita’ fondato sull’attivita’ pratica e sulla conoscenza naturale, che Bruno e Lucrezio, poeti-filosofi, condividono. La civilta’ e’ sempre il risultato di una lotta e di una conquista, dal momento che l’uomo non gode di alcun privilegio metafisico e morale in un universo infinito in perenne trasformazione.

Lucrezio e’ una fonte e un punto di riferimento filosofico costante del pensiero di Bruno. Il De rerum natura e’ citato sia nei dialoghi italiani che nelle opere latine. Gli aspetti principali del pensiero di Lucrezio presenti in Giodano Bruno possono essere chiaramente identificati. In primo luogo troviamo una teoria dell’atomo e del "minimo" come parti originarie e costituenti della materia. Questa teoria si innesta su una concezione dell’infinito fisico e cosmologico che implica a sua volta una critica del cosmo finito di derivazione aristotelica. Un altro punto essenziale riguarda la teoria di un’antropogenesi spontanea, vale a dire la nascita del genere umano a partire dai processi di aggregazione naturale degli atomi. Per Bruno, come per Lucrezio, l’umanita’ costituisce una forma di vita fra le altre, sorta per effetto dei fenomeni naturali.

L’infinito materiale della vita

Dei molti temi che caratterizzano l’uso bruniano del De rerum natura, tuttavia, uno merita di essere messo in luce con particolare attenzione. Si tratta della concezione dell’amore, che prende forma in Bruno a partire da un doppio movimento filosofico: da una parte, la tradizione platonica e neoplatonica (Marsilio Ficino e Leone Ebreo), dall’altra Lucrezio. Vale a dire che Bruno riunisce, in una sintesi originale, una visione puramente materialistica dell’amore, come quella lucreziana, e una visione animistica, quale si riscontra nei grandi autori neoplatonici del Rinascimento italiano.

Il risultato di questa sintesi teorica e’ cio’ che potremmo definire una "politica dell’amore", che Bruno sviluppa in una delle sue ultime opere, il De vinculis del 1591. Qui, Bruno scrive che "tutti i vincoli si riconducono al vincolo d’amore, ne dipendono, riposano in esso (...) E’ infatti manifesto che l’amore costituisce il fondamento di tutti gli affetti: chi non ama niente non ha di che temere, sperare, gloriarsi, insuperbirsi, osare, disprezzare, accusare, scusare, umiliarsi, emulare, adirarsi e aprire la porta ad altri esempi del genere. La materia ha dunque ampio campo; (...) e questa riflessione non si deve giudicare troppo lontana dalle norme della vita civile, dal momento che e’ straordinariamente piu’ estesa di quanto attiene alla mera norma della vita civile".

Nel quadro della filosofia politica del Rinascimento, quella di Machiavelli s’intende, le affermazioni di Bruno sembrano prive di senso: l’orizzonte della politica e’ quello dell’interesse, del conflitto e della guerra, dell’uso della forza e dello scontro. Potremmo quasi dire che Bruno non coglie i fondamenti reali della politica e che probabilmente intende parlare d’altro. Ma in realta’ si tratta di comprendere il senso esatto della sua nozione: che cos’e’ e su cosa si fonda una "politica dell’amore"? Quali i suoi principi e i suoi presupposti? L’azione politica, per Bruno, poggia innanzitutto sulla materia vivente che costituisce la trama dell’universo infinito. Il "modello" della vita politica e’ rappresentato dall’universo infinito materiale, attraversato dalla potenza inesauribile della vita. E la vita cosmica non e’ altro che amore, poiche’ tutte le cose che vivono nell’universo infinito sono "vincolate" e strette le une alle altre dalla forza dell’amore. L’amore e’ la potenza cosmica che connette tutti gli esseri dell’universo, dai pianeti alle stelle, dai vegetali all’uomo. Per Bruno, che riprende qui Marsilio Ficino, la potenza dell’amore e’ una vera e propria possibilita’ permanente di trasformazione e di metamorfosi: l’amore e’ una forza che rigenera e rinnova, e’ la resurrezione immanente della natura infinita. Perche’, allora, la materia vivente e "amorosa" diventa il modello della vita politica? Perche’ si tratta per Bruno di riprodurre, nella politica e nella vita civile, i vincoli d’amore che legano gli esseri nell’universo infinito.

