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IDENTITA’ E DIFFERENZA. UmaNITA’...

LA PAROLA E LA LINGUA. LA GRANDE LEZIONE DI FERDINAND DE SAUSSURE: IL "CORSO DI LINGUISTICA GENERALE". Per una rilettura, un breve testo (1975) del prof. Federico La Sala

lunedì 7 luglio 2008 di Maria Paola Falchinelli
Saussure: il dialogo, in principio.
DUE PERSONE CHE DISCORRONO...
Il punto fermissimo della ricerca saussuriana *
di Federico La Sala *
La produzione dell’individuo isolato al di fuori della società è una rarità che può capitare ad un uomo civile sbattuto per caso in una contrada selvaggia, il quale già possiede in sé potenzialmente le capacità sociali - è un tale assurdo quanto lo è lo sviluppo di una lingua senza individui che vivano insieme e parlino tra loro.
(K. Marx, Introduzione del (...)

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> LA PAROLA E LA LINGUA. LA GRANDE LEZIONE DI FERDINAND DE SAUSSURE: IL "CORSO DI LINGUISTICA GENERALE". --- Il riconoscimento reciproco è, in senso tecnico (aristotelico), l’anima del linguaggio

martedì 30 dicembre 2008

Non esiste un io al di fuori del noi

Natura umana. L’anima del linguaggio sta nel riconoscimento reciproco. E il di più che ci differenzia da una scimma parlante sta nel fatto che il dire porta con sé l’esperienza del significato. Un libro di Daniele Gambarara titolato Bipede implume

di FELICE CIMATTI (il manifesto, 27.03.2005)

Quanto fa uno più uno? In aritmetica è facile, due. Nelle relazioni umane un po’ più di uno ma un po’ meno di due. È questa la tesi paradossale di Daniele Gambarara nel suo Bipede implume, appena pubblicato da Bonanno. Più di uno, perché la mente individuale non è tale nel senso di privata, chiusa e autonoma, e la soggettività umana non si definisce in isolamento dalle altre menti; ma anche meno di due, perché quella stessa mente non è nemmeno doppia, se non si trova racchiusa in qualche inattingibile interiorità non la possiamo ritrovare nemmeno fuori di essa. Lo spazio della mente è peculiare, non è uno spazio fisico, di cui si possano tracciare le coordinate. È uno spazio logico, che vive solo nel mondo della semiosi, ed è da essa inseparabile.

La riflessione di Daniele Gambarara è tutta dentro questo luogo paradossale, perché appunto non è un luogo, sebbene si voglia provare a delinearne i confini. Comprendere la natura di questo spazio significa comprendere la mente umana, impostare una possibile descrizione, contemporaneamente semiotica e biologica (e forse i due aggettivi sono, in realtà, sinonimi), della nostra natura. Perché la domanda che Gambarara insegue in questi testi è una domanda radicale, nel senso di fondamentale ma anche non ulteriormente scomponibile: chi è che parla, quando parla, e a chi ?

«La caratteristica dei sistemi semiologici è precisamente quella di non essere interamente spiegabili né in termini cognitivi individuali né in termini sociali». Più di uno, meno di due, appunto. Il nostro spazio, quello paradossale e non misurabile che si apre fra i nostri corpi e i nostri soggettivi pensieri, è uno spazio che non è già lì, come una qualsiasi entità materiale, bensì sorge, di colpo, senza mediazioni, senza passato evolutivo, quando si istituisce la trama arbitraria dei segni. Si istituisce: l’espressione va presa alla lettera: in realtà lo spazio oggettivo (perché non privato, non soggettivo) e pubblico sorge così come emerge una configurazione innovativa e imprevista dall’interazione di agenti individuali distinti; come si formano, ad esempio, le complesse e bellissime forme dinamiche che assumono, nel cielo, certi stormi di uccelli.

Ogni storno vola per conto suo, e anzi tiene le distanze da chi gli sta vicino, e per farlo deve volare nella sua direzione, proprio per evitare di scontrarsi con gli altri. Bastano queste due semplicissime regole, e noi vediamo quelle bizzarre e punteggiate figure muoversi plasticamente nel cielo: la coordinazione degli storni è impersonale, sorge da sé. Il termine tecnico per indicare questo processo, che sembra magico ed è invece affatto naturale, è proprietà emergente. Lo spazio pubblico del linguaggio, e quindi della società umana, è una proprietà emergente che nasce dall’interazione delle menti individuali e private. Lo spazio pubblico della semiosi ha allora una consistenza peculiare, non è mai, propriamente, dato, assodato. Una volta istituitosi deve ogni volta di nuovo essere re-istituito, proprio perché non ha, di suo, uno scheletro materiale su cui riposare, così come la figura che lo stormo assume nel volo non esiste più quando gli storni tornano sugli alberi.

