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PINOCCHIO, LA DEMOCRAZIA SENZA MAESTRI E LA "PENISOLA DEI FAMOSI". Una lezione di Gustavo Zagrebelsky - a cura di Federico La Sala

Questa società non ha dunque bisogno di maestri. Sono pateticamente inutili. I mezzi attraverso cui si trasmettono conoscenze e si formano coscienze si chiamano maestra-televisione, maestra-pubblicità, maestra-comunicazione, maestra-moda, ecc.
mercoledì 28 maggio 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] La radice di queste degenerazioni sta nel rapporto meramente bilaterale tra il maestro e il discepolo. Se non è filtrato, reso oggettivo da un terzo fattore comune, esso finisce per ridursi a una relazione personale ineguale di fedeltà, in cui tutte le deviazioni irrazionalistiche diventano possibili, e, soprattutto, si viene perdendo di vista il fine in vista del quale tale rapporto ha ragione di instaurarsi: la ricerca di qualcosa che sta fuori tanto del maestro quanto del (...)

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> PINOCCHIO, LA DEMOCRAZIA SENZA MAESTRI E LA "PENISOLA DEI FAMOSI". ---- Pinocchio è uno schiavo (di Ascanio Celestini)

martedì 10 novembre 2009

Pinocchio è uno schiavo

di Ascanio Celestini *

Mio padre prese uno schiaffone dal principale il giorno in cui chiamò «legna» un pezzo di «legno». Era un ragazzino e c’era la guerra quando suo padre lo portò in una bottega a San Lorenzo per fargli imparare il mestiere del falegname. Mio nonno Giulio a quel principale disse «se serve dategli pure uno schiaffo come lo dareste a vostro figlio» e rivolto a mio padre «se il principale ti da uno schiaffo è come se te l’ho dato io». Non che l’educazione del tempo fosse tutta incentrata sulle botte, ma è certo che la paternità passava anche attraverso gli schiaffoni. Così quando leggo le prime righe del Pinocchio di Collodi mi fa strano che il tronco in cui viene intagliato il burattino sia chiamato legno, ma è certo che non è un pezzo di lusso se Collodi specifica subito che si tratta di «un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe».

La qualità del legno. Mi pare che sia propria in questa diversa qualità del legno che si trovi uno dei significati profondi della storia di Pinocchio. Noi lo ricordiamo bugiardo, ma il suo naso «appena fatto, cominciò a crescere» e questo succede prima che dica una bugia perché Geppetto non gli ha ancora fatto la bocca. Così come gli si allunga anche per lo stupore quando si avvicina al focolare e vede che la pentola che bolle è solo un disegno sul muro. E sarà pure un birbante, ma appena resta solo e cerca di mangiarsi qualcosa, dopo una pentola dipinta trova un uovo dal quale scappa fuori un pulcino e il vecchio a cui chiede un poco di pane lo ripaga con una secchiata d’acqua.

Poi quando, alla ricerca del padre, arriva naufragando all’isola delle api industriose chiede al delfino se «in quest’isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare senza essere mangiati» come se avesse capito che il suo destino è quello di finire tra i denti di qualcuno. Subito dopo, quando si mette a chiedere l’elemosina trova una serie di persone che gli offrono faticosi lavori senza un po’ di pietà per lui che, benché di legno, è ancora un bambino. Solo una donnina gli offrirà da bere e poi si scoprirà che si tratta della fatina come se in un mondo violento bisogna essere fate per non sfruttare i bambini.

Insomma Pinocchio fa davvero parte della schiera dei poveracci. È come i ragazzini che setacciano nell’immondizia delle discariche ai bordi di grandi città africane. I bambini comprati per essere deportati nelle piantagioni o prostituiti nelle periferie, chiusi nei laboratori tessili e nelle concerie, nelle cave e nelle fornaci, alimentati una volta al giorno con un piatto di riso. Bambini come Iqbal Masih che fu venduto per 16 dollari e a quattro anni venne incatenato a un telaio per dodici ore al giorno. Riuscì a scappare a dieci anni diventando un piccolo sindacalista, ma solo due anni dopo fu assassinato per il suo impegno politico.

