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FILOSOFIA. Il desiderio del desiderio, il desiderio antropògeno di riconoscimento, l’antropologia e la FENOMENOLOGIA ....

DELLO SPIRITO DI ALEXANDRE KOJÈVE (Mosca 1902 - Parigi 1968). Una nota di Antonio Gnoli - a cura di Federico La Sala

PORTARE LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO DI "DUE IO" AL DI LA’ DELLE MAGLIE DELLA DIALETTICA HEGELIANA.
lunedì 16 giugno 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Per tutta la vita quest’uomo raffinato e oziosamente determinato a convincere i suoi uditori che davanti avevano semplicemente la reincarnazione dell’ultimo grande hegeliano, cercò nella paradossalità la forma più efficace del suo pensiero. Qualunque gesto, ipotesi, scelta, ossessione, risultato marciava sotto le insegne del paradosso. Paradossale, infatti, che si paragonasse a Dio, che considerava, come ci ricorda Filoni, un collega. Paradossale che da quel grande incantatore (...)

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> DELLO SPIRITO DI ALEXANDRE KOJÈVE ---- Lo spirito di contraddizione alimenta la storia come insegna l’hegelismo liberale di Kojève (di Corrado Ocone - Ci salverà la dialettica)

domenica 24 febbraio 2013

CI SALVERA’ LA DIALETTICA?! NON PENSO. E’ MEGLIO RIPRENDERE IL FILO DELLA "PROVVIDENZA" DI VICO E DELL’ "ANTITETICA DELLA RAGION PURA" DI KANT PER MEGLIO CAPIRE KOJEVE HEGEL E IL NOSTRO STESSO PRESENTE STORICO:



-   Ci salverà la dialettica
-  Lo spirito di contraddizione alimenta la storia come insegna l’hegelismo liberale di Kojève

-  di Corrado Ocone (Corriere La Lettura, 24.02.2013)

Esiste una specificità del pensiero filosofico? Quali sono il metodo e la logica di questa disciplina sui generis, che non ha, al contrario delle altre scienze, un ambito di pertinenza ben definito, né è volta a utilità o fini pratici? Per rispondere è forse opportuno considerare un tema che tuttora divide gli storici (e non solo loro): il giudizio sul fascismo.

Che la nostra immagine attuale dei vent’anni di regime sia molto più articolata di un tempo, lo si deve a vari studi, a cominciare da quelli di Renzo De Felice. La storiografia ritiene oggi che il fascismo sia stato senza dubbio un regime liberticida, ma certamente non monolitico. In più ha avuto una sua cultura, legata a quella che l’ha preceduta e a quella che l’ha seguita. Per arrivare a questa consapevolezza è stato però necessario passare per un periodo di revisionismo anche eccessivo: a un certo punto sembrava quasi che i fascisti fossero dei mezzi liberali. E ancora oggi c’è chi vorrebbe che il giudizio non fosse articolato, ma netto, in un senso o nell’altro.

Ora, la nuova consapevolezza storiografica non è forse maturata con un tipico movimento di affermazione di una tesi, di contraddizione della stessa e di «inveramento» o «superamento» finale al livello di una sintesi «superiore»? Ciò si chiama, in filosofia, dialettica. E significa considerare le azioni umane e gli eventi inseriti in una rete di relazioni, e quindi interdipendenti. Significa vedere anche quella unità del tutto che aveva portato Hegel a dire, in un celebre passo, che «il vero è l’intero». E anche ad aggiungere, opportunamente, che questo intero è da concepirsi come «processo» e «risultato», cioè come storia.

Ora, sia chiaro, per agire e anche solo per pensare bisogna giudicare, quindi servirsi in primo luogo del principio di non contraddizione. Ma bisogna tenere sempre ben chiaro che il giudizio indica separazione, divisione, distinzione. Questo senso del termine è del tutto evidente nel lemma tedesco Urteil-s-kraft, ove c’è l’idea della «forza che taglia». D’altronde, già gli scolastici esprimevano la stessa idea dicendo che «ogni determinazione è una negazione».

Perciò, se è vero che senza distinguere non si vive, è pur vero che irrigidire le definizioni, non adeguare il concetto al nuovo e imprevedibile che la storia e la vita ci presentano in ogni momento è pericoloso. Significa non solo precludersi una più profonda comprensione del reale, ma anche operare in esso con la volontà di imporre idee astratte e non contestualizzate.

Che la dialettica sia pensiero in movimento, perché storia e non stasi è la vita stessa, è evidente in molti teorici, ad esempio in quella straordinaria figura di filosofo, scienziato e mistico russo che è stato Pavel Florenskij (il suo Dialettica e stupore è appena stato ripubblicato in una nuova edizione da Quodlibet, pp. 112, € 10). Lo è soprattutto però in un autore che può essere considerato il più profondo interprete di Hegel del nostro tempo: Alexandre Kojève.

Anch’egli russo, di famiglia agiata, nipote del pittore Kandinskij, aveva cominciato a redigere sin dal 1916 un Diario di riflessioni filosofiche che vede ora la luce in italiano per Aragno, a cura di Marco Filoni, in anteprima mondiale (pp. 126, 15). Fuggito dall’Unione Sovietica poco dopo la rivoluzione, Kojève approda a Parigi nel 1926. Qui, prima di entrare nell’alta diplomazia francese, tiene, dal 1933 al 1939, un leggendario seminario sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, che vede la partecipazione di molti dei protagonisti della più recente filosofia francese (Aron, Bataille, Bréton, Caillois, Queneau, Lacan, Merleau Ponty, Leo Strauss).

La Fenomenologia è l’opera più «liberale» di Hegel, in cui teorizza la dialettica al di fuori della costruzione del «sistema». In quelle lezioni, ma anche in alcune pagine del Diario, Kojève mette in chiaro come per il pensare dialettico, il momento negativo, cioè della contraddizione, sia in qualche modo più importante di quello positivo. Esso svolge una doppia funzione: permette, da un lato, di far essere, per contrasto, ciò che si ritiene il vero (che non sarebbe tale se non si opponesse a un falso): ma, dall’altro, fa anche in modo che io possa convincermi, se del caso, che ciò che prima ritenevo falso era in tutto o in parte vero.

Ciò significa che le tesi che si affermano appaiono in un primo momento paradossi e provocazioni, ma è un rischio che Kojève amava correre. Come scrive Filoni in un volume che esce in contemporanea con il Diario sempre per Aragno, Kojève mon ami (pp. 88, 15), egli «era un dialettico, e alla maniera platonica si esprimeva e conduceva i suoi dialoghi». A cominciare dai lunghi negoziati condotti per conto della Francia. Qui Kojève amava spiazzare chi seguiva rigide e codificate regole di trattativa. «Una delle ragioni dell’irritazione degli americani nei suoi confronti - riferisce Grey, un suo amico diplomatico - era il loro doversi attenere a istruzioni dettagliate, che non lasciavano libertà di rispondere alla varietà, e soprattutto all’originalità, delle argomentazioni di Kojève. Egli esponeva le sue osservazioni in una maniera spesso imprevedibile, cosa che esasperava i rappresentanti stracarichi di istruzioni degli altri Paesi».

Kojève amava spiazzare perché era fedele a quello che è forse il più grande insegnamento della dialettica, cioè che la verità si afferma contraddicendosi, quindi l’anticonformismo e persino l’eccentricità sono la garanzia del suo progresso e in ultima analisi della stessa libertà umana.


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