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Geo-politica-mente...

L’ASIA E LA MARGINALIZZAZIONE DELL’OCCIDENTE. Una nota di Martin Jacques - a cura di Federico La Sala

giovedì 7 agosto 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Il fatto che l’Occidente non sia stato in grado di cogliere le realtà geopolitiche dell’Asia orientale - oggi la più vasta regione economica del mondo - e adattare di conseguenza la sua politica, ha svelato come pregiudizi e atteggiamenti antiquati siano ancora, purtroppo, ben radicati. Anche quando la sola idea appare ridicola e impraticabile, il richiamo all’intervento militare da parte sia dei media che dei leader politici sembra essere l’unico riflesso possibile. In realtà, la (...)

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> L’ASIA E LA MARGINALIZZAZIONE DELL’OCCIDENTE. Una nota di Martin Jacques --- Chi comanda a pechino? (di Nunziante MAstrolia - rec. di Mario Secomandi).

lunedì 11 agosto 2008

SCHEDA EDITORIALE

CHI COMANDA A PECHINO

-  Autore
-  Nunziante Mastrolia

-  Editore
-  Castelvecchi Editore, Roma

-  Prima edizione
-  2008

-  Pagine
-  254

-  N. ISBN
-  978-88-7615-227-6

-  Questo libro dimostra che le incognite di oggi sul ruolo della Cina nel mondo hanno un’origine molto antica. La Cina corre, e pesa sempre di più negli equilibri commerciali e strategici del capitalismo mondiale. II potere a Pechino passa di mano in mano, cambiano i regimi, gli assetti economici, le alleanze, ma il Paese di Mezzo continua a vivere secondo logiche proprie, estranee all’Occidente. Viene allora da chiedersi: cosa si cela sotto le bandiere rosse che ammantano la leadership cinese?

-  Chi comanda davvero a Pechino? Come reagiranno questi uomini, quando l’ansia di libertà e democrazia, sprigionata dal mercato, inizierà a cozzare con l’antica tradizione autocratica della Cina?

-  C’è chi ritiene che il capitalismo in versione cinese sia del tutto compatibile con la dittatura, e chi invece descrive scenari apocalittici di ribellioni interne (sul modello di quel che si è visto per il Tibet), e conflitti con le altre potenze globali. Ma c’è anche chi crede che la leadership cinese tenterà di privilegiare l’equilibrio e la mediazione rispetto al caos. In ogni caso la Cina dovrà una volta per tutte fare i conti con l’Occidente, e con la modernità.

-  Nunziante Mastrolia
-  Si occupa di relazioni internazionali e sistemi economici comparati. Ricercatore del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS), cura la sezione dell’«Osservatorio Strategico» e del «CeMiSS Quarterly» relativa a Cina e India.



-  Nunziante Mastrolia

-  Chi comanda a Pechino?
-  Il potere, il consenso, la sfida all’Occidente

-  recensione di Mario Secomandi - 15 luglio 2008 *

Si sente sempre più spesso parlare della Cina come una prossima superpotenza mondiale destinata con ogni probabilità a surclassare anche gli Stati Uniti. Diventa dunque sempre più imprescindibile andare ad esaminare le caratteristiche della politica e del tessuto socio-economico dell’ex Impero Celeste. Ha un che di inquietante l’impetuosa ascesa del Dragone asiatico: ad una crescita economica fondata sul liberismo sfrenato (tutt’altro che solidale e sociale) si accompagna una leadership politica autoritaria pervasa dall’approccio totalitario e nazional-tecnocratico-populista del Partito comunista cinese (Pcc).

Il progresso e lo sviluppo della Cina fanno perno sulle delocalizzazioni dei processi produttivi e tecnologici delle imprese (segnatamente manifatturiere) dei Paesi occidentali (ciò che ha per conseguenza favorito nei territori di questi ultimi maggiore disoccupazione e diminuzione del costo del lavoro) e sul «dumping commerciale e monetario» in capo al Gigante asiatico nei confronti degli Usa. Pechino si trova ad essere l’acquirente di buona parte del debito-deficit nazionale americano. E’ stato l’alto tasso di consumo occidentale, europeo e soprattutto americano ad aver trainato negli ultimi lustri la crescita economica cinese, incentrata dunque sulle esportazioni e sulla propria apertura agli investimenti internazionali. I dati stanno lì a parlar chiaro: oltre la metà dell’intera produzione mondiale di biciclette e giocattoli, la metà di quella di scarpe e di forni a microonde, un terzo di quella di televisioni, condizionatori d’aria e valigeria, un quarto di quella delle lavatrici ed un quinto di quella dei frigoriferi, promana da impianti industriali dislocati in Cina.

Dovrebbe destare una certa attenzione ed apprensione in Occidente il boom informatico e tecnologico perseguito dal Dragone cinese, ciò che favorisce la sua ambizione di matrice neoimperialistica di divenire numero uno al mondo anche come potenza militare. Così come non può passare inosservata la migrazione in territorio cinese di importanti centri di ricerca e laboratori di non poche imprese multinazionali occidentali. Ciò costituisce un volano allo sviluppo di settori nevralgici quali le biotecnologie, le telecomunicazioni, la produzione energetica, il comparto aerospaziale e satellitare e quello dell’aviazione (Pechino ha in animo, fra le altre cose, di rompere il «duopolio» di Airbus e Boeing). I laureati cinesi in ingegneria meccanica, ad esempio, ormai ammontano a circa il doppio degli omologhi statunitensi.

