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RIVOLUZIONE COPERNICANA. "Vicisti, Galileae" (Keplero, 1611).

UNESCO: IL 2009 ANNO INTERNAZIONALE DELL’ASTRONOMIA. Che farà l’Italia? Galileo di nuovo al confino!?! - a cura di Federico La Sala

Basta visitare il sito www.astronomy2009.org per vedere quante iniziative si preparano, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’India.
sabato 14 giugno 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] L’Osservatorio di Arcetri, la villa «Il Gioiello» e la Torre del Gallo sorgono in una località collinare chiamata Pian dei Giullari, nome quanto mai adatto a una presa in giro. Però c’è poco da scherzare. I fatti dimostrano che di Galileo, fondatore di quel metodo scientifico che è la Carta costituzionale della Ragione, poco importa ai nostri politici. E passi: fin qui siamo ancora nell’ambito delle nobili rimembranze (ma per celebrare un Carducci o un Fogazzaro i soldi sarebbero (...)

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> UNESCO: IL 2009 ANNO INTERNAZIONALE DELL’ASTRONOMIA. Che farà l’Italia? Galileo di nuovo al confino!?! --- Perché i teologi non capirono Galileo (di Nicola Cabibbo).

sabato 23 maggio 2009

Dibattiti

Il teorico delle particelle, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, giudica gli errori che portarono al processo

Perché i teologi non capirono Galileo

Alla Chiesa del Seicento mancò un pensatore illuminato come Tommaso d’Aquino

di Nicola Cabibbo (Corriere della Sera, 23.05.2009)

Quando nel 1610 si spostò da Padova a Firenze presso la corte dei Medici, Galilei insistè per ricevere il titolo di Filosofo e Matematico primario del Gran duca. Non solo Matematico, come Ke­plero presso la corte imperiale di Praga, ma anche e anzitutto Filosofo. Questa richiesta è fondamentale per capire la vastità del pro­getto galileiano: una scienza che non si ac­contenta di esplorare e descrivere fenomeni ma aspira a una comprensione totalizzante della natura. Un tale programma diviene ne­cessariamente una filosofia; alla sua base il famoso passo de Il saggiatore (Feltrinelli) in cui Galilei afferma che il grande libro della natura è scritto in caratteri matematici. È dal­la matematica che bisogna ripartire per capi­re il mondo.

Gli sviluppi della scienza e delle tecniche, rappresentati da scienziati come Nicola Co­pernico o William Gilbert, o dai grandi scien­ziati- artisti-ingegneri del Rinascimento ita­liano, da Leonardo a Guidobaldo del Monte, non potevano essere inquadrati nella filoso­fia allora dominante, quella di Aristotele. In Aristotele la natura era descritta in termini di «forma» e «sostanza», concetti che non permettono di andare oltre una discussione puramente qualitativa dei fenomeni natura­li. Il passaggio dal qualitativo al quantitativo richiedeva una filosofia diversa, quella di Pi­tagora, secondo cui tutto è numero.

Ancora oggi l’innegabile successo della de­scrizione matematica della natura è fonte di meraviglia. Quando nel 1960 Eugene Wigner, uno dei padri della meccanica quan­tistica, scrisse un saggio, ormai divenuto un classico, sulla Irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali dovette conchiudere che «we do not know why our theories work so well», non sappiamo per­ché la matematica funzioni così bene.

La nuova filosofia della natura si scontra­va quindi con quella dominante, ma anche con il pensiero teologico che, tramite la sco­lastica, proprio nella filosofia di Aristotele aveva trovato le sue fondamenta razionali.

Essere contro Aristotele nel Seicento era estremamente rischioso. Come sappiamo, lo scontro portò alla messa all’indice delle opere di Copernico nel 1616 e al processo contro Galilei del 1633. Lo sviluppo delle co­noscenze scientifiche che si trasformava ne­cessariamente in filosofia della natura aveva gettato un forte sospetto di eresia su Galileo e i suoi seguaci.

Alla Chiesa mancò all’inizio del Seicento una personalità del calibro in­tellettuale di un Tommaso d’Aquino, che sa­pesse valutare correttamente l’impatto filo­sofico della nuova scienza, a cominciare dal­le scoperte astronomiche di Galilei del 1609.