Se non guardiamo Pinocchio attraverso la miseria dei poveri che abitano il nostro pianeta rischiamo di prendere la sua storia per una favoletta edificante, un filmetto da vedere in famiglia mentre ci abbuffiamo con l’amatriciana o le patate fritte. Ma riusciremmo a seguire in televisione la vicenda di un bambino povero e schiavizzato mentre addentiamo un hamburger? Un bambino che viene attratto dai giochi del paese dei balocchi solo per essere trasformato in somaro e mandato a morire? Gino Strada ci parlava dei Pappagalli Verdi, le mine anti-uomo pensate come giocattoli esplosivi per colpire proprio i piccoli vietnamiti o afgani, somali o iracheni.

Pinocchio coma Paticha, la bambina di tre o quattro anni figlia di un sergente della milizia zapatista che portava il caffè a Marcos. Un giorno «verso le sei di sera a Paticha è venuta la febbre. Alle dieci era morta tra le mie braccia», ma visto che in condizioni del genere non è pensabile trovare farmaci e molte migliaia di bambini muoiono ogni anno per una febbre, anche questa bambina morta «fa parte del quotidiano. Paticha non ha mai avuto un certificato di nascita, come dire che per lo Stato non è mai esistita, e pertanto la sua morte non è mai avvenuta» proprio come Pinocchio che salta fuori da un pezzo di legno nella bottega di un falegname e lo Stato gli si presenta solo in forma di guardie che vogliono carcerare lui o suo padre.

Ma sono io che mi sono fatto questo film o è l’autore che l’ha pensato prima di me? Mi pare che lo dica proprio all’inizio che Geppetto vuole chiamarlo Pinocchio perché aveva conosciuto un’intera famiglia di Pinocchi e «il più ricco di loro chiedeva l’elemosina». Forse ci facciamo colpire da quel finale in cui il burattino diventa di carne e ossa. Ci dimentichiamo che per Paticha o Iqbal trasformarsi in bambini veri non significava entrare nell’allegra borghesia patinata del Mulino Bianco, ma semplicemente diventare persone rispettate. Individui e non semplicemente bocche da sfamare e braccia messe a lavorare.

Mio padre da ragazzino prese uno schiaffo per aver scambiato il legno con la legna, ma poi il principale gli insegnò un mestiere e gli dette pure qualche soldo. Come Mangiafuoco che alla fine si intenerisce e con qualche starnuto gli regala cinque monete d’oro che attirano l’attenzione del gatto e la volpe, non molto diversi dalle banche assassine o dai ministri che oggi ci convincono a piantare i nostri zecchini nel campo dei miracoli in attesa che germoglino. Poi anche mio padre è diventato un cittadino in carne e ossa e coi suoi zecchini nascosti in bocca s’è fatto una bottega tutta sua per mettere su una famiglia che non fosse di burattini senza diritti, sperando di non far vivere ai figli quello che suo padre era stato costretto a far vivere a lui. Sperando che la società dei Pinocchi diventasse solo una favola da raccontare. E invece quella storia continua a stare un po’ nella fantasia e molto nella realtà.

Perciò oggi il Pinocchio che mi piacerebbe vedere è un bambino che rischia di bruciarsi i piedi proprio come quelli che li perdono quando calpestano una mina anti-uomo. Che viene ripetutamente legato, incatenato al posto del cane, messo a lavorare come un somaro e quando si infortuna diventa un pezzo da buttare via, la cui vita vale quanto una pelle per fare un tamburo. Che in quella galera infame che è il ventre del pescecane impara che «quando si nasce tonni, c’è più dignità a morire sott’acqua che sott’olio».

* l’Unità, 10 novembre 2009


Sul tema, nel sito, si cfr.:

IL CROCIFISSO: UN PEZZO DI LEGNO, PINOCCHIO, E NOI, ITALIANI ED ITALIANE.


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