Questo il significato straordinario della sua tesi, per cui la finalita’ della politica consiste nel perfezionare in modo esponenziale la potenza della natura umana, pratica e teorica, definita dai vincoli d’amore. Quei vincoli, cioe’, che costituiscono le metamorfosi "sociali" e che permettono le trasfomazioni incessanti della natura umana, secondo i ritmi e le variazioni della natura infinita. Il fine della politica si trova proprio nella necessita’ e nell’imperativo di favorire al massimo le possibilita’ di metamorfosi e di trasformazione dell’uomo e della sua natura. Ecco perche’ il "vincolo sociale" non puo’ essere altro che un vincolo d’amore, vale a dire un processo di cambiamento fondato sulla rigenerazione permanente delle forme della vita umana: affettive, economiche, giuridiche.

La politica non deve difendere un ordine naturale originario e normativo o promuovere un vitalismo primitivistico cosi’ come elaborato dal filosofo conservatore Oswald Spengler; essa deve piuttosto costruire un "mondo" all’interno del quale la natura umana possa vivere affermando ed esprimendo tutte le sue possibilita’ e tutte le sue potenzialita’. Le metamorfosi della natura umana costituiscono in tal senso la sola e unica "utilita’" della vita politica: la potenza umana e’ "utile" quando vive e si nutre dei vincoli d’amore. L’"uso" della vita umana - ed e’ questo probabilmente l’aspetto piu’ sovversivo del pensiero di Bruno - non rimanda all’ordine trascendente dell’agostiniana "citta’ di Dio" o all’ordine legale del "dio mortale" di Hobbes. Si radica invece nel ritmo incessante delle metamorfosi infinite della materia vivente, con le sue variazioni e le sue vicissitudini. L’uso comune della vita umana e’ l’amore della metamorfosi, e in questo amore la politica rivela la sua piu’ profonda e legittima utilita’.

La politica deve quindi essere all’origine di una "vita nuova", di un uso della vita umana come resurrezione materialistica dei corpi e delle menti, attraverso l’amore dei vincoli comuni che ci legano gli uni con gli altri.

Vincoli che non sono propri dei soli esseri umani. Tutti gli esseri naturali sono uniti dall’amore cosmico. L’utilita’ della politica deve quindi coinvolgere la "natura" nel suo complesso. Si potrebbe affermare che la politica umana, per Bruno, deve essere un effetto necessario della potenza infinita della natura; la natura non e’ "oggetto" della politica (non si tratta, con Heidegger, di prendersi "cura" della natura, o di "difenderla", con Jonas e il suo principio di responsabilita’) ma e’ piuttosto la politica a essere prodotta dalla natura infinita come infinito processo di metamorfosi.

Una luce sulla vita errante

La politica e’ solo un aspetto o un’"ombra", per utilizzare una terminologia bruniana, dell’amore infinito e della vita che si rinnova costantemente nella materia dell’universo. La vita nuova dell’amore e dei suoi vincoli e’ la legge che ogni politica dovrebbe poter applicare, poiche’ tale legge e’ l’unica forma di vita adeguata all’uso comune e giusto della natura infinita. Entro un universo ormai privo di gerarchie e di ordini trascendenti, Bruno scopre le regole di una vita nuova, "vincolata" all’utilita’ comune che non rimanda ne’ al concetto d’interesse ne’ a quello di profitto. Facendo del vincolo d’amore il solo e unico imperativo categorico della politica, Bruno mette in luce il rapporto di "cooperazione" fra la natura umana e finita da un lato e la materia infinita dall’altro, che l’azione politica deve costantemente costruire e inventare, contro ogni forma di ingerenza e di dominio, ideologico, culturale, economico o teologico.

