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Editoriale

Ecco come muore un "negro di merda", è avvenuto a Milano. Razzismo e taglione alla decima

martedì 16 settembre 2008 di Emiliano Morrone
La ’ndrangheta di solito non uccide. Salvo a Duisburg. Giovanni Strangio docet, per chi indaga.
A Milano, Fausto e Daniele Cristofoli, proprietari del locale Shining Bar, nei pressi della stazione centrale, hanno ammazzato Abdul Salam Guibre, 19 anni, di colore.
I Cristofoli non sono della Santa né hanno il passaporto calabrese.
Tre neri rubano dei dolci nel bar. I titolari li inseguono, li acciuffano, li ingiuriano, ci litigano e finiscono a sprangate il giovane Abdul.
Costernazione e (...)

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>Razzismo e taglione alla decima ---- Un Paese che non sa punire i razzismi (di Francesco Bonami)

domenica 10 febbraio 2013

Un Paese che non sa punire i razzismi

di Francesco Bonami (La Stampa, 10.03.2013)

Il grande paradosso italiano è che pur vivendo in una dittatura del «talk show», travolti quotidianamente da tsunami di parole, loro, le parole, da noi non hanno nessun valore sociale e nessuna conseguenza morale. Tutti possiamo dire il contrario di tutto nel giro di poche ore. Il dialogo civile è costantemente inquinato da parole, a volte pesanti, a volte gravissime, pronunciate irresponsabilmente sia da personaggi politici ed istituzionali sia da poveri disgraziati che dalle gradinate di uno stadio urlano infami improperi a giocatori avversari di diversa origine etnica.

L’Italia è di fatto un Paese profondamente razzista. Un razzismo mascherato ora come barzelletta, ora come sfottò. Un razzismo protetto da un profondo senso di impunità del quale ognuno di noi sembra depositario.

Siamo razzisti verso la gente di diverso colore, verso quella di sesso diverso dal nostro, contro quelli che hanno gusti sessuali differenti dai nostri, contro chi professa religioni che non conosciamo, contro chi abituato a lavorare di più nel proprio Paese vien qui e ci frega il lavoro. Dalla nostra bocca può uscire di tutto, certi che nulla di quello che diciamo avrà conseguenze, non tanto legali ma morali o sulla nostra posizione nei meccanismi professionali e civili ai quali apparteniamo.

Il conduttore televisivo viene beccato su YouTube ad urlare morti di fame a dei disoccupati che lo contestano per la strada e la cosa è vista dai suoi «superiori» come una divertente improvvisazione che aumenta la popolarità del suo programma. Un famoso critico d’arte da del «filippino» pubblicamente e a mezzo stampa ad un collega per disprezzarlo e imperturbabile continua ad essere ospitato a programmi televisivi e scrivere su riviste specializzate. Il giudizio della società è irrilevante, unico spauracchio sono le cause legali che ci possono arrivare per diffamazione e che intasano il sistema giudiziario. La dignità di chi ci circonda non c’interessa proprio. Ma la cosa peggiore è che sembra non interessarci nemmeno la nostra dignità interiore.

La responsabilità delle parole non ci appartiene più, cosa che in un periodo di campagna elettorale è ancora più spaventosa. Per un punto di percentuale siamo capaci di apostrofare un avversario tirando in ballo le menomazioni fisiche più tragiche o facendo commenti razziali allucinanti. Sto generalizzando? Assolutamente no. Scrivo tutto questo con cognizione di causa. Con la mia compagna, afroamericana di Buffalo, passiamo alcuni mesi dell’anno a Milano. Arrivando dagli Stati Uniti la mia preoccupazione è stata quella di far capire all’ignara signora quanto il mio Paese potesse essere razzista.

L’Italia, a differenza degli Stati Uniti, Paese profondamente razzista, non è in grado di creare gli strumenti per controllare e punire, non solo legalmente ma anche socialmente, chi non è capace di controllare i propri odi al di fuori delle pareti della propria casa, figuriamoci davanti ad un microfono di una televisione o di una radio.

Infatti, faccio qualche semplice esempio, la signora afroamericana ha presto scoperto di essere, anche lei come Balotelli, agli occhi di molti una «negretta». In un parco milanese dove tanti bambini diversi giocano ogni giorno, una madre si avvicina e le chiede se è stata assunta dalla famiglia della bambina che porta a passeggio. Risposta: «Sono stata assunta a vita essendo questa mia figlia». Reazione: «Non è possibile! La bambina è bianca! ». Negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra, a nessuno verrebbe in mente o avrebbe il coraggio fare domande del genere o esprimere opinioni simili a quelle della mamma meneghina. Firenze, la mia compagna con nostra figlia e sua madre, afroamericana pure lei, entrano in un ristorante semivuoto del centro nel quale, con una serie di scuse, non viene concesso un tavolo per pranzare.

Potrei raccontare altri «aneddoti» ma non è necessario. La questione non è personale, non è un aneddoto. La questione, grave e profonda, è una nostra responsabilità collettiva. In Italia siamo razzisti come in tanti forse tutti gli altri Paesi del mondo. Il problema è che noi facciam finta di non esserlo scherzandoci su, minimizzando, accusando di moralismo chi invece si scandalizza davanti alla nostra mancanza di controllo. Nei Paesi anglosassoni invece, essendo coscienti di questa orribile tendenza dell’animo umano, si sono premurati di correggerla con leggi scritte e non.

Se un qualsiasi individuo di qualsiasi categoria sociale e fiscale si azzarda a definire pubblicamente «negretto» un individuo con la carnagione scura non raccoglierebbe risate ma una definitiva condanna morale che gli impedirebbe di continuare qualsiasi attività professionale svolga, di successo o meno. Chi nel posto di lavoro fa battute offensive o sessuali ad un collega, maschio o femmina che sia, il giorno dopo non trova più la sua scrivania. Nessun santo sindacale potrà proteggere chi ha utilizzato la parola sbagliata.

Un’esagerazione? No. Un modo semplice ed efficace di ricordarci che le parole hanno un significato, un peso. Un sistema chiaro per non far mai dimenticare che noi siamo responsabili delle parole che diciamo, scherzando o meno. Morale? Se non regoleremo il razzismo in tutte le sue forme, verbali, sociali e civili, diventeremo un Paese morto, demograficamente e moralmente. Un Paese incapace di mettere, quando necessario, gli scherzi da parte è un Paese finito.


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