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Con Kant, Marx, Freud, Gramsci, Benjamin, Bloch, ....

PER LA CRITICA DELLA RAGIONE POPULISTA. Un’intervista con il filosofo argentino, Ernesto Laclau, protagonista all’Università di Salerno di un seminario su «Democrazia e populismo» (di Roberto Ciccarelli e Benedetto Vecchi) - a cura di Federico La Sala

martedì 11 marzo 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] «Io non ho ricusato il marxismo - ha spiegato nel 1990 Laclau - È successo qualcos’altro. È il marxismo che è andato a pezzi. Io mi tengo aggrappato alle sue schegge migliori». Nessuna abiura di Marx, ma la convinzione che il marxismo vada considerato nell’ambito della più vasta formazione dei saperi. Nelle complicate vicende del pensiero critico del dopo Muro, Laclau ha dunque scelto di collocarsi tra i membri della famiglia althusseriana, insieme a Alain Badiou e a Jacques (...)

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> PER LA CRITICA DELLA RAGIONE POPULISTA. --- La democrazia della sfiducia. Dal ’68 a internet l’ascesa del populismo (di Ivan Krastev).

venerdì 30 settembre 2011


-  La democrazia della sfiducia
-  Dal ’68 a internet l’ascesa del populismo

-  L’analisi del politologo sulle ragioni della crisi dei modelli occidentali
-  Ora gli studenti vanno in piazza proclamando la voglia di vivere nel mondo dei genitori
-  Il web ha frammentato lo spazio pubblico e ridisegnato ogni confine
-  Dalla fine delle utopie collettive al desiderio di mantenere lo status quo

-  di Ivan Krastev (la Repubblica, 30.09.2011)

La crisi a cui oggi le democrazie europee si trovano a far fronte non è un fenomeno temporaneo, né il risultato delle ripercussioni della crisi economica o del fallimento delle leadership nelle democrazie occidentali. La crisi attuale affonda le radici nel fatto che le società europee sono più aperte e democratiche di quanto siano mai state in passato. Proprio questa loro apertura sfocia nell’inefficacia delle istituzioni democratiche e nella mancanza di fiducia in esse. Probabilmente è ormai tempo che le «democrazie della fiducia» vengano rimpiazzate dalle «democrazie della sfiducia», per dirla con Rosanvallon. Sicché il problema non è più in che modo le élite possono ripristinare la fiducia della gente: l’interrogativo ora è come può una democrazia liberale funzionare in un contesto in cui le classi dirigenti saranno costantemente oggetto di sfiducia, a prescindere da quello che fanno o dal livello di trasparenza dei meccanismi di governo.

L’ascesa del populismo e la sfiducia nelle élite hanno ridotto la politica europea a uno scontro tra la retorica anti-corruzione della gente e la retorica anti-populista dell’establishment. Non vi è una nuova utopia collettiva in grado di catturare l’immaginario degli individui. Anziché ridare slancio alla sinistra o alla destra, l’attuale crisi economica ha minato l’idea stessa di democrazia politica strutturata in destra e sinistra. L’Europa e il mondo sono diventati populisti. Nondimeno, si tratta di una strana versione del populismo: il popolo insorge non per esprimere una concezione chiara di ciò che vuole cambiare, bensì per reclamare vendetta e punizioni. I ribelli di oggi non si oppongono allo status quo di ieri: al contrario, cercano di preservarlo. (...) È il Sessantotto al contrario. Nel Sessantotto nelle piazze di tutta Europa gli studenti proclamarono il loro desiderio di vivere in un mondo diverso da quello dei loro genitori; ora gli studenti scendono in piazza per proclamare il loro desiderio di vivere nel mondo dei loro genitori. Per dare un senso allo stato attuale della democrazia è necessario ripensare le conseguenze involontarie delle cinque rivoluzioni che hanno scosso il mondo occidentale a partire dal Sessantotto.

La prima è la rivoluzione socio-culturale degli anni Sessanta con cui l’individuo fu posto al centro della politica. La seconda è la rivoluzione del mercato degli anni Ottanta che ha delegittimato il ruolo dello Stato quale attore economico. Le terze sono le rivoluzioni del 1989 nell’Europa centrale che hanno conciliato la rivoluzione socio-culturale degli anni Sessanta (respinta dalla destra) con la rivoluzione del mercato di Ronald Reagan degli anni Ottanta (rigettata dalla sinistra) promuovendo l’idea che la democrazia liberale fosse il fine della storia e la condizione naturale dell’umanità. La quarta è la rivoluzione nelle comunicazioni determinata dalla diffusione di internet; e la quinta è la rivoluzione delle neuroscienze che ha indotto i consulenti politici a credere che al cuore della politica democratica vi fossero la manipolazione delle emozioni e il dibattito irrazionale.

