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Editoriale

Ecco come muore un "negro di merda", è avvenuto a Milano. Razzismo e taglione alla decima

martedì 16 settembre 2008 di Emiliano Morrone
La ’ndrangheta di solito non uccide. Salvo a Duisburg. Giovanni Strangio docet, per chi indaga.
A Milano, Fausto e Daniele Cristofoli, proprietari del locale Shining Bar, nei pressi della stazione centrale, hanno ammazzato Abdul Salam Guibre, 19 anni, di colore.
I Cristofoli non sono della Santa né hanno il passaporto calabrese.
Tre neri rubano dei dolci nel bar. I titolari li inseguono, li acciuffano, li ingiuriano, ci litigano e finiscono a sprangate il giovane Abdul.
Costernazione e (...)

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> Ecco come muore un "negro di merda", è avvenuto a Milano. Razzismo e taglione alla decima --- Un giovane nigeriano allontanato dalla Vismara dopo aver denunciato le offese

martedì 16 settembre 2008


-   Un giovane nigeriano allontanato dalla Vismara dopo aver denunciato le offese
-  Il racconto di Daniel: l’azienda copre chi mi tormentava
-  "Due anni di insulti sul lavoro
-  licenziato perché sono di colore"

dal nostro inviato PAOLO BERIZZI *

LECCO - Per due anni ha insaccato e ha incassato. Tutti i giorni. Sempre lì, al suo posto, in uno dei più grossi salumifici italiani. Ha insaccato salami e mortadelle. Ha incassato insulti razzisti e offese umilianti. La più becera, e anche la più banale, è "sporco negro": la stessa firma degli assassini di Guibre. E’ quella che lo ha marchiato dentro, che lo ha fatto sentire un comodo sfogatoio per le frustrazioni di un collega, che poi sono diventati un gruppo, e allora la cosa si è fatta ancora più pesante. Questa è la storia di Daniel - basta il nome - , nigeriano di Lagos, 24 anni, un bambino di due.

Daniel non è un clandestino: è in Italia regolarmente dal 2003. Abita a Villasanta, Brianza monzese, con la moglie e il figlio. Paga un affitto. Ha un lavoro, anzi, l’aveva. Perché l’hanno licenziato. Daniel è un operaio macchinista. Nel 2006 inizia a lavorare alla Vismara S. p. A di Casatenovo, Lecco. Si divide tra il reparto e il forno. Sgobba da mattina a sera.

Mai un problema, mai un richiamo, racconta. E ottimo rendimento, visto che ogni sei mesi gli rinnovano il contratto. Ma nello stabilimento c’è un ostacolo imprevisto con cui il cittadino africano deve fare i conti: il razzismo. A dargli dello "sporco negro", all’inizio, è solo un collega. Per lui insultare Daniel è la regola. Altri operai iniziano presto a apostrofarlo nello stesso modo. Uno stillicidio di offese al quale l’immigrato, nonostante le ripetute richieste di spiegazioni, non riesce a sottrarsi.

Manda giù, abbozza quando un giorno gli dicono: "La vuoi capire o no che voi extracomunitari di m. in Italia non potete stare?". Solo perché aveva chiesto a un collega di aiutare un altro lavoratore in difficoltà, un peruviano che non riusciva a trasportare dei colli di mortadella. "Chi credi di essere? Mica penserai di comandare noi italiani?".

Daniel ha paura di denunciare chi lo tormenta: non vuole rischiare di perdere il posto di lavoro. Un giorno si rivolge al capo reparto, che però minimizza: "Dai, non farci caso... sai come sono fatti i ragazzi... Tu pensa a fare il tuo lavoro e basta". Ma alla fine di giugno decide che il vaso è colmo. Accade quando entra nello spogliatoio e trova il suo armadietto distrutto. Un atto vandalico, l’ultimo sfregio. Lui che non ha mai ricevuto provvedimenti disciplinari, lui che guadagna 1100 euro e che - dopo 12 contratti - viene ancora pagato dall’agenzia interinale "Iwork" di Arcore.

Il 28 giugno Daniel presenta una querela alla Procura di Lecco: racconta nel dettaglio le odiose offese che gli sbattono addosso. Spera che dopo quell’esposto qualcosa possa finalmente cambiare. Che la sua dignità non sia più calpestata. E invece al danno si aggiunge la beffa. L’altro giorno la Vismara gli da il "benservito": "A fine mese non presentarti più in azienda", gli comunica il capo reparto. L’operaio crede sia uno scherzo di cattivo gusto: e invece è tutto vero.

"Ho subito per due anni in silenzio, senza ribellarmi - racconta - proprio perché non volevo rischiare di perdere il posto. Ma non ce l’ho più fatta a sopportare di essere offeso in quel modo. E così adesso sono senza lavoro. Non ce l’ho con l’Italia e con gli italiani. L’Italia mi ha dato il lavoro, la possibilità di sfamare me stesso e la mia famiglia. Ce l’ho con l’ignoranza di chi ti insulta perché hai un colore della pelle diverso dal loro. Ho una moglie e un figlio piccolo da mantenere. Il mio stipendio me lo sono sempre guadagnato onestamente, mi ferisce che me lo abbiano tolto solo perché ho detto basta al razzismo. Oltretutto ci sono altri lavoratori extracomunitari nello stabilimento. Quando sono andato in Tribunale ho pensato anche a loro, anche se ognuno reagisce a modo suo e alla fine ognuno si fa gli affari suoi".

Dagli uffici della Vismara, alla quale ci siamo rivolti ieri per chiedere chiarimenti sulla vicenda, per ora non è arrivato nessun commento. Ironia del caso - va detto che l’azienda almeno per ora non ha alcuna responsabilità - come melodia di sottofondo dell’attesa telefonica s’odono le parole di Vasco Rossi: "... basta poco per essere intolleranti... per essere un po’ ignoranti...".

Il legale di Daniel, Francesco Mongiu, ha riassunto la storia di questo strano licenziamento e la sottoporrà al giudice del lavoro. "Per "pura coincidenza" - racconta l’avvocato - il cognato del mio assistito, un cittadino della Sierra Leone, laureato anche lui in regola, dopo un periodo di prova nello stesso salumificio, è stato ritenuto inidoneo al compito di insaccatore di mortadelle".

* la Repubblica, 16 settembre 2008


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