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FILOSOFIA. Il desiderio del desiderio, il desiderio antropňgeno di riconoscimento, l’antropologia e la FENOMENOLOGIA ....

DELLO SPIRITO DI ALEXANDRE KOJČVE (Mosca 1902 - Parigi 1968). Una nota di Antonio Gnoli - a cura di Federico La Sala

PORTARE LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO DI "DUE IO" AL DI LA’ DELLE MAGLIE DELLA DIALETTICA SERVO-PADRONE.
lunedì 16 giugno 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Per tutta la vita quest’uomo raffinato e oziosamente determinato a convincere i suoi uditori che davanti avevano semplicemente la reincarnazione dell’ultimo grande hegeliano, cercň nella paradossalitŕ la forma piů efficace del suo pensiero. Qualunque gesto, ipotesi, scelta, ossessione, risultato marciava sotto le insegne del paradosso. Paradossale, infatti, che si paragonasse a Dio, che considerava, come ci ricorda Filoni, un collega. Paradossale che da quel grande incantatore (...)

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> DELLO SPIRITO DI ALEXANDRE KOJČVE ---Effetto Hegel, a 250 anni dalla nascita. "Alla destra del Cane. Alexandre Kojčve, hegeliano di destra" (di Massimo Palma).

martedì 29 dicembre 2020

Il «cane morto» e la «civetta». Effetto Hegel, a 250 anni dalla nascita


Alla destra del Cane. Alexandre Kojčve, hegeliano di destra

Le sue lezioni sulla “Fenomenologia dello spirito”, tenute dal 1933 al 1939 all’École Pratique des Hautes Études e pubblicate nel 1947, segnarono un’intera generazione di intellettuali francesi, da Lacan a Sartre, da Merleau-Ponty a Bataille

di Massimo Palma (DINAMO, 28 dicembre 2020)

Verrŕ un giorno in cui, parlando di Kojčve, ci liberemo dell’elenco.

Da quando č morto a Bruxelles nell’anno di grazia 1968, a qualche giorno dal Maggio, chiunque lo nomini, studiosi serissimi o parvenu affascinati dal mito, chiunque ne parli si tutela dalle perplessitŕ dell’uditorio facendo un elenco. Come a dire che, benché ignoto, Kojčve č notissimo. Basta pensare all’elenco. Di cosa, di chi? Di tutti gli intellettuali francesi o francofoni che lo conoscono a lezione, che ne sono influenzati finché morte non li separa. Di storie e storielle di cui č protagonista, narratore, falsario. Come quella di Lacan che corre a rubargli il concetto-chiave della psicoanalisi a venire. O di Jacob Taubes che lo mette sul piedistallo: «il piů grande filosofo vivente!». Di Allan Bloom che ci va a cena al Quartier Latin. Di Kandinsky che č lo zio Vassja. E avanti ancora.

Finiti i riti di auto-legittimazione, occorre dirlo, Aleksandr Kožévnikov, russo fino all’Ottobre poi esule in Germania e infine in Francia, per tutti Kojčve (1902-1968), fu filosofo hegeliano. Poi sě, fu anche mandarino di livello nella IV e V repubblica francese, commerciante di formaggi nella III, sospetto di spionaggio all life long, partigiano con grandi entrature a Vichy, caffeinomane a Weimar, globetrotter affamato nel dopoguerra. Ed č un altro elenco, in effetti.

E allora concentriamoci sul suo Hegel. Kojčve ha scritto tanto anche di Kant e di Platone, ma solo grazie al suo Hegel possiamo stilare elenchi. Perché solo Kojčve ha capito Hegel. Lo afferma nelle considerazioni preliminari di quel prodigioso inedito chiamato La nozione di autoritŕ (datato «Marsiglia, 16 maggio 1942», riesumato nel 2004 e uscito da noi con Adelphi come quasi tutto il resto): «bisogna dire che la teoria di Hegel non č mai stata capita davvero e venne dimenticata molto rapidamente». Quale fosse la teoria di Hegel Kojčve l’aveva detto qualche riga prima: č quella «che riduce il rapporto dell’Autoritŕ a quello del Signore e del Servo (del Vincitore e del Vinto), dove il primo č stato disposto a rischiare la vita per farsi “riconoscere”, mentre il secondo ha preferito la sottomissione alla morte».

