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IN MEMORIA DI LORENZO VALLA, ERASMO, SPINOZA. LIBERTA’ E FILOLOGIA...

OXFORD. LUCIANO CANFORA AL CONVEGNO SUL "PAPIRO DI ARTEMIDORO". Una sintesi della sua relazione - a cura di Federico La Sala

Diceva il grande Paul Maas che un solo argomento davvero probante basta, cento deboli non servono.
venerdì 13 giugno 2008 di Maria Paola Falchinelli
L’intervento di Luciano Canfora oggi a Oxford testimonia il continuo interesse della comunità scientifica internazionale
Artemidoro, il falso nascosto nel proemio
L’introduzione, la nozione di «Lusitania», i brani di Marciano: le tracce di un testo «moderno»
Il testo pubblicato qui di seguito è una sintesi della relazione preparata dal professor Luciano Canfora per un convegno sulla vicenda del papiro di Artemidoro che si tiene oggi in Inghilterra. L’incontro, in programma presso il Saint (...)

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> OXFORD. LUCIANO CANFORA AL CONVEGNO SUL "PAPIRO DI ARTEMIDORO". ---- Luciano Canfora, il falso Artemidoro e il diritto alla verità (di Salvatore F. Lattarulo).

domenica 12 giugno 2011

Luciano Canfora, il falso Artemidoro e il diritto alla verità

di Salvatore F. Lattarulo (Corriere del Mezzogiorno, 12.06.2011)

E’ la Sindone della storia della papirologia. Intorno al presunto papiro di Artemidoro è divampata negli ultimi cinque anni un’infuocata disputa filologica tra devoti fan di una reliquia antica ed eretici liquidatori di un falso moderno. La scoperta del malfamato rotolo ha alimentato un fiume d’inchiostro che ha rotto gli argini del ristretto campo degli addetti ai lavori ed è tracimato sulle pagine dei più titolati quotidiani nazionali ed esteri. Colpa o merito di Luciano Canfora che per primo ha allungato pesanti ombre sull’autenticità del manufatto.

A distanza di un lustro dalla divulgazione del suo scoop filologico, lo studioso barese torna ora sulla scena del delitto. La meravigliosa storia del falso Artemidoro è l’ultimo nato della saga editoriale sul papiro della discordia. Il titolo del libro, appena approdato in libreria per Sellerio, ha l’aria di assimilare la vicenda a un giallo storico degno della penna di Umberto Eco. Tanto più che l’oggetto incriminato è il secondo libro della Geografia composta dal grande scrittore efesino di età ellenistica. Lo stesso numero d’ordine, guarda caso, che ha quello perduto della Poetica di Aristotele nella ricostruzione fantasiosa de Il nome della rosa.

Coincidenze romanzesche a parte, il nuovo contributo firmato da Canfora sull’affaire Artemidoro usa il metro rigoroso a lui tanto congeniale del dicti studiosus, per dirla con il poeta latino Ennio. Il saggio è l’ennesimo affondo frontale contro il «falso del secolo» . Va bene che nel risvolto di copertina si legge che la contraffazione è «il sogno, e talvolta l’obiettivo, di più di un filologo di genio» . Ma l’autore non intende certo esorcizzare la missione che in un libro uscito un paio d’anni fa da Mondadori, Filologia e libertà, intestava alla «più eversiva delle discipline» : tutelare «il diritto alla verità».

Logica alla mano, Canfora dipana il filo di una matassa ingarbugliata. Ricostruisce passo passo la vexata quaestio aprendo un ventaglio di argomenti contro la tesi della genuinità del reperto. Che puzza già dalla testa, come mostrano prime due colonne di scrittura. Per il loro taglio generico si prestano a fare da capello iniziale di tutta l’opera che non da introduzione un libro intermedio che tratta della Spagna.

Vero è che nell’ecdotica antica non mancano casi di cosiddetti proemio al mezzo. Ma alla questione Canfora non accenna, benché della tecnica incipitaria dei testi classici si sia occupato in passato nel suo Tucidide continuato, monografia dedicata allo storico ateniese ritenuto «il più grande geniale creatore di falsi» per aver ideato i discorsi di Pericle. Il proemio dello pseudo-Artemidoro è comunque la pistola fumante.

L’analogia tra geografia e teologia contenuta in avvio riflette un modo di pensare «di epoca bizantina neo-greca» . Canfora fa le bucce anche all’apparato iconografico. Le illustrazioni di parti anatomiche maschili presenti nel recto del foglio dipenderebbero da manuali di disegno sette-ottocenteschi. Se fossero pitture di età ellenistica come si spiega la «totale omissione di figure nude» ? Per tacere della serie di errori linguistici nelle didascalie» che impreziosisce il bestiario per immagini collocato nel verso.

Ma il vero gioiello, si fa per dire, è la cartina della Spagna: «uno schizzo senza né capo né coda» . Insomma, basta inforcare gli occhiali per accorgersi che si è davanti a un prodotto artefatto. Realizzato con la tecnica del patchwork, cioè incollando pezzi diversi. L’autarchia delle singole parti (proemio, sezione iberica, mappa, album anatomico, tavole teriomorfe) ha generato «la favola» delle diverse «vite» avute nel tempo dal papiro.

A dirla tutta, la teoria del «rotolo miscellaneo» è stata già avanzata da Giambattista D’Alessio. Tuttavia secondo il docente al King’s College di Londra l’idea del prisma editoriale non indebolisce ma rafforza l’ipotesi di una datazione antica, che risulta anzi -scriveva sul Corriere della Sera dell’ 11 maggio 2009 -l a «più ovvia e convincente».

Obiezione di cui Canfora, pur citando D’Alessio un paio di volte, non dà conto nel libro. Anche perché per lui la mano che ha realizzato il «collage» non può che essere quella del barbuto Costantino Simonidis, in posa algida nella foto di copertina. Un greco vissuto nell’Ottocento, esperto incallito falsario, capace di piazzare sul mercato come originali manoscritti di Omero, Aristotele ed Eustazio confezionati nel suo atelier. I giornali dell’epoca lo descrivono profondo conoscitore di «tutti i ritrovati chimici e meccanici» e in grado di «imitare ingannevolmente tutte le possibili scritture persino per quel che riguarda l’inchiostro».

Ecco il neo. Se non c’è trucco e non c’è inganno perché «gli inchiostri del verso non sono stati analizzati quasi per nulla, o per nulla affatto» ? In ogni caso l’Artemidoro di Simonidis non è un oggetto contraffatto come un prodotto cinese. Nel suo genere è un capolavoro. Manipolando un po’ il titolo del libro viene da dire che è un’opera «meravigliosa» .


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