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Storia della Preistoria ....

LA CIVILTA’ DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI. UNA STORIA DI ASSAI LUNGA DURATA. Un articolo di Marcel Dorigny (da "Le Monde Diplomatique", tradotto da José F. Padova) - a cura di pfls

Praticata fin dall’antichità, in Africa la tratta degli schiavi ha dato luogo a tre rami specifici. L’ultimo, organizzato da potenze europee, si inseriva in un commercio triangolare con le Americhe.
martedì 4 dicembre 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli Stati più strutturati dell’Europa moderna, è stata oggetto di una minuziosa legislazione (fiscale, commerciale, amministrativa, sanitaria). Gli archivi pubblici e privati ne abbondano e hanno permesso agli storici, da più di tre decenni, di analizzare con rigore i meccanismi messi in opera da armatori, capitani di navi, fornitori di merci destinate a servire da moneta per l’acquisto degli schiavi sulle coste africane, piantatori (...)

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> LA CIVILTA’ DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI. UNA STORIA DI ASSAI LUNGA DURATA. Un articolo di Marcel Dorigny (da "Le Monde Diplomatique", tradotto da José F. Padova) ---- Conseguwenze sull’africa delal tratta negriera (di Louise Marie Diop-Maes).

lunedì 10 dicembre 2007

Conseguenze sull’Africa della tratta negriera

La tratta dei negri ha avuto importanti conseguenze sul Continente nero, tanto sulla sua demografia quanto sulle sue strutture e sul suo sviluppo economico. Il presente ne porta le tracce.

di Louise Marie Diop-Maes, Docteure d’Etat [ndt.: il più alto dei 4 gradi di dottorato francesi] in Geografia umana, autrice di “Africa nera, demografia, suolo e storia, Presenza africana”, Ed. Khepera, Dakar-Paris, 1996.

Da Le Monde Diplomatique, novembre 2007 (traduzione dal francese di José F. Padova)

Nel XVI secolo in gran parte delle regioni dell’Africa subsahariana esistevano città rimarchevoli per l’epoca (da sessantamila a centoquarantamila abitanti o più), grandi villaggi (da mille a duemila abitanti), sovente nell’ambito di regni e imperi organizzati molto bene, e anche territori con un habitat disperso ma denso. Questo rivelano le vestigia e gli scavi archeologici e anche le fonti scritte, tanto straniere (arabe ed europee, anteriori alla metà del XVII secolo) come interne (cronache autoctone redatte in arabo, lingua della religione, come lo era il latino in Europa). Agricoltura, allevamento, caccia, pesca, artigianato molto diversificato (metallurgia, tessitura, ceramica, ecc.), navigazione fluviale e lacustre, commercio a medio e largo raggio, con monete particolari, erano molto sviluppati e attivi.

Il livello intellettuale e spirituale era analogo a quello dell’Africa del Nord nella stessa epoca. Il grande viaggiatore arabo del XIV secolo, Ibn Battuta, loda la sicurezza e la giustizia che si trovano nell’Impero del Mali. Prima dell’impiego delle armi da fuoco la tratta negriera da parte degli arabi era rimasta marginale rispetto all’attività economica e al volume della popolazione. Leone l’Africano (all’inizio del XVI secolo) ricorda che il re del Bornou (regione del Ciad) organizza solamente una volta all’anno la spedizione per catturare schiavi (1).

A partire dal XVI secolo la situazione si aggrava in misura straordinaria. I portoghesi penetrano nel Congo e, a sud della foce del fiume, conquistano l’Angola, attaccano i principali porti della costa orientale e li mandano in rovina, penetrano nell’attuale Mozambico. I marocchini attaccano l’impero Songhai, che resiste per nove anni. Gli aggressori dispongono di armi da fuoco, mentre i sub sahariani non ne hanno. Migliaia d’abitanti sono uccisi o catturati e ridotti in schiavitù. I vincitori s’impadroniscono di tutto: persone, animali, provviste, beni preziosi...

