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FILOSOFIA E PSICOLOGIA - POSITIVA....

VITA BEATA E SOCIETA’ FELICE. Dalla Harvard University una buona-notizia (eu-angelo) e ottime lezioni di Tal Ben-Shahar. Per la felicità, più del denaro ("Deus caritas est"), conta un rapporto amoroso soddisfacente, avere tanti amici ed essere rispettati dalla comunità. Una nota di Paolo Pontoniere - a cura di pfls

martedì 9 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] In un’era in cui paesi come il Bhutan decidono di assumere come metro di misura del loro benessere l’indice di felicità dei propri cittadini piuttosto che le statistiche del Pil, non stupisce che gli insegnamenti per raggiungere la felicità stiano ricevendo tutta questa attenzione. Quando poi si viene ad un paese come gli Stati Uniti, che l’hanno inserita addirittura nella Costituzione, ci si rende conto che la ricerca della felicità non è una bazzecola [...] (...)

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> VITA BEATA E SOCIETA’ FELICE. ---- L’ingiustizia sociale uccide (di Pierre Rimbert - Le Monde Diplomatique).

mercoledì 10 settembre 2008

Le Monde Diplomatique - La Valise diplomatique

L’ingiustizia sociale uccide

di Pierre Rimbert

(martedì 2 settembre 2008 - traduzione dal francese di José F. Padova) *

Questa constatazione senza sfumature non proviene da un’organizzazione marxista ortodossa, ma da uno studio dettagliato sui fattori sociali determinanti la salute nel mondo. Reso pubblico dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) il 28 agosto 2008, il rapporto, intitolato "Colmare il fossato in una generazione" (1) sintetizza i risultati di tre anni di ricerche.

Esso rileva come alle disuguaglianze sanitarie fra Paesi si aggiungano quelle fra ricchi e poveri nel medesimo paese. Per esempio, se l’aspettativa di vita alla nascita di un bambino americano è superiore di diciassette anni a quella di un indiano, la speranza di vita di un neonato scozzese di una periferia poverissima di Glasgow è di ventotto anni inferiore a quella di un lattante messo al mondo in un quartiere pieno di soldi della stessa città. «L’ingiustizia sociale uccide su grande scala», notano gli autori riuniti in seno alla Commissione sui fattori sociali determinanti la salute. Costituita dall’OMS nel 2005, comprende fra i suoi membri ricercatori in scienze sociali, medici, personalità politiche, ecc..

«La ripartizione disuguale dei fattori che nuocciono alla salute non è in alcun caso un fenomeno naturale, essi spiegano. Essa risulta dagli effetti congiunti di politiche e di programmi sociali insufficienti, di modalità economiche ingiuste e di strategie politiche mal pensate». Ridurre queste ineguaglianze passa evidentemente attraverso un accesso universale ai beni elementari (acqua, nutrimento, alloggio, cure, energia), ma anche attraverso l’educazione, la cultura, un’urbanizzazione armoniosa e buone condizioni di lavoro. Inoltre il fossato sanitario non si colmerà «se non si migliora la vita delle donne, delle bambine e delle ragazze», mentre i poteri pubblici si devono impegnare più fermamente per mettere fine alle discriminazioni che le colpiscono.

Questo documento di 256 pagine si legge come una requisitoria contro le politiche economiche magnificate dalle istituzioni finanziarie internazionali e messe in atto in numerosi Paesi. Esso raccomanda in particolare di «lottare contro le disuguaglianze nella ripartizione del potere, del denaro e delle risorse, vale a dire i fattori strutturali dai quali dipendono le condizioni di vita quotidiane a livello mondiale, nazionale e locale».

Collegando salute e lavoro, i membri della Commissione si scostano in modo strano dalle raccomandazioni liberali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE): «Il pieno impiego, l’equità in materia di lavoro e di condizioni di lavoro decenti devono essere gli obiettivi comuni delle istituzioni internazionali e porsi nel cuore delle politiche e delle strategie di sviluppo nazionale, mentre i lavoratori devono essere meglio rappresentati al momento dell’elaborazione delle politiche, della legislazione e dei programmi che riguardano l’occupazione e il lavoro». Effettivamente «un lavoro, non pericoloso e rimunerato correttamente» riduce i fattori di rischio. Come pure un impiego stabile, visto che «la mortalità è sensibilmente più elevata fra i lavoratori temporanei che fra quelli permanenti».

Per porre rimedio alle ineguaglianze sanitarie e alle disparità delle condizioni di vita quotidiane, il rapporto dell’OMS raccomanda di istituire «una protezione sociale universale generosa» - che funzioni di preferenza «mediante ripartizione» -, così come importanti investimenti nel settore della sanità. Un cantiere di questo genere «esige un settore pubblico potente, determinato, capace e sufficientemente provvisto di finanziamenti».

Dal momento che i governi dei Paesi capitalisti avanzati delegano al settore commerciale una parte sempre più importante delle attività riguardanti la salute e trasferiscono alle assicurazioni private intere sezioni della copertura assicurativa delle malattie, gli autori dello studio ricordano che «la salute non è un bene negoziabile». La fornitura di beni sociali essenziali, come l’accesso all’acqua e alle cure, «deve essere regolata dal settore pubblico e non dalla legge del mercato». I membri della Commissione dell’OMS insistono su questo punto: «Poiché i mercati non possono fornire i beni e i servizi indispensabili in modo equo, il finanziamento da parte dello Stato esige dal settore pubblico che garantisca un inquadramento solido e consenta spese sufficienti». Prima di concludere, in barba ai sostenitori di una fiscalità sempre più ridotta, così: «Ciò presuppone un’imposta progressiva, perché è accertato che una ridistribuzione anche se modesta contribuisce a ridurre la povertà molto più della sola crescita economica».

Alla luce di questi risultati bisogna pensare a stampare sulle scatole dei medicinali «Abbassare l’imposta nuoce alla salute» e «L’ingiustizia sociale uccide».

(1) http://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2008-09-02-inegalites

* Il Dialogo, Mercoledì, 10 settembre 2008 - ripresa parziale, senza tabelle


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