Brutale “macellaio” filosofico, Kojčve aveva propagandato questa “polpa” del corpo morto hegeliano in un mirabile seminario - 1933-1939, what a time to be alive - tenuto di fronte a frotte di artisti, immigrati promettenti e normalisti. Quando nel 1947 un editor di nome Raymond Queneau si mise a trascriverli, apparve l’Introduzione alla lettura di Hegel. Per esergo aveva una citazione dei Manoscritti marxiani: «Hegel intende il lavoro come essenza, l’essenza dell’essere umano che si comprova». Sě, quell’Introduzione voleva mettere il lavoro al centro della dialettica - il lavoro come opera dell’essere umano quale agente negativo. Fondando uno Stato sul lavoro, come usava, Kojčve aggiornava Hegel a Marx - cosě pareva - con un lessico tutto antropologico, tutto filosofia dell’esistenza, e in alcune appendici, alcune note proponeva uno «Stato» finale dove i lavoratori diventano cittadini fatti e finiti, che si riconoscono e lavorano il meno possibile, perché la natura č tutta «domata» o quasi. Quasi non sono piů uomini.

Erano tempi interessanti, e convulsi: Leo Strauss, finito a New York dopo la persecuzione, ne parlň come «libro completo e intelligente al tempo stesso», ma poi aggiunse che non era vero che nello Stato finale ci sarebbe stato il riconoscimento reciproco universale. Né tantomeno ci sarebbe stata la soddisfazione (l’unica soddisfazione, caso mai, la darebbe la saggezza. Caso mai). E non č che quel «cane morto» (© Karl Marx) di Hegel aveva mai detto cose simili: fine dell’uomo, fine della storia. Proprio no.

A dire il vero, prima del 1933 Kojčve non si era mai occupato di Hegel. Poi quell’anno si trova a sostituire Alexandre Koyré e, con un piccolo aiuto dagli amici (Koyré ed Eric Weil), attacca con ferocia il suo tema. Sceglie un solo libro: la Fenomenologia dello spirito. Al suo interno un solo capitolo da cui far scaturire la sua lettura: lo sdoppiamento dell’autocoscienza. Hobbes, la paura della morte violenta, la lotta tutti contro tutti, č sullo sfondo. Ma soprattutto bisogna riunire Marx (lavoro & rivoluzione) e Heidegger (finitezza & temporalitŕ) nelle pagine della lotta servo-signore. Heidegger in Francia č pressoché sconosciuto (salvo Corbin, Bespaloff). Pochissimi sanno che intanto fa il rettore nazista a Friburgo.

Kojčve ne tira fuori un’epopea. Pensa alla lotta e al lavoro come princěpi-chiave che Hegel avrebbe estratto dalla vita per far nascere l’essere umano. La lotta e annessa vittoria del Signore la chiama antropogenesi. Č l’inizio, il vero inizio della storia. Il resto č noto: il servo lavora, il signore comanda. Il servo prende confidenza con la realtŕ, il signore la perde. Il servo si appropria dei mezzi di produzione, impara infine a lottare e fa la rivoluzione. Stravince e fa lo Stato finale - Kojčve lo chiama «universale e omogeneo», pensa a Napoleone e alla Rivoluzione Francese quando commenta Hegel, pensa a Stalin quando proietta sul contemporaneo. Pazienza per le purghe. L’obiettivo č lě, a portata di mano: cittadini tutti uguali, che si riconoscono e agiscono in base a un principio di equitŕ. Fine della storia.

Ma conta anche quel che č stato in mezzo. Conta, prima e dopo il lavoro, la lotta. E qui Kojčve vede Hegel sotto una lente strana, mai vista prima. Punta tutto sul Desiderio - mette sempre la maiuscola, un profluvio di maiuscole. Il desiderio del desiderio dell’altro: ecco il segreto, il motore della dialettica e della storia. Perché chi perde dimostra angoscia, dimostra mera animalitŕ, attaccamento alla vita, non vi istituisce un rapporto negativo - vi aderisce e basta. Invece chi vince - chi ha l’Autoritŕ, dirŕ in quel testo rimasto in un cassetto - č colui che ha dimostrato di non temere (non avere angoscia) la morte in battaglia, ma di volere impiantarsi nella mente altrui come un «valore» a sé: volere essere riconosciuti come valore autonomo. A generare l’autonomia, a generare l’uomo č una «lotta a morte di puro prestigio».

