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FILOSOFIA ED ECOLOGIA. "Il cuore del problema è la conoscenza della conoscenza, una caccia all’errore".

EDGAR MORIN. COMPLESSITA’ E METODO. Un’intervista di Fabio Gambaro - a cura di Federico La Sala

Comprendere l’interdipendenza dei sistemi culturali e delle idee è oggi più che mai necessario. Ciò contribuirà a cambiare il nostro modo di pensare, dandoci uno strumento in più per sfuggire all’abisso verso cui il pianeta sembra essere destinato.
venerdì 25 aprile 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] «Occorre occuparsi dell’insegnamento. La riforma della conoscenza e del pensiero potrà concretizzarsi solo attraverso una riforma dell’insegnamento, una problematica a cui ho dedicato La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Il nostro sistema d’insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo e impedendoci di cogliere quei problemi fondamentali che sono sempre globali. L’eccesso di (...)

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> EDGAR MORIN. COMPLESSITA’ E METODO. ---- Morin: ripartiamo da Marx. Senza un pensiero, per la sinistra è difficile arginare la crisi (di Manuela Modica).

venerdì 12 marzo 2010


-  Intervista

Morin: ripartiamo da Marx

-  Parla il filosofo francese: Senza un pensiero,
-  per la sinistra è difficile arginare la crisi”

-  di Manuela Modica (l’Unità, 12.03.2010)

Sandali aperti, e calze: tipico stile casual d’oltralpe. Sembrerebbe un qualsiasi crocerista nord-europeo, invece, è Edgar Morin, il filosofo francese che ha rivoluzionato il pensiero occidentale e gettato una scure sull’approccio del sapere scientifico così com’è adesso, tendente alla semplificazione e alla frammentazione. Uno dei maggiori filosofi viventi. E vive con una certa intensità: in barba ai suoi 89 anni, infatti, Morin cammina, sale strade scoscese, scalini, si piega per veder meglio le mura del forte. E chatta, tanto, mentre cerca la suoneria adatta al suo Ipod. Non crede alla conoscenza che si basa solo sul rapporto tra causa ed effetto e non crede ai miracoli: «Una volta sì, ma due miracoli di fila, no», dice rammaricato di aver perso le «stiló» che era un ricordo della moglie.

L’aveva già ripescato quella volta che l’aveva dimenticato al ristorante italiano a Parigi, racconta, e a ritrovare la penna della sua perduta moglie due volte non ci crede. Ma capiterà, e di fronte al secondo miracolo il grande filosofo francese non tratterrà le lacrime.

È in Italia per una serie di seminari tra Messina e Napoli, voluti dal «Centro studi della filosofia della complessità Edgar Morin», diretto dal professore messinese Giuseppe Gembillo. Comincia dallo Stretto, dove è sbarcato per un’intera settimana di incontri, e una girandola di strette di mano e di «sono onoratissimo» a cui ha partecipato con inchini e un’incredibile pazienza, sorridendo sempre, così che le pieghe del suo volto vanno disegnando una mappa di luoghi della sua storia, dove si potrebbe leggere dalla dominazione tedesca alla «scomunica» comunista gli eventi che l’hanno portato a riflettere sulle cose del mondo a modo suo, rifiutando il metodo imposto alla nostra cultura da Aristotele in poi.

Quel modo suo che lo porta a scandalizzare, ancora, affossando in un attimo l’idea di «sviluppo sostenibile»: «Non è affatto sostenibile. È da abbandonare l’idea stessa di sviluppo, che produce crisi morale, perché l’unica chiave attraverso la quale viene concepito è quella tecnicista. In quest’ottica anche quello di Pinochet in Cile può essere considerato sviluppo».

Sviluppo no, parliamo allora di crisi...

«La crisi ha fatto Hitler, la guerra civile spagnola, e finalmente la seconda guerra mondiale. Anche questa crisi è molto pericolosa, e invece di provvedere ad arginarla, è la scusa del capitalismo per licenziare i lavoratori mentre non c’è più un contropotere sindacale e politico che possa agire da freno, così che il capitalismo è scatenato. Occorre una ricostruzione, ma non la si può fare senza un pensiero: è quello che manca. Intanto, registriamo l’incapacità delle organizzazioni internazionali di arginarne la pericolosità, di fare qualcosa. E viviamo una economia chiusa, incapace di prevedere la crisi, incapace di prevedere quando finirà, perché è un’economia formale unicamente matematizzata che non ha nessuna connessione con le altre realtà sociali. La situazione è pericolosa, non solo per l’Italia, ma anche per la Francia e gli altri paesi».

Se questa è un’economia chiusa, immagina come dovrebbe essere l’apertura?

«Immagino un’economia pluralista, solidale, di cui abbiamo già degli esempi nell’associazionismo...»

Lei parla di Hitler, mentre in Italia molti ritornano a fare riferimento a Mussolini, associando la situazione storica e politica di oggi con quella del fascismo, è d’accordo?