Fondamento del metodo di Galilei è un’immagine del funzionamento della natu­ra in cui inquadrare i fenomeni particolari. Galilei è atomista convinto, vede tutta la materia come composta da particelle che si muovono nel vuoto, e questa immagine del mondo guida la sua ricerca. L’atomi­smo fa da sfondo agli studi sul galleggiamento, è centrale ne Il saggiatore, e ispira la discussio­ne della resistenza dei materia­li nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuo­ve scienze del 1637. Non soltan­to il pitagorismo, anche l’atomi­smo si scontra con Aristotele.

Come ha dimostrato Pietro Redondi, nel suo Galileo ereti­co (Einaudi), l’atomismo di Ga­lilei giocò un ruolo non indiffe­rente dietro le quinte del pro­cesso del 1633. Galilei era con­vinto che tutta la materia, sia sulla terra che nei corpi celesti, obbedisce alle stesse leggi. E questa convinzione, conferma­ta dalle sue scoperte astronomi­che, lo aveva portato al sistema copernicano, secondo cui la ter­ra gira intorno al sole e ruota su se stessa.

Un elemento essenziale del metodo di Galilei consiste nel semplificare al massimo i feno­meni che si desidera studiare, sfrondandoli per quanto possi­bile da effetti secondari che oscurano il risultato cercato.

Per studiare la legge che regola il moto dei corpi conviene concentrarsi su oggetti pesanti, meno influenzati dalla resi­stenza dell’aria. E poi conviene rallentare la velocità della caduta, studiando il rotola­mento su un piano inclinato. L’ultimo passo consiste nello studiare il moto di un pendo­lo, che elimina l’attrito.

Affrontando lo stesso problema da più punti di vista, in condizioni sperimentali di­verse - il moto di un proiettile, il rotola­mento su un piano inclinato, il pendolo - Galilei arriva a isolare il cuore del fenome­no, a determinare le leggi del moto. I Discor­si e dimostrazioni matemati­che intorno a due nuove scien­ze contengono alcuni bellissi­mi esempi di esperimenti men­tali. Si tratta di uno strumento del tutto originale, che è forse il massimo contributo di Gali­lei allo sviluppo delle scienze: immaginare un esperimento, anche se non facilmente realiz­zabile, il cui risultato è tuttavia evidente. Un esempio tra tanti: se un oggetto si muove verso il basso, il suo moto è accelerato, se si muove verso l’alto il moto è ritardato, quindi Galileo può affermare che su un piano oriz­zontale l’oggetto non sarebbe né accelerato né ritardato, ma si muoverebbe a velocità co­stante. Tanto evidente è questa conclusione che non è necessa­rio eseguire l’esperimento. An­zi l’esperimento non riuscireb­be perché non è possibile elimi­nare del tutto l’attrito, ma la conclusione resta.

Esperimenti mentali di que­sto tipo sono alla base della sco­perta della gravitazione univer­sale di Newton - la Luna cade come una mela? - o della teo­ria della gravità di Einstein - che cosa succede in un ascenso­re in caduta libera?

La fertilità del lavoro di Gali­leo per lo sviluppo delle scien­ze è impressionante, e si svilup­pa già nei decenni successivi al­la sua scomparsa. Nelle ricerche di Galilei troviamo i semi della scoperta del barome­tro di Torricelli, o della legge della gravita­zione universale di Newton.

Intorno al 1675 Giovanni Cassini e il dane­se Ole Rømer, che studiavano un metodo proposto da Galilei per la determinazione della longitudine, osservarono delle irregola­rità nel periodo di rotazione dei satelliti di Giove. Ottennero così la prima misura della velocità della luce, rispondendo a una preci­sa domanda posta da Galilei nei Discorsi. È conoscendo la velocità della luce che James Bradley, studiando l’aberrazione stellare, un piccolo spostamento della posizione appa­rente delle stelle, potè trovare nel 1729 una dimostrazione del moto della terra intorno al sole, quella dimostrazione che Galilei ave­va inutilmente cercato cent’anni prima.


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