Regni e imperi sono smembrati, sminuzzati in principati spinti sempre più a farsi guerra allo scopo di procurarsi prigionieri che potranno essere scambiati, in particolari contro fucili, indispensabili per difendersi e attaccare. Ne conseguono spostamenti d’intere popolazioni, che provocano nuovi scontri, concentramenti in luoghi di rifugio, propagazione di uno stato di guerra latente fino nel cuore del Continente. Le razzie si moltiplicarono fino a raggiungere il numero di un’ottantina ogni anno all’inizio del XIX secolo, nel nordest del Centro Africa, secondo il letterato tunisino Mohammed El-Tounsy, che in quell’epoca viaggiò nel Darfur e nell’Ouddai (l’attuale Ciad) (2). La percentuale di prigionieri in rapporto all’insieme della popolazione aumenta quindi continuamente fra il XVII e la fine del XIX secolo e «distretti un tempo densamente popolati furono riconquistati dalla savana» o dalla foresta (3).

Una categoria sociale criminale

Tutto il tessuto socio-economico e politico-amministrativo che vi si era costituito venne progressivamente sconvolto e poi mandato in rovina. Le genti furono sovente ridotte all’autosostentamento in località difendibili, difficili da coltivare e da alimentare con l’acqua. Un enorme regresso in tutti i campi. La sorte dei prigionieri peggiorò. Fece la sua comparsa una nuova classe o categoria sociale criminale: quella dei sensali, dei guarda ciurma carovanieri, degli interpreti intermediari, dei fornitori di viveri... i «collaborazionisti» dell’epoca. Alcuni principi tentarono invano di opporsi a questo crescente commercio di esseri umani. Ma il re del Portogallo rispose negativamente alle lettere di protesta del re del Congo, Alfonso, che pure si era convertito al cristianesimo. Uno dei suoi successori fu ridotto al silenzio a mano armata. Lo stesso in Angola. La colonia francese in Senegal rifornì di armi i Mori perché attaccassero il damel [ndt.: carica equivalente a capo di Stato] (4), che rifiutava il passaggio delle carovane di schiavi [ndt.: vedi http://africamaat.com/article.php3?id_article=58&var_recherche=traite]. Fu quindi proprio l’impulso proveniente dall’esterno che provocò grande estensione e proliferazione della riduzione in schiavitù nell’Africa Nera.

All’inizio i re consegnavano soltanto i condannati a morte. Ma i portoghesi volevano quantitativi rilevanti, che si presero da sé attaccando senza altra motivazione. A partire dal 1575-1580 Dias Novais, primo governatore dell’Angola, spediva gli schiavi in ragione di dodicimila all’anno in media (5). Si tratta del doppio, a partire dalla sola Angola, di tutta la tratta trans sahariana della stessa epoca, se ci si riferisce, per esempio, alle cifre calcolate dallo storico americano Ralph Austen.

Nel secolo XVII e soprattutto nel XVIII la maggior parte degli armatori europei si dedica a questa tratta che rende moltissimo, soprattutto gli olandesi, gli inglesi e i francesi. Nella seconda metà del XVIII secolo si raggiungono quantità enormi: salvo nel periodo delle guerre franco-inglesi centinaia e centinaia di navi imbarcano da centocinquantamila a centonovantamila schiavi ogni anno (6). L’insicurezza crescente e generalizzata nella maggior parte delle regioni moltiplicò le carestie, le miserie, le malattie locali e ancor più le malattie importate, in particolare il vaiolo. Si impiantarono malattie endemiche e fiorirono le epidemie.

