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IN MEMORIA DI LORENZO VALLA, ERASMO, SPINOZA. LIBERTA’ E FILOLOGIA...

OXFORD. LUCIANO CANFORA AL CONVEGNO SUL "PAPIRO DI ARTEMIDORO". Una sintesi della sua relazione - a cura di Federico La Sala

Diceva il grande Paul Maas che un solo argomento davvero probante basta, cento deboli non servono.
vendredi 13 juin 2008 par Maria Paola Falchinelli
L’intervento di Luciano Canfora oggi a Oxford testimonia il continuo interesse della comunità scientifica internazionale
Artemidoro, il falso nascosto nel proemio
L’introduzione, la nozione di « Lusitania », i brani di Marciano : le tracce di un testo « moderno »
Il testo pubblicato qui di seguito è una sintesi della relazione preparata dal professor Luciano Canfora per un convegno sulla vicenda del papiro di Artemidoro che si tiene oggi in Inghilterra. L’incontro, in programma presso il Saint (...)

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> OXFORD. LUCIANO CANFORA AL CONVEGNO SUL "PAPIRO DI ARTEMIDORO". ---- Artemidoro e « il tigre » : così nel papiro spuntò uno strano francesismo ... l’eroica e vana difesa dell’« autenticità » del cosiddetto Artemidoro sta diventando un genere letterario (di Luciano Canfora).

mardi 2 décembre 2008

Pochi mesi dopo l’edizione critica, Salvatore Settis torna sul controverso manoscritto

Artemidoro e « il tigre » : così nel papiro spuntò uno strano francesismo

di Luciano Canfora (Corriere della Sera, 2.12.2008)

Georges Clemenceau divenne capo del governo francese il 16 novembre 1917. La guerra andava piuttosto male per l’Intesa, dopo la vittoria tedesca sul fronte orientale. Ci voleva un uomo di spietata capacità operativa, e tale fu il settantaseienne leader radical-socialista assurto al vertice nel momento del pericolo. Per i suoi aspri modi, fu popolarmente detto « le tigre ». Infatti « tigre » nella lingua francese è di genere maschile, come del resto maschile è la morte in tedesco e in greco. In Italia, specie dopo Caporetto, lo stile Clemenceau suscitava ammirazione. Il nomignolo tributatogli dai francesi fu subito adottato dalla nostra stampa e tradotto, col proposito di renderlo più intimorente, al maschile : « il tigre ». Forma insolita nella nostra lingua, dove è più frequente « tigrotto » e più raro, invece, il femminile « tigretta ». In greco antico l’unica forma è tigris, sia femminile che maschile ; d’altra parte la radice, avestica, è tigri. Nel greco medievale la situazione non cambia, mentre nel greco moderno si ha tigris per il maschile e tigri per il femminile. Ecco perché ha fatto scalpore trovare sul verso del cosiddetto « papiro di Artemidoro » (ma il vero Artemidoro non c’entra) il disegno di una maestosa tigre rampante, ritta su di un supporto roccioso e denominata, da un’imbarazzante didascalia, tigros. Una novità assoluta, quasi un francesismo.

Nell’edizione Led del cosiddetto Artemidoro (a cura di Kramer-Gallazzi- Settis-Cassio-Soldati-Adornato) veniva prospettato, con movenze stilistiche solenni, che potesse trattarsi « verosimilmente » di « uno sbaglio dell’estensore » ( sic) più che di una « forma eteroclita dell’usuale tigris ». Fortuna che non è stata sfoderata, anche per il tigre, la spericolata àncora di salvezza dei « nomi di origine popolare » o, a piacer vostro, « locale », che spesseggia nel tomo Led ogni qualvolta una didascalia crea imbarazzo.

Ad ogni modo, questa trovata relativa al tigre non figura più nel recentissimo volume einaudiano Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, di cui qui brevemente diremo. Il volume sembra destinato a mandare in soffitta l’edizione Led, uscita appena nello scorso marzo e già offerta, ad un pubblico selezionato, a metà prezzo. Riprendendo la conferenza pronunciata a Berlino al cospetto della prima copia dell’edizione Led, Salvatore Settis ha infatti dato vita ad una sorta di epitome di quanto già si leggeva nelle 630 pagine della citata edizione Led : memore forse del peso che le epitomi hanno avuto nella storia del vero Artemidoro.