La filosofia politica di Giordano Bruno rappresenta cosi’, all’interno della tradizione del pensiero moderno, una vera e propria "utopia", una sorta di non-luogo, estraneo tanto al nascente realismo dello Stato assoluto di Bodin e di Hobbes, quanto all’universalismo cattolico di Campanella o al progressismo scientifico di Bacon. Essa occupa una zona d’ombra, dalla quale si irradia la luce di una vita nomade ed errante, impegnata nella ricerca dei vincoli d’amore, nelle metamorfosi incessanti del mondo.

* Fonte: NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 431 del 20 aprile 2008

[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 dicembre 2007, col titolo "Metamorfosi amorosa della natura umana" e il sommario "Da oggi a Milano un convegno internazionale su ’Lucrezio nella Modernita’’. La teoria dell’atomo del filosofo e poeta latino come base di una ’politica dell’amore’, dove l’infinita potenza della vita e’ fonte di una pratica della trasformazione sociale" riprendiamo uno stralcio della relazione di Saverio Ansaldi al convegno "Lucrezio nella modernita’" svoltosi il 13 e 14 dicembre 2007 all’Universita’ di Milano-Bicocca (convegno cosi’ presentato in una nota di Nicola Marcucci dal titolo "Lucrezio, l’incontro alla Bicocca di Milano" apparsa sullo stesso foglio: "Le diverse interpretazioni moderne di Lucrezio, seppur nella loro pluralita’, sono legate da una comune condanna o, al contrario, dalla rivendicazione di una comune appartenenza, sotterranea ed eccentrica rispetto ai canoni della storiografia filosofica ufficiale. Spinoza ne ha tracciato con forza i confini: ’L’autorita’ di Platone, di Aristotele e di Socrate - scrive a un suo superstizioso corrispondente - non ha per me gran valore. Sarei stato molto sorpreso se mi aveste citato Democrito, Epicuro, Lucrezio o qualche altro atomista o sostenitore dell’atomismo’. In una altra modernita’, ma entro i medesimi confini perimetrati da Spinoza, Marx ’traduceva’ Lucrezio, nel primo libro del Capitale, sottolineando come il valore, non potendo esser creato dal nulla, fosse piuttosto trasformazione di forza lavoro e come questa fosse ’anzitutto un complesso di sostanze naturali trasformate in organismo umano’. E’ alla tante modernita’ lucreziane e alla problematica definizione di questa comune appartenenza - caratterizzata dall’antifinalismo, dalla critica alle superstizioni religiose e all’antropomorfismo, dal rifiuto della filosofia come mera meditazione della morte - che sara’ dedicato il convegno ’Lucrezio nella modernita’’...").

Saverio Ansaldi e’ docente e saggista; dalla medesima fonte riprendiamo la seguente scheda: "Saverio Ansaldi e’ professore associato di Filosofia politica all’Universita’ di Montpellier III - Paul Valery. Si e’ occupato di filosofia tedesca (Schelling), di filosofia moderna (Spinoza) e lavora attualmente sulla filosofia politica del Rinascimento italiano (Machiavelli, Bruno, Campanella). Ha pubblicato articolo e saggi su Spinoza e Giordano Bruno (Spinoza et le baroque. Infini, desir, multitude, Kime’, 2001; Nature et puissance. Giordano Bruno et Spinoza, Kime’, 2006). Ha curato l’edizione francese dei Dialoghi d’amore di Leone Ebreo (Vrin, 2006) e tradotto in italiano Spinoza e il problema dell’espressione di Gilles Deleuze (Quodlibet, 1999). E’ membro del comitato di redazione della rivista ’Multitudes’"]


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