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AL DI LA’ DELLA TRINITA’ EDIPICA. "DIO NON E’ CATTOLICO" (Carlo M. Martini). E LA "CHARITAS" NON E’ LA "CARITAS" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 2006)!!!.

LA VITA, L’ETICA E LA VERITA’ E IL LORO FONDAMENTO NASCOSTO, L’AMORE (DEUS CHARITAS). Come un "padre" diventa "figlio del suo figlio" - e il figlio "padre del suo padre" ... Una parabola per riflettervi - a cura di Federico La Sala

sabato 13 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei (...)

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> LA VITA, L’ETICA E LA VERITA’ E IL LORO FONDAMENTO NASCOSTO, L’AMORE (DEUS CHARITAS). ---- SULLA PARABOLA DEL "FIGLUOL PRODIGO", LE RIFLESSIONI DI eNZO bIANCHI E DI BENEDETTO XVI.

giovedì 18 marzo 2010

PROVOCAZIONE. È motivato il rancore del fratello «virtuoso» per le feste del padre dopo il ritorno di quello smarrito? Una rilettura controluce

Ma l’altro figliol fu «prodigo»?

di ENZO BIANCHI (Avvenire, 11.03.2010)*

Il padre accoglie la confessione sincera del figlio minore torna­to a casa, una confessione solo ora divenuta sincera, non più inte­ressata: «Ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono degno di essere chiamato figlio». Quella fu­ga, quella lontananza è stata rottu­ra, rifiuto di un rapporto di vita con la paternità, una rottura di quel legame che nasce dell’acco­glienza del dono della vita. Ma il padre non fa rimproveri, non re­crimina sul passato, non pone al figlio alcuna condizione, non gli lascia pronunciare le parole che il figlio aveva preparato: «Trattami come uno dei tuoi salariati!». Que­ste parole di scambio non sono dette, non sono poste davanti al Padre. «Fammi ritornare ed io ri­tornerò », cioè «Convertimi ed io mi convertirò!». Queste parole del profeta Geremia sono ormai com­prese nella verità assoluta dal fi­glio. Il padre con il suo amore pre­veniente ha attirato a sé il figlio, il cui ritorno era andare verso chi lo attirava e lo chiamava, proprio co­me Dio aveva fatto con l’uomo A­damo dopo il peccato: «Dove sei? Adamo, dove sei? Figlio dove sei?». Inizia allora la festa: un peccatore è ritornato, un morto è risuscitato.

La casa è sempre rimasta aperta, il figlio deve lasciarsi amare dal pa­dre. Sì, è più importante capire che Dio ci ama che capire che noi dob­biamo amare Dio. Nella sua predi­cazione e nel suo agire, Gesù ha detto molto di più su Dio che ci a­ma che non sul nostro dovere di a­mare Dio. È significativo: può a­mare Dio colui che ha conosciuto che da Dio è stato amato prima e di amore preveniente. Capiamo le parole di Giovanni: «Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,18), eco di quelle di Gesù ai discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!» (Gv 15,16). Ecco allora la casa paterna diventare luogo del perdono e della festa: il vestito più bello è messo al figlio, l’anello è messo al suo dito, gli sono portate le calzature perché non sia più a piedi nudi co­me gli schiavi. Viene ucciso il vitello migliore e si fa festa. Il padre di­ce «presto»: è urgente la festa, la gioia, perché il peccato è cancellato, il padre non lo ricorda più e dunque tutto dev’essere ri­portato all’integrità. E i servi si af­frettano a preparare la celebrazio­ne della per tutta la famiglia.

La parabola poteva finire qui, sa­rebbe finita come gli altri due rac­conti analoghi della pecora e della dracma smarrite, ma qui l’evange­lista apre un altro quadro. Appare il figlio maggiore, colui che era re- stato sempre a casa e aveva servito il padre per tanti anni. Di fronte al tornare in vita del fratello prova u­na reazione di gelosia: in nome della giustizia non può tollerare che quel suo fratello sia causa di festa. Com’è possibile? Se n’è an­dato, pretendendo l’eredità che poi ha dilapidato, non ha fatto mai avere sue notizie, mentre lui è re­stato a casa, ha obbedito al padre, ha lavorato, ha tirato avanti per anni con fatica. E ora si fa festa per uno che non lo riconosceva nep­pure come fratello e che, andandose­ne, aveva di fatto negato i legami fa­miliari?

No, questa festa non gli appartiene. Lì non vuole saperne di entrare. Ed ecco di nuovo il padre che esce - non lo fa chiamare, ma esce incontro a lui - esce un’altra volta di casa per in­contrare un figlio e lo prega insi­stentemente. Ma il figlio restato a casa recrimina. Vanta una fedeltà - «da tanti anni ti servo» -, mette da­vanti al padre la sua giustizia: «Non ho mai trasgredito un tuo comando». Ha vissuto fino allora come un mercenario puntuale, si è impegnato verso il padre come un salariato, ed è il padre che manca verso di lui: non gli ha mai dato un capretto per lui e i suoi amici e ora dà il vitello grasso per il fratello in­degno di quel nome! C’è risenti­mento, c’è protesta, c’è un’accusa precisa verso il padre in questo ri­fiuto.