Quale rapporto politico, economico, culturale, l’Occidente può quindi impostare con la Cina? La dottrina più valida sembra essere quella americana, per cui l’allargamento della democrazia è possibile se si spargono un bel po’ di semi di libertà economica sul terreno, benché spinoso, delle nazioni e regimi totalitari. Libertà (economica) chiama sempre altra libertà (politica), rispetto del diritto e democrazia. Bene ha fatto, allora, il presidente americano George W. Bush a fissare con lucidità alcuni necessari, sensati e realistici paletti, affermando che la Cina, più che un partner, rappresenta «un competitore strategico, da sorvegliare e contenere». Non ci si può in altre parole fidare ciecamente di Pechino, vista, tra le altre cose, l’influenza da lei esercitata sulla Corea del Nord, usata come una sorta di arma di ricatto per mantenere una propria supremazia nell’equilibrio geopolitico del Far East.

La sfida più nobile è dunque quella di convogliare la Cina all’ordine - si spera sempre più su scala globale - liberal-democratico. Ma per raggiungere un simile obiettivo pare non si stia rivelando di per sé sufficiente e bastevole il fatto che essa sia entrata nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Il filo rosso sangue che unisce le tre T, ovvero Tienanmen, Taiwan e Tibet, è la dimostrazione di come si sia, da parte delle élites cinesi impregnate di radicalismo di sinistra, ancora lontani dall’implementare una vera democratizzazione e liberalizzazione del sistema politico. L’oligarchia di partito, ora in mano al presidente Hu Jintao e al premier Wen Jiabao, col potere assoluto e totalizzante che esercita sulla società, pretende teoricamente di creare benessere per il popolo, in un’ottica di pianificazione centralizzata e dirigistica, mentre in pratica continuano a venire represse nel sangue le rivolte dello stesso popolo tese a chiedere un effettivo rispetto delle più elementari forme di libertà e diritti umani.

Molti vedono le Olimpiadi di quest’estate in Cina come un’opportunità, un’occasione di speranza di un volgimento in meglio della situazione. Ma, mentre Pechino vuole prendere la palla al balzo per celare i suoi tanti scheletri nell’armadio e farsi accettare dal mondo occidentale e non, è possibile notare la presenza di elementi non poco grotteschi e singolari in merito agli imminenti Giochi olimpici. Si tratterà quasi certamente di un puro caso; lungi da noi tracciare un nefasto parallelo Berlino 1936-Pechino 2008; ma, a puro titolo di cronaca, è curioso venire a sapere che l’architetto che ha rimodellato la capitale cinese si chiama Albert Speer jr, il cui padre era l’uomo cui Adolf Hitler affidò la costruzione avveniristica di «Berlino capitale mondiale». Anziché aprire maggiori spazi di libertà, trasparenza, giustizia e democrazia, il governo cinese pare si limiti a puntare tutto, in vista delle Olimpiadi, sulla campagna anti-sputo e sulla presa a cannonate delle nuvole per garantire sole e cielo pulito. Suscita un certo rammarico il fatto che vengano visti con fastidio dalle autorità cinesi i reporter che si apprestano, in quei giorni in cui il centro dell’attenzione mondiale sarà lì, ad approfittare della situazione per narrare le cose come stanno in quel Paese.

Sebbene la propaganda del Pcc voglia occultarlo, il sistema capital-comunista cinese si sta rivelando essere una specie di moloch asfissiante, prepotente e nocivo per la sua stessa popolazione. Il marxismo maoista incontra nella Cina odierna una sorta di eterogenesi dei fini: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (altro che il comunismo dei tutti uguali!). Le tensioni sociali lievitano, visto il crescente divario tra le campagne indigenti, e le città costiere più prospere. Il Pcc si va inoltre caratterizzando come vero e proprio partito del cemento e del mattone: gli espropri selvaggi di terreni nelle campagne e le demolizioni procedono a ritmo serrato. Degrado ambientale, inquinamento atmosferico, assenza di cure mediche, disoccupazione, inflazione, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e corruzione dei membri del partito, sono solo alcuni tra i cattivi frutti che cadono dall’albero della «quarta generazione» di rivoluzionari oligarchi.

Un segno di speranza è dato tuttavia dal fatto che oggi non siano solo le campagne a ribellarsi: anche la classe media si va dimostrando sempre più propensa a scendere a manifestare contro il governo. La borghesia urbana sta dunque crescendo e maturando, e inizia a chiedere il conto del rispetto dei propri diritti. Con una piccola grande attenzione però: non è detto che l’irrobustimento della classe media spinga necessariamente verso una maggiore democratizzazione politica; il ceto medio basso potrebbe anche cadere nella tentazione nazionalista. E parliamo di un nazionalismo che, come un fiume carsico, potrebbe ricomparire all’interno della società cinese. E’ solo un caso, a tal proposito, che Pechino stia cercando di poggiare la propria crescita economica (forse nel tentativo di smarcarsi dagli Stati Uniti?) non più sulle esportazioni, ma sui consumi interni?

* Mario Secomandi


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