L’epitome è un genere letterario minore, ma dignitoso e altruista. Marciano, ad esempio, nel fare dopo cinque secoli l’epitome di Artemidoro, addirittura annullò se stesso, e fece circolare l’epitome senz’altro sotto il nome di Artemidoro. (Nel caso einaudiano, invece, sembra essere accaduto il contrario). L’epitome è anche un genere che non impone l’aggiornamento : deve rispecchiare il già detto. Ecco perché qui, nel novissimo volumetto einaudiano, non ci si è presi la briga di discutere quanto è stato scritto prima, durante e dopo l’edizione Led, sullo stesso argomento. C’è solo un elenco di titoli nel Post-scriptum. Meno male : così, almeno, il lettore può andarsi comunque ad informare su come stanno realmente le cose.

Rarissime le innovazioni rispetto al tomo di marzo : vediamo di che si tratta. Per tamponare il disastro rappresentato dal toponimo Obleuion (colonna V) era stata suscitata in luglio, su di un quotidiano, l’ipotesi che tale toponimo fosse nientemeno che « celtico ». Si sa quanto si può cavare dai sostrati, specie se celtici. La trovata viene ora accolta nel novissimo volume einaudiano, e propinata in modo personale : avremmo, nel papiro, che tutto sommato è scritto in greco, « la forma latina del nome celtico ( Oblivio) ». L’idea è fantastica. I Celti, forse una pattuglia post-hallstattiana spintasi verso nord, avevano creato il toponimo Obleuion ; i Romani lo imitarono e, vedi fortuna, imbroccarono, ciò facendo, una parola latina, oblivio, che peraltro aveva una sua propria autosufficiente origine (radice lei, che si ritrova in lino/levis etc.). Un vero miracolo. Più saggiamente Bärbel e Johannes Kramer scrivevano, neanche dodici mesi fa, che Obleuion « no es otro que la grafia griega de la palabra latina » ( Memorias de Clio, n. 5, 2007, p. 86).

Un’altra innovazione è, alla pagina 13, la foto di un grosso pezzo del papiro, addotto a testimoniare « le fasi dello smontaggio ». Il bello è che quella foto, con altre quattro o cinque, la posseggo anch’io : mi giunse da un papirologo che la ebbe quando il cosiddetto Artemidoro giaceva, in grossi pezzi già distesi, in un box fuori Basilea in attesa di compratori. Ricordiamo che alcuni mesi addietro si parlava di almeno cinquanta piccoli frammenti risultati dallo smontaggio della « maschera » e sapientemente ricomposti col sudore della fronte. Come potrebbe lo smontaggio della « maschera » aver prodotto un pezzo così grande e in così buone condizioni ? Il problema è che quanto scritto da Luigi Vigna sui Quaderni di storia (n. 68) e poi sul Giornale dell’arte di novembre in merito al totale silenzio degli editori sulle fasi di smontaggio dell’ex maschera funeraria da cui sarebbe sbucato fuori il cosiddetto Artemidoro costituisce un serissimo problema. È questo che induce a cercare rimedi peggiori del male.

Inutile dire che l’insormontabile inconciliabilità, da tempo e reiteratamente segnalata, tra la colonna IV del cosiddetto Artemidoro ed il già noto frammento 21 sussiste più che mai. Infatti nella colonna IV si legge, in contrasto con la realtà storica, che la provincia romana detta Spagna Ulteriore comprenderebbe (nell’anno 100 a.C. !) « tutta quanta la Lusitania », mentre invece, ben più correttamente, nel frammento si legge che quella provincia « si estende fino alla Lusitania ». A lungo Kramer-Gallazzi-Settis sostennero che i due testi sono identici ; ora invece riconoscono che sono diversi ( deo gratias) e che però, proprio perciò, il papiro può indisturbatamente essere Artemidoro mentre si deve ammettere (evviva) che il frammento è Marciano. Piroetta tragica. In questo modo finisce che l’autore dice una sciocchezza, mentre chi lo riassume dice il giusto. L’escamotage supremo, consistente nel dire che lì « Lusitania » è detto in senso « non amministrativo », è rovinoso, giacché la nozione « non ammini-strativa » ma geografica di Lusitania è molto più vasta, e di conseguenza l’inclusione di « tutta quanta la Lusitania » nella provincia romana già nel 100 a.C. diventa più che mai un’insostenibile assurdità.

Maas diceva che basta un solo argomento, purché forte. Noi non vorremmo essere così severi. Ci limitiamo a dire che l’eroica e vana difesa dell’« autenticità » del cosiddetto Artemidoro sta diventando un genere letterario. E questo parla da sé : per un papiro appena nato è proprio una sorte ria.


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