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Antropologia e Costituzione. Quale missione per gli architetti?

ARCHITETTURA E DEMOCRAZIA. A margine del Congresso mondiale e della Biennale di Venezia, un intervento-appello di Franco La Cecla - a cura di Federico La Sala

mercoledì 2 luglio 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Non si tratta di fare il processo agli architetti, si tratta però di farli finalmente parlare dello specifico del loro lavoro di cui devono rispondere ai cittadini. Oggi non esiste da nessuna parte un lavoro sulla fortuna di certe opere architettoniche. Gli architetti si sbarazzano dell’opera alla consegna, e non ne sono più responsabili, mentre è allora che l’opera entra nella sua funzione pubblica. Cosa sono le case, le università, gli edifici pubblici, i musei di Gregotti, Purini, (...)

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> ARCHITETTURA E DEMOCRAZIA. --- In Italia vi sono solo tre capolavori di Niemeyer: la sede della Mondadori a Milano, la sede della società Burgo a Torino e l’Auditorium di Ravello (di Domenico De Masi - Il cinismo dei ricchi).

venerdì 7 dicembre 2012

Il cinismo dei ricchi

Parlava sempre dei poveri. E per ultimare in tempi rapidi il progetto di Ravello dormì spesso nel suo studio

di Domenico De Masi (l’Unità, 7.12.2012)

OSCAR NIEMEYER È STATO UNO DEI MASSIMI ARCHITETTI DEL SECOLO. EPPURE IL SUO MERITO MAGGIORE FORSE NON CONSISTE NELLA SUA GENIALITÀ ARCHITETTONICA, per quanto straordinaria, ma nella sua generosa saggezza e nel suo coraggio politico.

Parlando di se stesso, ha scritto: «Il mio vero nome è Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares ma sono conosciuto come Oscar Niemeryer. Le mie origini sono multiple, cosa che mi aggrada particolarmente: Ribeiro e Soares, portoghesi; Almeida, arabo; Niemeyer tedesco. Sono dunque meticcio come sono meticci tutti i miei fratelli brasiliani». Da questo meticciato, Niemeyer ha ricavato un senso di solidarietà che lo ha accompagnato per tutta la vita: «Io mi vergognerei se fossi un uomo ricco», usava ripetere. In tutti questi anni di amicizia, ogni volta che ci incontravamo per le nostre lunghe chiacchierate, il suo discorso sempre finiva sui poveri, sul cinismo dei ric- chi, sulla necessità di intervenire con intransigenza in questo mondo ingiusto che dobbiamo migliorare.

Quando seppe che avrei desiderato un suo progetto per l’Auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, ma che il Comune non poteva permettersi un progettista così prezioso, mi telefonò per assicurarmi che in settanta giorni avrebbe approntato il progetto iniziale e in altri quattro mesi di lavoro avrebbe consegnato il progetto definitivo. E così fece, con un impegno ininterrotto, che lo costrinse a dormire più volte nel suo studio, senza tornare a casa.

In Italia vi sono solo tre capolavori di questo grande architetto: la sede della Mondadori a Milano, la sede della società Burgo a Torino e l’Auditorium di Ravello ma più volte Niemeyer mi ha detto che aveva per il capolavoro ravellese una forte predilezione. Gli piaceva l’idea che quest’opera potesse contribuire a destagionalizzare il turismo e dare lavoro ai giovani in un settore come la musica e l’arte. Inoltre gli piaceva l’idea che l’Auditorium sarebbe stato gestito dalla stessa collettività, tramite il Comune. Il poeta Keats diceva che «l’opera d’arte è una gioia creata per sempre».

Ora che l’Auditorium è realizzato, Niemeyer sarà certo felice per la gioia donata alla Campania e per la soave dolcezza che, sotto la sua cupola felice, la musica donerà per secoli agli ascoltatori, sorpresi dalle linee curve del capolavoro nell’azzurro del cielo e del mare.

Ora il modo migliore per essere grati a un genio grande e disinteressato come Niemeyer è di coltivare i suoi valori anche nella nostra regione: la generosità, la creatività, la contemplazione della bellezza, l’umiltà e l’intransigenza.


Niemeyer. L’utopista che creò la sua città dal nulla

di Stefano Bucci (Corriere della Sera, 7.2.2012)

Il 15 dicembre avrebbe compiuto 105 anni. Dal 2 novembre era ricoverato all’Ospedale Samaritano di Rio de Janeiro per disidratazione e i bollettini alternavano speranze e cattivi presagi. Così se n’è andato Oscar Niemeyer, ultimo grande dell’architettura moderna.

Da poco era uscito per Mondadori Il mondo è ingiusto, libro-testamento curato da Alberto Riva. Vanitoso (amava le camicie bianche e i profumi francesi), Oscar Niemeyer fino alla fine ha voluto guardare oltre (non aveva nemmeno esitato a sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica per farsi togliere una brutta macchia dal viso). A cominciare dai progetti ai quali continuava a lavorare: un «sambodromo» di Rio (simbolo delle Olimpiadi del 2016); il museo del calcio «Pelè», a Santos; una chiesa a Petropolis; un altro «salsodromo» a Calì, in Colombia; una piazza nel Kazakhistan, ad Astana. E poi c’era l’impegno per la rivista «Novo Caminho» («Partecipo sempre alle riunioni della redazione perché amo stare e parlare con i giovani»).

«Avere cent’anni è una merda»: si era lasciato scappare durante uno degli ultimi incontri pubblici (ma diceva vezzosamente di sentirsi «al massimo sessant’anni»). E aveva aggiunto: «Tutto sta divenendo più difficile. Ogni giorno è come se mi trovassi a dire addio alle persone. D’altra parte il nostro destino è quello di vivere, di morire e di vedere gli altri morire».

