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EVANGELO ("CHARITAS") E TEOLOGIA POLITICA DEL MENTITORE E DI "MAMMONA" (" CARITAS"). PER IL "RISCHIARAMENTO" ("AUFKLARUNG") NECESSARIO, CHE GIA’ DANTE SOLLECITAVA ...

CRISTIANESIMO E OMOSESSUALITA’. IL CASO DEL CARDINALE NEWMAN. Per farlo santo, il vaticano tenta di occultarne l’omosessualità - a cura di Federico la Sala

martedì 2 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] mentre certa parte della stampa cattolica si affretta a dar voce a chi assicura che il rapporto tra i due era di semplice amicizia (come ha fatto Avvenire nell’edizione del 26/8), restano inconfutabili le parole che lo stesso Newman scrisse alla morte di St. John, nel 1875: "Ho sempre pensato che non vi fosse lutto paragonabile a quello di un marito o di una moglie, ma mi risulta difficile credere che ve ne sia uno maggiore del mio" [...]
COR AD COR LOQUITUR (Il cuore parla al (...)

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> CRISTIANESIMO E OMOSESSUALITA’. -- Teologia e pastorale. Fare l’amore sotto il sorriso di Dio (di Matteo Menghini - Adista).

lunedì 14 novembre 2016

CHIESA

Teologia e pastorale

Fare l’amore sotto il sorriso di Dio

di MATTEO MENGHINI*

Sebbene, in seguito all’elezione di Bergoglio, alcune cose siano cambiate e ci siano state delle parziali aperture da parte dello stesso Francesco, non si può certo dire che a queste abbiano fatto seguito dei concreti mutamenti nella pastorale. Anzi, eccetto qualche raro caso, si è di fatto rimasti fermi ad una teologia di stampo tridentino.

Per rendersene conto, sarebbe sufficiente recarsi in una delle tantissime parrocchie cattoliche o chiedere a qualche coppia omosessuale o di conviventi quale sia il trattamento loro riservato. Non nego che ci siano alcuni bravi parroci che sappiano guardare oltre il diritto canonico e siano in grado di mettere in secondo piano la rigida morale vaticana.

Noi teologi abbiamo però un difetto (per fortuna!): difficilmente - nel mio caso “mai” - ci accontentiamo delle risposte preconfezionate e ciò che amiamo fare di più è dubitare di quanto “da sempre e in ogni luogo”, per parafrasare Vincenzo di Lerino, ci viene insegnato ed è accettato da molti come vero.

Pensando alla bimillenaria condanna dell’omosessualità, ma non solo, da parte della Chiesa, la mia mente non può dimenticare quanto si afferma al par. 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica, un testo - non dimentichiamolo! - fortemente voluto da Giovanni Paolo II ed espressione della teologia promossa nel corso del suo pontificato. In esso, si parla, a proposito dell’omosessualità, di una «genesi psichica (...) in gran parte inspiegabile » e di «atti intrinsecamente disordinati».

Chiunque incappi in queste parole non può non essere portato a pensare all’omosessualità come ad un disturbo di natura psichica. Fortunatamente, nel 1973, l’Associazione psichiatrica americana ha declassificato l’omosessualità come disturbo mentale. Oggi, si sa, omosessuali si nasce, non ci si diventa né, tanto meno, ci si ammala.

In questa sede, il mio intento non è semplicemente quello di invitare alla riflessione circa l’accettazione o meno degli omosessuali o delle coppie conviventi, quanto piuttosto di rilevare alcune delle innumerevoli aporie, o contraddizioni che dir si voglia, fra il messaggio e l’antropologia biblica, da un lato, e l’atteggiamento della Chiesa, dall’altro.

Ciò che è in ballo non è infatti la sola omosessualità, ma, in termini molto più generali, la visione complessiva della sessualità umana.

Premesso che sarebbe un grave errore ecclesiologico identificare nella Chiesa la sola gerarchia (la Chiesa comprende, a mio avviso, non solo quanti sono stati battezzati, ma l’umanità intera, se è vero che c’è un solo Padre, del quale siamo perciò tutti figli), è ormai noto che l’antropologia cattolica è tutto fuorché cristiana.