Razzie e guerre intestine

Occorre quindi aggiungere tutti quelli che sono morti durante gli attacchi, i trasferimenti dall’interno verso i punti di partenza e nei depositi; i suicidi e i rivoltosi uccisi al momento dell’imbarco, i morti imputabili al moltiplicarsi delle razzie e delle guerre intestine generate dagli spostamenti delle entità politiche, dalla fuga delle popolazioni, dall’accresciuta volontà di fare comunque prigionieri; i morti di fame (raccolti e riserve essendo stati saccheggiati) e per malattie di ogni genere; i morti dovuti all’introduzione delle armi da fuoco e degli alcolici adulterati, alla regressione dell’igiene e della sapienza acquisita..., tutti morti ai quali aggiungere gli schiavi e le schiave strappati al sub-continente. Si constata che questo disavanzo demografico supera largamente il numero delle nascite vitali, anch’esso forzatamente in diminuzione. E bisognerebbe ancora tenere conto dei «nati mancati». Come durante la Guerra dei Cent’anni, che fece perdere alla Francia la metà della sua popolazione,la diminuzione avviene in modo irregolare e diverso a seconda delle regioni e si accentua fortemente a partire dalla fine del XVII secolo. Dalla metà del XVIII la diminuzione complessiva fu massiccia e rapida.

È possibile calcolare questa diminuzione? Per misurare gli effetti demografici della Guerra dei Cent’anni in Francia si è paragonato il numero dei «fuochi accesi» (vale a dire delle case abitate) esistenti prima di questa guerra a quelli conteggiati in seguito. Certamente, non più che in India, qui non sono a disposizione i registri di battesimo, ma si sa, secondo quanto riferito dai viaggiatori e dagli esploratori del XIX secolo, che in Africa occidentale gli agglomerati abitativi più grandi non avevano più di trenta o quarantamila abitanti e quindi erano circa quattro volte meno importanti delle più grandi città del XVI secolo.

Secondo le medesime testimonianze, si può osservare che la differenza era ancora più grande per la popolazione rurale o per il numero dei combattenti che un principe o un capo guerriero poteva mettere in campo. Il rapporto approssimativo di quattro a uno, osservato in Africa occidentale, è rappresentativo della diminuzione dell’insieme della popolazione dell’Africa Nera fra il XVI e il XIX secolo? Dal Capo delle Palme (7) [ndt.: nell’attuale Liberia] fino al sud dell’Angola le perdite furono ancora più elevate. Gwato, il porto del Benin (attuale Nigeria), contava duemila fuochi al momento dell’arrivo dei portoghesi e non ne aveva più di venti o trenta quando vi giunsero gli esploratori del XIX secolo (8). Lo storico americano William G. Randles dimostra che la popolazione dell’Angola era stata ugualmente ridotta in proporzione molto elevata (9). D’altro canto, le regioni del Ciad sono rimaste molto bene popolate fino verso il 1890 (villaggi di tremila abitanti nel 1878).

Nell’attuale Sudan lo spopolamento comincia con la dominazione schiavista del pascià d’Egitto Mehemet-Ali, nel 1820. in Africa orientale gli altopiani, come il Ruanda e il Burundi, restano densamente popolati, circa cento abitanti per chilometro quadrato, contrariamente a quanto accadeva nella regione del lago Malawi (ex lago Niassa). In Africa del sud, a partire dalla prima metà del XIX secolo, all’azione dei Boeri (10) di decimazione delle popolazioni autoctone si aggiunge quella degli inglesi. Nell’insieme sembra ragionevole considerare che la popolazione dell’Africa Nera nel XIX secolo fosse da tre a quattro volte inferiore a quella del XVI.

Ma è possibile valutare la consistenza demografica dell’Africa Nera verso la metà del XIX secolo? La conquista coloniale (artiglieria contro fucili), il lavoro forzato multiforme e generalizzato, la repressione di numerose rivolte, la sottoalimentazione, le diverse malattie locali e, ancora, le malattie importate e la continuazione della tratta orientale hanno ridotto ancor più la popolazione che restava, nella misura di un terzo, fino al 1930. da questa data, misure amministrative e sanitarie hanno avviato la ripresa demografica che si è realizzata molto progressivamente.