Kojčve vede Hegel sotto lenti speciali, d’impianto recente: Marcel Mauss col suo Saggio sul dono, dove aveva fissato lo spreco come costante antropologica nella rivalitŕ tra capi-tribů. E Carl Schmitt, col suo amico-nemico - la «possibilitŕ reale» di uccidere come fattore determinante del “politico”. Se Mauss era lě e teneva corsi, preoccupato delle derive di certi suoi ascoltatori (Caillois, Bataille), Schmitt invece - con le sue infatuazioni naziste - era pressoché sconosciuto oltre il Reno. Ma Kojčve ha piů d’una notizia del suo scritto piů importante, Il concetto di “politico” (forse da Strauss, che a Schmitt doveva molto nel bene e nel malissimo). Tanto che in un enorme trattato giuridico - il Saggio di una fenomenologia del diritto scritto nel 1943 e lasciato inedito - lo cita due volte: «suppongo note queste due categorie fondamentali, specificamente politiche», dice. Le due categorie sono l’amico e il nemico. Il commilitone, il brother-in-arms, precisa, č l’amico. Il nemico č invece il «nemico militare, che deve cedere o morire; e se non cede e non č ucciso, fa morire». Quella scena complessa della Fenomenologia dello spirito appare ridotta a un crudo confronto bellico, dove sono in gioco dominio e obbedienza, minaccia e sottomissione. E questo, proprio questo, sarebbe specificamente politico. Questa sarebbe la politica.

Che poi per Hegel non sia cosě, che vi sia un universo di relazioni concrete sociali e statuali, che il “riconoscimento civico” hegeliano sia composito (giuridico, economico, etico) e soddisfacente, Kojčve lo sa bene - e lo mima pure nel saggio giuridico. Ma per l’eco suscitata contano i fatti, gli scritti noti.

Anche di fronte al plauso dello stesso Carl Schmitt che ne legge il commento hegeliano e gli scrive ammirato, Kojčve lascia tutto il suo versante politico - il diritto, l’autoritŕ, i piani geopolitici dipinti a fine guerra - nel silenzio, nell’inedito. Al pubblico, ai contemporanei, preferisce tracciare di sé un’immagine para-esistenzialista e insieme ironica. Predicare l’imminenza o addirittura la “realtŕ” della «fine della storia». Sovietica, americana, cinese, nipponica, a seconda dei casi, delle provocazioni, delle note aggiunte fuori tempo massimo, comunque intesa la «fine della storia» sarŕ una macchina mitologica efficacissima - un dispositivo di neutralizzazione politica. Allan Bloom lo adorerŕ. Il micidiale Fukuyama ne farŕ un cocktail post-nietzscheano servito con olive escatologiche. Schmittismo e liberismo si abbracceranno invaghiti sotto un ombrello di maiuscole.

Strano a dirsi, per entrambi la politica sarŕ affermare di essere un valore per altri, come un Achille, un Aiace, per poi gestire la lunghissima fine di ogni conflitto con l’annoiata sapienza del negoziatore di trattati commerciali, mentre il desiderio va in giro a cercare negazioni e il riconoscimento della propria realtŕ umana č sancito «ragione ultima di ogni emulazione tra gli uomini e di ogni lotta politica». Davvero tanto di ciň che Kojčve ha licenziato per la stampa corteggia una nuova definizione di aristocrazia, all’altezza del trionfo di una borghesia inedita, globalmente spalmata. Lasciando agli oppressi molto consumo e il solo olezzo della lotta passata.

Un giorno, quando ci libereremo dell’elenco di coloro che ha influenzato, plagiato, rimato, nel firmamento hegeliano vedremo Kojčve per ciň che č stato nel pensiero del Novecento. Costellazione del Cane - vivo, morto -, in alto a destra.


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