La netta distinzione dell’essere umano in corpo e anima ed il disprezzo per le realtà materiali, sessualità compresa, non risale certo a Gesù di Nazareth, ma al pensiero greco ed, in particolar modo, a Platone.

Il cristianesimo ha, ahimè, ereditato e fatto proprio quest’erroneo modo di vedere le cose. Perché erroneo? Perché esso non ha nulla a che fare con la predicazione evangelica, né con l’antropologia biblica.

Chi ha un po’ di dimestichezza con le Scritture, le legga e, soprattutto nell’Antico Testamento, che io preferisco chiamare “Primo”, non troverà la benché minima contrapposizione fra corpo e anima. L’essere umano si qualifica, sin dalle prime pagine della Genesi, come un’unità inscindibile. Non è un caso che Gesù s’incarni e risorga anche corporalmente.

Quel che allora mi chiedo e che, senza dubbio, molti prima di me si saranno chiesti è: se io sono figlio di Dio e Sua creatura, perché mai dovrei disprezzare il mio corpo e, in particolar modo, la mia sessualità che, dopo il linguaggio verbale, costituisce il mio principale approccio al mondo?

Se questo corpo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio e se l’essenza di Dio è Amore e relazione, perché mai, al di fuori del matrimonio, la sessualità dovrebbe costituire un atto peccaminoso?

Non si tratta, come molti potrebbero pensare, di giustificare la sessualità come puro e semplice atto di godimento, in cui l’altro è ridotto a mero strumento del mio personale piacere.

La sessualità va invece vista e vissuta come dono e apertura all’altro; se, dunque, essa si concretizza nella dimensione dell’amore, non può essere classificata come peccato e questo per il semplice fatto che, laddove c’è amore, non ci può essere peccato, a prescindere dalla natura di questo amore (sia esso etero o omosessuale).

C’è di più. In un recente intervento, Vito Mancuso ha non a torto parlato di una dimensione triplice dell’amore, che ognuno di noi avrà certamente, almeno una volta, sperimentato e che trova, per così dire, conferma nei tre sostantivi con cui gli antichi Greci designavano quello che oggi è troppo facilmente etichettato come amore. Vi siete mai chiesti quale sia il vero e profondo significato della parola amore: essa significa carità (agape), cioè quella propensione insita in ciascuno ad amare il prossimo come se stessi, amicizia (philia) e passione (eros).

Ebbene, ogni essere umano è chiamato a vivere questa dimensione triplice dell’amore e a non soffocare l’una in favore dell’altra. Questo non vuol certo dire che sbaglia chi, consapevolmente ed in piena libertà, sceglie di vivere nella castità o nella continenza o nell’attesa.

Però, si noti bene: ho scritto “in piena libertà”. La libertà è quello spazio della nostra coscienza che, per definirsi tale, necessita di essere assoluto, cioè svincolato da ogni realtà o istituzione esterna. È naturale che se, non dico vogliamo, ma almeno aspiriamo ad essere cristiani, l’esercizio di questa libertà deve sempre avvenire nel rispetto di chi ho di fronte.

Concludendo questa mia riflessione, ricordo con simpatia la teologa Caterina Jacobelli, autrice del tanto amato-odiato “Risus paschalis”: un contributo, quello di Jacobelli, a cui devo molto e che ha segnato la mia giovinezza e il mio modo di studiare e vivere la teologia.

La mia simpatia va anche a Franco Barbero che, in un faccia a faccia con Oreste Benzi, non si vergognava a dire: «Fate l’amore sotto il sorriso di Dio».

* Laureato in Scienze bibliche e teologiche alla Valdese di Roma e in Scienze delle religioni all’Università di Padova. Il suo blog è teologiainpillole.wordpress.com/blog

* Adista Segni Nuovi 19 NOVEMBRE 2016 • N. 40


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