La spiegazione di questo atteggia­mento è sulla bocca di Gesù nel vangelo di Giovanni: «Chi è schia­vo non resta sempre nella casa (paterna) solo chi è figlio vi rimane sempre!» (Gv 8,35), cioè chi si sen­te schiavo sta a casa come un mer­cenario, non come un figlio, sta a casa ma si sente in prigione, fa le cose perché si sente costretto, sen­za la libertà propria di chi è figlio, senza amore.

Sì, questo figlio in realtà non era mai stato nella casa del padre: il suo dimorare accanto al padre non lo aveva portato a conoscerne il cuore. Era stato schiavo in una pri­gione. Il suo comportamento non è fondamentalmente diverso da quello di chi se ne era andato! Tutti e due i figli non vivevano nella re­lazione paterna, non conoscevano l’amore del padre. E il padre allora dice: «Figlio, figlio amato, quello che è mio è tuo!». Téknon, mio ca­ro figlio, mio caro ragazzo, «ciò che è mio, è tuo», tra noi c’è comunio­ne, tu sei sempre con me, tra noi c’è vita comune, compagnia. A­vrebbe potuto dirgli: «Tu dici di non aver mai trasgredito uno dei miei comandi, ma ora che ti invi­tano a entrare tu ti fai disobbe­diente ». E invece, anche questa volta, non rimprovera ma prega, chiede soprattutto di accogliere la resurrezione di suo fratello. «Tuo fratello è risorto! Occorre far fe­sta!».

Qui termina il racconto di Gesù, ma sulla conclusione della vicenda restano aperti interrogativi fonda­mentali per noi che leggiamo la parabola. È entrato il fratello a fare festa? E il padre, è entrato lascian­do il figlio maggiore fuori, oppure è ancora là che lo prega affinché la festa sia completa? Questa parabo­la ci aiuta davvero a chiederci: tu che chiami Dio Padre, quale im­magine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributi­va? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù così ci in­terpella! A ciascuno di noi la rispo­sta nel nostro cuore: una risposta che possiamo dare solo nel penti­mento, tornando a Dio, nel segreto del cuore. In attesa di vedere Dio faccia a faccia, come esclamava sant’Ignazio di Antiochia avvici­nandosi al martirio: «Una voce mi dice come acqua zampillante: Vie­ni al Padre!». Questo figlio in realtà non era mai stato nella casa del genitore, perché non vedeva il suo cuore: proprio come quello che se n’era andato, non ne conosceva l’amore

* L’INCONTRO

Il priore di Bose fa «lectio divina» a Piacenza

Anticipiamo in queste colonne ampi stralci della lectio «Si alzò e ritornò da sua padre (Lc 15,20)» che il priore di Bose, Enzo Bianchi (nella foto sotto), terrà questa sera alle 21 in cattedrale a Piacenza, nell’ambito del ciclo «Esercizi di lectio divina sul Vangelo di Luca in cattedrale».


Angelus

Di fronte a Dio né «ribellione» né «obbedienza infantile»

di Benedetto XVI (Avvenire, 14 Marzo 2010)

Cari fratelli e sorelle!

In questa quarta domenica di Quaresima viene proclamato il Vangelo del padre e dei due figli, più noto come parabola del "figlio prodigo" (Lc 15,11-32). Questa pagina di san Luca costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Infatti, che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio Padre pieno di misericordia? Essa non smette mai di commuoverci, e ogni volta che l’ascoltiamo o la leggiamo è in grado di suggerirci sempre nuovi significati. Soprattutto, questo testo evangelico ha il potere di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore.

Dopo che Gesù ci ha raccontato del Padre misericordioso, le cose non sono più come prima, adesso Dio lo conosciamo: Egli è il nostro Padre, che per amore ci ha creati liberi e dotati di coscienza, che soffre se ci perdiamo e che fa festa se ritorniamo. Per questo, la relazione con Lui si costruisce attraverso una storia, analogamente a quanto accade ad ogni figlio con i propri genitori: all’inizio dipende da loro; poi rivendica la propria autonomia; e infine - se vi è un positivo sviluppo - arriva ad un rapporto maturo, basato sulla riconoscenza e sull’amore autentico.

In queste tappe possiamo leggere anche momenti del cammino dell’uomo nel rapporto con Dio. Vi può essere una fase che è come l’infanzia: una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio. Questa fase, appunto, è delicata, può portare all’ateismo, ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio.

Per nostra fortuna, Dio non viene mai meno alla sua fedeltà e, anche se noi ci allontaniamo e ci perdiamo, continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé. Nella parabola, i due figli si comportano in maniera opposta: il minore se ne va e cade sempre più in basso, mentre il maggiore rimane a casa, ma anch’egli ha una relazione immatura con il Padre; infatti, quando il fratello ritorna, il maggiore non è felice come lo è, invece, il Padre, anzi, si arrabbia e non vuole rientrare in casa.

I due figli rappresentano due modi immaturi di rapportarsi con Dio: la ribellione e una obbedienza infantile. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio.

Cari amici, meditiamo questa parabola. Rispecchiamoci nei due figli, e soprattutto contempliamo il cuore del Padre. Gettiamoci tra le sue braccia e lasciamoci rigenerare dal suo amore misericordioso. Ci aiuti in questo la Vergine Maria, Mater misericordiae.


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