L’uomo che creò Brasilia, «l’unico moderno a cui è stato concesso di costruire una capitale», è stato il prototipo di tutte le archistar. Eppure poco prima di morire aveva detto: «Mi fanno inorridire; la nuova architettura è noiosa e priva di bellezza. Tutti quegli edifici di vetro puntano a stupire, ma non sanno che la bellezza sta nella semplicità e che la tecnologia deve essere sempre al servizio della bellezza».

Progettista militante, tra i sostenitori dell’attuale presidente Dilma Rousseff (nonché grande amico dell’ex leader Lula) ha realizzato più di 600 opere in tutto il mondo, in oltre 70 anni di carriera. Secondo Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares, per tutti Oscar Niemeyer, l’architettura era d’altra parte solo «uno dei tanti tasselli che compongono l’esistenza dell’uomo» al pari di arte, letteratura, musica, scienza e donne: non è stato solo un «tecnico» appassionato di Palladio e Alvar Aalto ma anche «buon intenditore» di Matisse e Calvino, di Einstein e Visconti. E ha sempre cercato di conoscere il mondo.

Compresa la politica: amico di Fidel, amava parlare di sé come dell’«ultimo dei comunisti rimasti», ma era stato anche uno dei 60 artisti prescelti dal cardinale Ravasi per rendere omaggio, in una mostra in Vaticano nella scorsa estate, ai 60 anni di sacerdozio di papa Ratzinger (aveva accettato inviando il modello per il campanile della nuova Cattedrale di Belo Horizonte, perché «voleva che il Papa la vedesse»).

Sperimentatore di nuovi concetti architettonici, è riuscito a elaborare uno stile «scultoreo fluido», servendosi del cemento armato «per creare strutture emozionanti e sensazionali». Strutture che finivano sempre (o quasi) per ricordare le sinuose curve naturali delle sue montagne e spiagge, e della baia di Rio de Janeiro. Al pari dei maestri, Lúcio Costa e Le Corbusier, Niemeyer è stato un modernista, «ma la sua ricerca di architettura grandiosa lo ha portato a elaborare nuove forme di un inedito lirismo architettonico». Dalla Residencia Oswald de Andrade a San Paolo (1938) alla sede della Mondadori a Segrate (1976), dal Museo d’arte contemporanea di Niterói (1996) all’installazione per la Serpentine Gallery a Londra (2003).

Niemeyer nasce a Rio de Janeiro nel 1907, da una famiglia di origini tedesche. Dopo una gioventù da «ricco bohémien carioca» e dopo essersi sposato a 21 anni con Annita Baldo (figlia di immigrati veneti), si laurea alla Scuola nazionale di Belle Arti di Rio nel 1934, e nel ’37 si unisce a un gruppo di architetti brasiliani (tra cui Lúcio Costa e Carlos Leão) che collabora con Le Corbusier («un maestro anche se umanamente non ho mai condiviso certe sue scelte») alla costruzione del nuovo ministero dell’Educazione e della Sanità di Rio (il cosiddetto Capanema Palace), esperienza che lui giudicherà «estremamente formativa». La collaborazione con Le Corbusier, che l’avrebbe definito «ragazzo prodigio», sarebbe proseguita con il Palazzo delle Nazioni Unite di New York (1947).

Le forme «fluide» di Niemeyer sembrarono, da subito, «offrire un’alternativa poetica alle linee dritte e agli angoli retti dello stile internazionale», che rappresentava la tendenza dominante dell’architettura europea anni 30 («non sono attratto dalla rigidità dell’angolo retto e della linea retta, ma dalla sensualità della curva»). Nel 1956, la svolta: Juscelino Kubitschek, presidente del Brasile, nomina Niemeyer consulente architettonico della NovaCap, l’organizzazione incaricata di realizzare i progetti di Lúcio Costa per la nuova capitale del Brasile, in un’area disabitata al centro del paese.

L’anno successivo diventa capo architetto della NovaCap, progettando la maggior parte degli importanti edifici della città (a lui e alla costruzione di Brasilia si sarebbe ispirato il film L’uomo di Rio con Jean-Paul Belmondo). Edifici destinati a diventare «pietre miliari del simbolismo moderno» dove la natura avrebbe dovuto integrarsi con l’architettura, senza divisione tra zone per ricchi e per poveri.

Niemeyer parlava di Brasilia come di «un sogno realizzato»: aver dimostrato che anche «il Brasile poteva essere capace di fare grandi progetti, di creare addirittura una città». Minimizzando le accuse che venivano mosse a quel progetto (sogno mancato, città invivibile): «Brasilia ha gli stessi problemi di tutte le altre città, dal degrado degli edifici alla difficile manutenzione. Ma nonostante tutto può andare bene così». La sua permanenza in Brasile si conclude nel 1964, quando la sua appartenenza politica al Partito comunista (si era iscritto nel 1945) lo costringe a emigrare in Francia. All’inizio degli anni 80, con la fine della dittatura, il ritorno in Brasile, l’insegnamento all’Università di Rio de Janeiro e i progetti per i «privati».

Fino all’ultimo ha lavorato - a 98 anni si è risposato con la segretaria Vera Lucia. Nel suo ufficio, all’ultimo piano di Casa Ypiranga, in un appartamento studio bianco e pieno di luce, fatto di pochi arredi (qualche poltrona di cuoio nero, una chaise longue, una sedia a dondolo di metallo, un tavolo), sulla parete a lungo è rimasto inciso un motto: «Quando la miseria si moltiplica e la speranza fugge dall’uomo, è tempo di rivoluzione». E fino all’ultimo ha avuto nel cuore il Brasile: «Il mio è il paese di Ipanema e delle favelas - diceva - per il quale bisogna combattere sempre».


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