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Europa. Italia: Roma....

DEI ROMENI, DEGLI ITALIANI E DEL GESTO DI EMILIA. Di Emilia, quella che ha fermato un autobus per denunciare il carnefice di Giovanna Reggiani. Una nota di Helena Janeczeck - a cura di pfls.

sabato 3 novembre 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Il male abbiamo preso a rappresentarlo come banalità, col male abbiamo una dimestichezza familiare. Così ci troviamo in mano il bene come residuo. E come mistero. Non bisogna essere credenti per accedere a questa scoperta che lascia più attoniti e sgomenti che pieni di speranza.
E poi quali speranze bisogna avere? Il gesto di Emilia non è servito a nulla. Giovanna Reggiani è morta. Il governo di centro sinistra ha varato il decreto sulle espulsioni ad indirizzo principale dei (...)

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> DEI ROMENI, DEGLI ITALIANI E DEL GESTO DI EMILIA. ...... "L’ordinaria convivenza ... non è un qualcosa da salvaguardare, ma da ricostruire con responsabilità e azioni comuni, di cui gli italiani devono essere i primi protagonisti". Un commento di Stefano Rodotà.

sabato 3 novembre 2007

Cronache italiane

di Gabriele Polo (il manifesto, 02.11.2007)

Forse sarebbero bastati un paio di lampioni su quella strada, per evitare a Giovanna Reggiani il buio e l’orrore in cui è stata trascinata. Non sarebbero stati necessari decreti d’urgenza e leggi speciali che trasformano un delitto individuale nell’annuncio di un repulisti di massa. E non serviranno a salvare altre future vittime.

Di certo sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana delle periferie per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone. Non serve inseguire la destra sul terreno che le è più naturale e vincente. Non servirà a cacciare le paure metropolitane e nemmeno - più in piccolo - a conquistare consensi elettorali. Servirebbe più Zavattini di «Miracolo a Milano» che Veltroni del cinema in festa.

Spesso la cronaca illumina più di qualunque analisi sociologica. E ci rimanda una società in cui la violenza è diventata la principale risposta che gli individui danno alla asperità quotidiane; in cui l’uso della forza definisce i rapporti tra le persone come tra i gruppi (anche quando si chiamano «nazioni») e, in quanto forza, fissa la gerarchia del potere tra i sessi, cui si aggrappa il maschile per rispondere alla propria crisi di egemonia, come una superpotenza un po’ traballante usa la guerra per convincersi di essere ancora in sella. Quella cronaca poi ci parla di un’altra crisi, di una politica ormai incapace di sottrarsi alla dittatura della paura umorale, per dare solo risposte che cercano di rassicurare senza cambiare, oppure di spaventare senza risolvere. Cogliendo semplicemente l’attimo, come nel delirio su possibili frotte di tifosi capitolini pronti a uscire da uno stadio per dar vita a un pogrom di massa. E, allora meglio (pensa Amato) che il pogrom lo faccia lo stato, con la sua organizzata e legale autorità. Oppure che si accentui la «prevenzione repressiva» (dice Fini) cacciandoli tutti, quei derelitti potenzialmente criminali. E ci mostra - quella cronaca - un giornalismo guerriero, incapace di riflettere o semplicemente di distinguere e raccontare i fatti, che getta tutto in uno stesso calderone e confonde: tanto tra un campo sosta e una baraccopoli che differenza fa? tanto tra un rom e un rumeno, tra quest’ultimo e tutta la Romania, c’è persino assonanza lessicale.

Forse per battere la forza delle violenze quotidiane, per sottrarsi alla paura degli umori profondi, per battere l’insicurezza che da materiale diventa esistenziale, bisogna distinguere sempre di più, segnalare e segnare le differenze. Tra i sessi, tra le classi, tra gli stessi individui, trasformando la debolezza di oggi in una mite forza di domani, basata su convinzioni e bisogni, non sui muscoli: mutuo soccorso, non più «compattezza militare». Perché se il terreno del potere non può essere che quello andato in scena tra martedì e mercoledì scorsi (su una strada e in una sede di governo), allora è meglio ripudiarlo e cercare altrove un’altra relazione comune. Vale per chi vive in una baraccopoli, come per chi siede in un parlamento.


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