Questa valutazione è stata possibile perché, con la presenza europea all’interno dei territori, certe indicazioni statistiche si sono aggiunte alle fonti narrative (11). Nel 1948-1949 in tutta l’Africa sub sahariana è stato effettuato un censimento generale e coordinato. Dopo le correzioni per difetto di rilevazioni, la popolazione è stata valutata fra centoquaranta e centoquarantacinque milioni di persone, approssimativamente. Tenuto conto dell’accrescimento registrato fra il 1930 e il 1948/49, si può stimare che nel 1930 la popolazione ammontava a 130/135 milioni d’individui, che quindi rappresentano i due terzi della popolazione approssimativa degli anni 1870-1890, valutata così in circa duecento milioni. Se ne conclude che nel XVI secolo la popolazione era dell’ordine di seicento milioni almeno (con una media di circa trenta abitanti per chilometro quadrato), secondo i risultati delle mie ricerche. Le vecchie cifre di trenta fino a cento milioni erano totalmente immaginarie, come lo dimostra Daniel Noin, ec presidente della Commissione popolazione dell’Unione geografica internazionale (12).

Insicurezza permanente e crescente

Fra la metà del XVI e la metà del XIX secolo la popolazione sub sahariana si è quindi ridotta di circa quattrocento milioni. Su questo totale, la percentuale di coloro che furono deportati, partendo dalle coste e dal Sahel, non può essere definita, a causa della rilevanza degli imbrogli e del numero molto elevato di clandestini, sia prima che dopo il divieto della tratta. Diverse fonti e ricerche portano ad aumentare di più del 50% le cifre ufficiali per quanto riguarda la tratta europea (13). Anche le stime della tratta araba sono altrettanto aleatorie. Per dare un ordine di grandezza possiamo dire che il numero, per le due tratte sommate assieme, deve porsi fra venticinque e quaranta milioni. Queste cifre sono ancora molto discusse, ma è certo che le valutazioni poco approfondite non tengono conto dell’enormità delle dissimulazioni. Per lo meno i nove decimi delle perdite totali si sono prodotte nell’Africa stessa, ciò che si spiega con la straordinaria durata di una grave insicurezza permanente e crescente sull’insieme del territorio, per il cumulo degli effetti distruttivi, diretti e indiretti, delle due tratte simultanee e sempre più violente.

Una Guerra dei Cent’anni che è durata trecento anni, con le armi della Guerra dei Trent’anni e poi dei secoli che seguirono. La conquista e l’occupazione coloniale, così agevolate, hanno incrostato l’estroversione, tanto culturale che economica, e reso particolarmente problematica la ristrutturazione dell’insieme sub sahariano e di ognuna delle sue regioni. Solamente una decina di anni fa l’Africa Nera ha riguadagnato il livello di popolamento che essa aveva nel XVI secolo, ma in modo molto squilibrato per la congestione umana nelle capitali e grandi città.

Le conseguenze delle tratte negriere sono pesanti e perniciose, ma molti non ne misurano l’importanza.

(1) Léon I’Africain, Description de l’Afrique, J. Maisonneuve, Paris, 1981.

(2) Pierre Kalck, Histoire de la République centrafricaine, Berger-Levrault, Paris, 1995.

(3) Charles Becker, « Les effets démographiques de la traite des esclaves en Sénégambie », dans De la traite à 1’esclavage, actes du Colloque de Nantes, tome II, Centre de recherche sur l’histoire du monde atlantique (CRHMA) et Société française d’histoire d’outre-mer (SFHOM), Nantes-Paris, 1988.

(4) Titolo attribuito ai sovrani tradizionali del regno di Cayor (Sénégal).

(5) William G. Randles, « De la traite 8 la colonisation. Les Portugais en Angola », dans Annales Economie Société Civilisal’tion (ESC), 1969, p. 289-305.

(6) Idem.

(7) Sull’attuale frontiera fra la Costa d’Avorio e la Liberia.

(8) Duarte Pacheco Pereira, Esmeraldo de situ orbis, Centre d’études de Guinée portugaise, Mémoire n° 19, Bissau, 1956.

(9) Williams Randles, op. cit.

(10) Colonizzatori olandesi.

(11) Daniel Noin, La Population de I’Afrique subsaharienne, Editions Unesco, 1999, p. 21 et 23.

(12) Idem.

(13) Charles Becker, op. cit.


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