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EU-ANGELO= BUONA-NOTIZIA, PER TUTTI GLI ESSERI UMANI: Deus charitas est (non - enciclicamente e ratzingerianamente - "Deus caritas est", SCV - 2006)!!!

ADAMO ED EVA, MARIA E GIUSEPPE UGUALI DAVANTI A DIO: L’ALLEANZA DI FUOCO. SI’ ALLE DONNE VESCOVO: LA CHIESA ANGLICANA SORPASSA LA CHIESA "CATTOLICA". Il cattolicismo "andropologico" romano è finito - a cura di Federico La Sala

L’antropologia della "sacra famiglia" della gerarchia vaticana è zoppa e cieca: il Figlio ha preso il posto del padre "Giuseppe" e dello stesso "Padre Nostro" e continua a "girare" il suo film pre-evangelico preferito, "Il Padrino"!!!
sabato 12 luglio 2008 di Maria Paola Falchinelli
DOPO 500 ANNI, PER IL CARDINALE RAVASI LA PRESENZA DELLE SIBILLE NELLA SISTINA E’ ANCORA L’ELEMENTO PIU’ CURIOSO.

15 anni fa l’apertura alle donne pastore in Inghilterra e Galles
Chiesa anglicana: ’’Sì alle donne vescovo’’.
Vaticano: ’’Strappo alla tradizione’’
Voto positivo dei componenti del Sinodo generale riuniti a York, nel nord della Gran Bretagna, che si sono espressi anche a favore di un "codice di condotta", per evitare lo (...)

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>LA CHIESA ANGLICANA ---- Justin Welby, 56 anni, vescovo di Durham, è stato scelto come nuovo arcivescovo di Canterbury.

sabato 10 novembre 2012

Da ex manager del petrolio ad arcivescovo di Canterbury

di Enrico Franceschini (la Repubblica, 9 novembre 2012)

Immaginate se la prossima fumata bianca in Vaticano annunciasse la nomina di un papa che prima di prendere i voti faceva il petroliere e in più ha moglie, cinque figli, una laurea in Economia, siede in Parlamento ed è vescovo soltanto da un anno. Ebbene, questo è l’uomo che sarà presentato oggi dalla regina Elisabetta e da Downing street come il nuovo “papa” di 80 milioni di cristiani anglicani: decisione insolita, anche per una chiesa moderna come quella d’Inghilterra, ma che tuttavia a Londra non scatenerà il finimondo.

Justin Welby, 56 anni, vescovo di Durham, è stato scelto - secondo le indiscrezioni di giornali e Bbc - come nuovo arcivescovo di Canterbury, ovvero come leader spirituale della Chiesa Anglicana, che ha invece nel sovrano il suo capo secolare, dal tempo dello scisma voluto da Enrico VIII per potersi risposare (com’è noto, poi ci prese gusto).

Non c’erano dubbi che Welby fosse destinato a fare carriera: un suo bisnonno è stato governatore dell’India sotto l’Impero britannico, un prozio è stato ministro del Tesoro, sua madre era la segretaria di Winston Churchill e si è risposata in seconde nozze con un barone ex-campione di cricket.

Con una famiglia così, non sorprende che il nuovo arcivescovo abbia studiato a Eton, la scuola dei (futuri) re e primi ministri, e poi all’università di Cambridge. Solo che la carriera, inizialmente, sembrava propenso a farla nel business: per la precisione nel petrolio, come dirigente della Elf Aquitane e dell’Enterprise Oil.

Solo una tragedia personale gli ha fatto cambiare strada: a 31 anni ha perso una figlia, morta in un incidente d’auto, e qualche mese dopo ha smesso di fare il manager dell’oro nero per prendere i voti e dedicarsi al sacerdozio. Ma fino a dieci anni or sono era un semplice vicario, un parroco, poi è diventato diacono di Liverpool e meno di un anno fa vescovo di Durham (carica che comporta la nomina alla camera dei Lord, dove con il suo background è entrato subito nella commissione banche e finanza).

Più o meno nello stesso momento l’arcivescovo di Canterbury in carica, Rowan Williams, preannunciò le dimissioni con cinque o sei anni di anticipo rispetto alla norma (sì: i “papi anglicani” vanno in pensione, solitamente a 65 anni). Motivo: l’incapacità di tenere insieme progressisti e conservatori all’interno della sua Chiesa, tra modernizzatori che vogliono vescovi e matrimoni gay, tradizionalisti che li aborriscono e la concorrenza della Chiesa cattolica che accoglie questi ultimi come pecorelle smarrite.

Dopo mesi di consultazioni, i sedici membri della Crown Nomination Commission, equivalente del conclave vaticano, nei giorni scorsi hanno consegnato a Cameron due nomi come successori: la prassi vuole che il premier scelga il primo e lo sottoponga alla regina per l’approvazione finale. Perché Welby? Perché il “papa petroliere” ha dimostrato capacità di brillante mediatore nella sua vita precedente come uomo d’affari, è personalmente contrario ai vescovi omosessuali ma favorevole alle donne vescovo, meno di sinistra del predecessore ma altrettanto schierato in difesa dei poveri e contro gli eccessi della City. Insomma si spera che sia l’uomo giusto per trovare un compromesso e mantenere unita una chiesa che rischia di spaccarsi.