Più di uno, meno di due. Come si ricrea questo processo, e chi vi partecipa? «Ciò che necessariamente compie il linguaggio verbale, indipendentemente dal contenuto di ogni singolo atto, è dichiarare la presenza di un soggetto umano che si rivolge ad un altro come tale, che a preferenza di mezzi immediatamente efficaci di agire su di lui, lo interpella, e gli chiede accordo e collaborazione nella sfera del simbolico». C’è stato, per ogni sapiens, un tempo in cui questo era l’unico mondo di esperienza. L’atto originario dell’antropogenesi è quello in cui quel piccolo sapiens viene accolto all’interno della comunità (atto che comincia prima ancora della nascita, ché prima ancora che ci sia un corpo può esserci un nome per quel corpo che si spera verrà).

All’inizio c’è allora un noi che tira dentro di sé quel corpo che non è, ancora, un io. Vale lo stesso, ancora una volta, per ognuno dei nostri storni: uno storno isolato, che voli discosto dagli altri, non partecipa in alcun modo alla figura che il resto degli storni sta dinamicamente costruendo. Non è nemmeno una individualità, in senso pieno, perché si può parlare di individualità solo in relazione ad una collettività da cui si distingue. Qui lo storno è solo e soltanto un «passero solitario». Poi entra nello stormo. Solo ora diventa, propriamente, una individualità (un io), e lo diventa proprio perché fa parte di un noi.

Torniamo allo spazio pubblico della semiosi. Il piccolo sapiens viene riconosciuto da chi già si trova al suo interno, da quel noi che a questo punto può cognitivamente individuare, perché gli è possibile confrontarsi-differenziarsi da esso: ora, appunto, è un io, ora nasce un io. Ma l’operazione non è a senso unico, c’è anche il verso contrario, dall’io al noi: «in quanto luogo di riconoscimento reciproco e di autocoscienza, il linguaggio per gli uomini è non soltanto utile, bensì indispensabile. Anzi comprendiamo ora il perché esso non sia, non possa essere immediatamente efficace: per raggiungere questa sua superiore ma mediata efficacia, deve rinunciare a quella prima, e porre in quella dimensione i suoi atti come gratuiti».

Il riconoscimento reciproco è, in senso tecnico (aristotelico), l’anima del linguaggio, che rende possibile il fatto che quella forma acquisti di volta in volta vita, e diventi prassi. O meglio, il corpo del linguaggio consiste nell’«assunzione volontaria da parte dei corpi viventi e agenti di norme che li trascendono, eppure non hanno altra sostanza che quella dei corpi che ne sono i portatori. Gli abiti sono l’anima razionale dei corpi: essi sono gli insiemi di azioni possibili che eccedono le potenzialità del corpo in quanto corpo naturale. Quest’anima razionale non può nascere che dalle passioni.» È un punto molto importante, quest’ultimo, sul quale Gambarara insiste a ragione. Quando il piccolo sapiens diventa un io, all’interno del noi del linguaggio, ossia all’interno dello spazio pubblico che lo precede (cronologicamente ma soprattutto logicamente), in quel momento cambia tutta la sua corporeità. L’animale dotato di linguaggio non è semplicemente una scimmia che parla, perché parlare, cioè vivere l’esperienza del significato - e quindi del possibile, della menzogna, dell’errore - riguarda tutta la sua vita, tutto il suo essere, tutto il suo corpo.

Una passione può venire provata solo da chi vive, nella propria stessa carne (la carne simbolica di cui siamo impastati), la consapevolezza della morte, la coscienza del desiderio che non si può mai esaudire (proprio perché dietro ogni desiderio esaudito c’è sempre il possibile, ossia una diversa e imprevedibile deriva semiosica), la sensazione dolorosa che quella trama di sensi non la si potrà mai, per principio, percorrere tutta: «le passioni» presentano «la strutturazione dialogica fondamentale della comunicazione, anche senza, o prima del linguaggio verbale». Ma «la comunicazione stessa» ha anche «la natura fondamentale di una passione, la passione di essere creduti».


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