Nelle prime fasi, queste cinque rivoluzioni sono state cruciali nell’approfondimento dell’esperienza democratica. La rivoluzione socio-culturale degli anni Sessanta ha portato allo smantellamento della famiglia autoritaria dando un nuovo significato all’idea di individuo libero. La rivoluzione del mercato degli anni Ottanta ha contribuito alla diffusione globale dei regimi democratici e al crollo del comunismo. Le rivoluzioni del 1989, pur non essendo la fine della storia, hanno rappresentato una svolta nell’esperienza democratica dell’Europa, riuscendo a conciliare il liberalismo e la democrazia nel continente. La rivoluzione di internet ha dato nuovo impulso all’attivismo civile e ha cambiato radicalmente il modo in cui gli individui pensano e agiscono. E le nuove scienze del cervello hanno riportato le emozioni nel processo di comprensione della politica e della deliberazione politica. Ma queste cinque rivoluzioni sono al centro dell’attuale crisi della democrazia.

La rivoluzione socio-culturale degli anni Sessanta ha portato al declino del senso di finalità comune. La politica degli anni Sessanta è degenerata in un’aggregazione di richieste individuali riguardanti la società e lo Stato. L’identità ha cominciato a monopolizzare il discorso pubblico: l’identità privata, l’identità sessuale e l’identità culturale. La violenta reazione contro il multiculturalismo è una conseguenza diretta dell’incapacità degli anni Sessanta di ideare una concezione condivisa di società. L’ascesa del nazionalismo anti-immigrazione è una tendenza pericolosa, ma rappresenta più un desiderio di comunità e vita comune che non una forma di avversione verso gli stranieri.

La rivoluzione del mercato degli anni Ottanta ha reso le società più ricche che mai, ma ha anche infranto quella relazione positiva che esisteva tra la diffusione della democrazia e la diffusione dell’uguaglianza. Dalla fine del XIX secolo fino agli anni Settanta le società avanzate dell’Occidente sono diventate tutte meno inique. La rivoluzione dell’avidità portata avanti da Reagan ha ribaltato questa tendenza ed è sfociata in un’ossessione per la creazione di ricchezza, alimentando altresì quei sentimenti anti-governativi che oggi sono al centro della crisi di governabilità nelle democrazie occidentali. La rivolta popolare contro le élite che è al cuore dell’attuale condizione populista è una conseguenza diretta del fatto che la maggioranza dei cittadini tende a percepire i cambiamenti sociali e politici che hanno accompagnato i decenni neo-liberali come un momento di emancipazione: ma non emancipazione delle masse, bensì emancipazione delle élite. Nel nuovo, meraviglioso mondo regolato dal mercato le élite si sono affrancate dai vincoli ideologici, nazionali e comunitari. L’ascesa delle élite offshore è stata la parte oscura del successo della rivoluzione del mercato degli anni Ottanta.

Elevando la democrazia a condizione naturale della società, le rivoluzioni del 1989 nell’Europa centrale hanno ingenerato enormi aspettative circa le conquiste della democrazia, piantando così i semi del futuro malcontento. Nel periodo post-1989 era credenza comune che l’introduzione di libere elezioni e l’adozione di costituzioni liberali fossero sufficienti a garantire la pace, a promuovere la crescita economica e a ridurre i livelli di violenza e di corruzione. La realtà, tuttavia, si è rivelata molto più complessa. La Cina ha dimostrato che gli Stati autoritari sono in grado di mantenere un elevato tasso di crescita per lunghi periodi di tempo. Il fallimento della democratizzazione in molti paesi del terzo mondo ha dimostrato che non bastano libere elezioni per ottenere ordine e prosperità. L’esperienza dei paesi dell’Europa orientale indica che quello tra democrazia e autoritarismo è il confine meno protetto in Europa.

La rivoluzione di internet ha frammentato lo spazio pubblico e ridisegnato i confini delle comunità politiche esistenti. Pur avendo dato agli individui il potere di sollevarsi contro chi governa, la rivoluzione di internet non ha contribuito a consolidare la natura deliberativa del processo democratico.

Meno considerati sono gli effetti che i nuovi studi sul cervello e sulle nuove tecnologie di marketing hanno avuto sulla formazione delle concezioni democratiche degli individui. Le nuove neuroscienze hanno portato a una migliore comprensione del modo in cui i soggetti pensano, ma esse sono diventate altresì uno strumento per manipolare gli individui, perché molte scoperte sono sfociate in una rottura radicale con la tradizione della politica basata sulle idee. Karl Rove (il consulente politico dell’ex presidente Usa George W. Bush) ha rimpiazzato Karl Popper quale nuovo profeta della politica democratica.

In breve, il mondo non è più strutturato su una netta contrapposizione tra democrazia e autocrazia, ma sono piuttosto le contraddizioni intrinseche alle società democratiche a destare preoccupazione. Quel che è da temere è l’autolesionismo della democrazia. E sarebbe un errore enorme considerare l’attuale ascesa del populismo come una sorta di patologia o di fenomeno temporaneo.


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