È soprannominato “Mr. Bean” per l’aria svagata, ma in realtà è un duro che in questi anni ha rischiato anche la vita per mediare la pace fra cristiani e musulmani in Nigeria. Prima di cedergli il posto, l’arcivescovo di Canterbury uscente gli ha dato un solo consiglio: «Tenere la Bibbia in una mano e un giornale nell’altra», ossia predicare senza perdere di vista i problemi concreti del mondo. Non dovrebbe essere difficile, per un ex- petroliere.


Welby, arcivescovo «no global» a capo della Chiesa d’Inghilterra

di Fabio Cavalera (Corriere della Sera, 9 novembre 2012)

Di quale pasta sia fatto il nuovo capo spirituale degli anglicani lo si era capito un giorno della scorsa estate quando il presidente della Barclays, sir David Walker, presentandosi con un certa baldanza davanti ai Lord si trovò investito da una domanda che era una sciabolata al cuore: «Ma voi banchieri perché siete così tanto avidi? Perché vi arricchite speculando coi soldi degli altri?». Justin Welby, all’epoca era il vescovo della diocesi di Durham ed era pure uno dei rappresentanti nella Camera alta a Westminster della Chiesa d’Inghilterra. Tutti sapevano che il cinquantaseienne figlio di un commerciante di whisky nonché amico della famiglia Kennedy e di Jane Portal, una delle segretarie di Winston Churchill, aveva (e ha) il dente avvelenato con i padroni e con padrini della City.

Ma che un tipo così, nonostante gli studi a Eton e Cambridge (storia), nonostante l’educazione doc, nonostante il suo passato di perfetto «business man», lanciasse pubblicamente la sua sfida al numero uno di un colosso del credito come Barclays, pochi pensavano che potesse accadere. E ancora meno erano quelli che, essendo vacante la cattedra di arcivescovo di Canterbury dopo l’uscita di Rowan Williams, puntavano sull’ascesa di questo signore al soglio massimo anglicano. E, invece, la Crown Nominations Commission, dopo tanto dibattere nella cristianità inglese, alla fine ha chiamato proprio lui: sarà dunque «il fustigatore» della City a comandare (dopo sua maestà, che ne è il vertice simbolico) il gregge dei fedeli.

Chi l’avrebbe mai azzardata, quel giorno dell’estate olimpica, una previsione simile? Scherzi del destino. Nella capitale mondiale della finanza la Chiesa d’Inghilterra sceglie di essere governata da un uomo (sposato e padre di cinque figli) e da un vescovo-lord che della riforma bancaria e della necessità di controlli rigidi su ciò che i «maghi» dei tassi e dei mercati combinano nel segreto delle loro «stanze di guerra», fa il suo moderno vangelo. E non per improvvisa ispirazione divina ma perché Justin Welby la conosce bene la City e conosce bene i «peccati (sue parole) che le grandi company commettono». Ha lavorato nel Miglio Quadrato e ha servito il capitalismo internazionale.

Già, storia interessante quella del neo arcivescovo di Canterbury. «La chiamata di Dio» (sempre sue parole) l’ha avvertita tardi. Dopo la laurea e i dottorati di ricerca, Justin Welby, non ancora presule, aveva trovato impiego nelle aziende petrolifere (alla Elf francese ella Enterprise Oil Plc). Ne era diventato un manager, viaggiava fra Londra, Parigi e l’Africa, nelle aree di estrazione nel Niger («ho visto molti colleghi arrestati per corruzione»), era diventato un apprezzato «trader» dei famigerati titoli derivati. Poi nel 1987 la tragedia che gli cambiò la vita: muore la sua bambina. Il dolore, la riflessione, l’ordinazione nella Chiesa d’Inghilterra.

Justin Welby ha cominciato subito a predicare contro le brame della finanza allegra e ladrona, osservata tanto da vicino: in un saggio del 1997, dal titolo «L’etica dei derivati» già spiegava la struttura e l’inganno dei futures, degli swaps, dei contratti «pronti contro termine», e concludeva: «Sono strumenti potenti, necessitano di monitoraggi severi». Una voce mai arrivata ai piani alti della City: ben 10 anni prima che la finanza venisse travolta dalle sue stesse diaboliche creature.

Il nuovo arcivescovo di Canterbury adesso risfodera i suoi insegnamenti. Può farlo: top manager e top bankers spregiudicati sono nel mirino. Inneggia al movimento «Occupy London», gli antagonisti che si accamparono davanti a St Paul: «Hanno ragione, in questa finanza c’è davvero molto che non va bene». Il censore più pericoloso la City lo trova in casa. E non può prenderlo sotto gamba.


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