«Penso che ci sia un’inflazione di parole, non è possibile identificare quel che succede oggi con quel che succedeva nel passato».

Però assistiamo a fenomeni, come il razzismo, per esempio, che riprendono vigore, quando sembravano superati dalle vicende della Storia...

«Certamente, è una regressione generale, però, legata alla regressione della sinistra, all’assenza di un umanismo di sinistra. Quel che è più preoccupante è la tendenza del governo a diminuire l’indipendenza del potere giudiziario. Ma la vittoria di Berlusconi è principalmente la sconfitta della sinistra, che viene da un vuoto, da un’assenza di un’idea politica della sinistra, di cui una parte ha anche abbracciato la corrente neoliberale. E l’altra non può solo criticare in modo astratto, non si può solo denunciare ma bisogna anche enunciare».

Perché la sinistra non trova il modo di enunciare?

«Nel secolo passato abbiamo vissuto un comunismo che viveva dell’illusione della realtà sovietica, adesso sappiamo che la Russia non può essere un modello. Che quel pensiero politico, adatto alla situazione passata, non è più adatto alla situazione presente. Bisogna trovare un’altra via: il capitalismo non è morto ma non è immortale. Il partito democratico, in Italia, non ha saputo trovare unità e soprattutto un pensiero nuovo, ma è la stessa crisi in Francia. Bisogna ricominciare, da quel che rimane vivo della critica del capitalismo di Marx, che deve esser pure ancora considerato, la mondializzazione era già il pensiero di Marx... Ma nessuna soluzione può essere più trovata in questo pensiero: bisogna ricominciare la politica di sinistra».

Qual è lo sguardo sull’Italia dalla Francia?

«L’Italia non vive in un mondo chiuso, ma all’interno di una situazione europea e planetaria. La regressione politica, la minaccia sull’indipendenza del potere giudiziario, la mancanza di vivacità politica... Sarkozy e Berlusconi sono due persone diverse ma non sono tanto distanti, pur nelle loro differenze caratteriali, sono quasi uguali: rivelatori di una stessa realtà». Qualcuno però sostiene che l’Italia stia insegnando la corruzione al mondo, la stia esportando... «È evidente che in Italia c’è un potere di mafia e camorra esteso. In Francia c’è una tradizione statale di integrità che è diminuita ma che rimane solida. Lo stato italiano non ha le basi storiche dello stato francese, e allora si, in Italia c’è più corruzione, ma attenzione, la corruzione guadagna terreno in tutti i paesi».

*

Chi è

Dall’idea comunista alla teoria dei sistemi

La vita

Edgar Morin è nato a Parigi nel 1921. Entrato a vent’anni nel P.C.F., quando la Francia era ancora occupata, ne viene escluso dieci anni dopo. Sociologo al C.N.R.S., si dedica negli anni Cinquanta a ricerche, rimaste celebri, sul divismo, i giovani e la cultura di massa. Collabora con articoli politici al «France-Observateur» e poi al «Nouvel Observateur». Fonda, nel 1956, con altri intellettuali transfughi del P.C.F., che non hanno abbandonato l’idea comunista, la rivista «Arguments», che si ispira alla rivista «Ragionamenti» di Franco Fortini, e durerà fino al l962, trattando i temi politici centrali degli anni Cinquanta e Sessanta: il congelamento della lotta di classe nei paesi del «socialismo reale», la nuova classe burocratica, la guerra d’Algeria, il gaullismo. Nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, fonda «Communications». Un soggiorno al Salk Institut nel l969 lo mette a contatto con la teoria dei sistemi che costituirà il punto di partenza delle sue successive ricerche epistemologiche.

Le opere

Segnaliamo: «L’An zéro de l’Allemagne», Parigi 1946; «L’homme et la mort», Parigi 1951; «Il cinema e l’uomo immaginario», Milano 1957; «Les stars», Parigi 1957; «Autocritique», Le Seuil Parigi 1959; «L’esprit du temps», Parigi 1962; «L’industrie culturelle», Parigi 1962, trad. it. «L’industria culturale», Bologna 1974; «Introduction à une politique de l’homme» Le Seuil Parigi 1965; «La comune di Parigi del maggio l968», Il Saggiatore, Milano l968; «Il paradigma perduto», Bompiani Milano 1974; «Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione», Feltrinelli Milano 1983; «La vita della vita», Feltrinelli Milano 1987; «Le rose et le noir», Parigi l984; «La conoscenza della conoscenza», Feltrinelli Milano l989; «Pensare l’Europa», Milano 1988; «Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi», Feltrinelli Milano l993.

Il Centro Studi

Il Centro Studi di Filosofia della Complessità Edgar Morin è stato fondato nel marzo 2002 a Messina da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Filosofia dell’Università, da tempo impegnati a indagare le relazioni fra filosofia e scienze, e a esplicare i differenti paradigmi epistemologici che si sono succeduti e contrastati negli ultimi due secoli.


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