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Opinione

L’antifascismo di Fini - di Michele Cagnazzo, scrittore antimafia

mardi 16 septembre 2008 par Emiliano Morrone
A questo punto dovrebbe apparir chiaro che, nel suo significato etico e politico, destra non è soltanto il contrario della sinistra, ma qualcosa di più. Ma perchè la cosa risulti ancor più evidente, nulla potrà forse meglio aiutarci che l’antica parabola del cane enunciata dallo stoico Crisippo.
Quando un cane insegue una lepre, nota Crisippo, se questa nel fuggire ha saltato un fosso, il cane, giunto al fosso, prima annusa a destra e, non avvertendone traccia, annusa a sinistra : se anche (...)

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> L’antifascismo di Fini - di Michele Cagnazzo, scrittore antimafia ---- L’abito fa il monaco più spesso di quanto il proverbio popolare non creda (di Ida Dominjanni).

mardi 16 septembre 2008

PAROLA DI FINI

di Ida Dominijanni (il manifesto, 14.09.2008)

L’abito fa il monaco più spesso di quanto il proverbio popolare non creda. Asceso alla terza carica dello Stato, perennemente in pole-position per la leadership post-berlusconiana della destra italiana, ansiosamente in cerca di un riconoscimento della destra europea, Gianfranco Fini porta a compimento il suo processo di autolegittimazione giocandosi l’asso di briscola, cioè iscrivendo se stesso e la sua destra nel campo degli eredi dell’antifascismo. Da Fiuggi 1995 a Roma 2008, tredici anni vissuti oculatamente che due colonnelli intemperanti come Alemanno e La Russa rischiavano di rovinargli con i loro distinguo fra il fascismo razzista e il fascismo modernizzatore. Tanto più dopo il severo ammonimento del presidente della Repubblica, Fini non aveva altra scelta : doveva sconfessarli e ieri l’ha fatto, sfidando il suo partito, e in particolare i giovani del suo partito, a un taglio netto delle radici fasciste.

A Fiuggi il leader di An aveva detto che la destra politica non è figlia del fascismo ma c’era prima e gli è sopravvissuta, e che l’antifascismo fu essenziale al ritorno dei valori democratici concultati dal fascismo. Ieri il presidente della Camera si è spinto oltre : ha detto che la destra italiana deve riconoscersi nei principi democratici e costituzionali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale che sono stati « a pieno titolo » valori antifascisti.

Ha aggiunto che il giudizio della destra sul fascismo deve essere di conseguenza negativo, il fascismo essendo stato una « dittatura a tutti gli effetti » limitatrice della libertà, e che il fascismo non lo si può giudicare a pezzetti, da qui a qui buono e da qui a qui cattivo. Ha perfino ammesso che quelli che difesero Salò e quelli che fecero la Resistenza non si possono mettere sullo stesso piano, perché i primi stavano dalla parte del torto e i secondi della ragione.

Che altro avrebbe dovuto dire, il democratico Fini aspirante leader di una destra aspirante europea, postnovecentesca e perbene, per spianare il campo al « superamento del passato » e alla « costruzione di una memoria condivisa » che gli stanno tanto a cuore ? Nella sua accelerata autorevisionista, Fini non è riuscito a rinunciare anche all’equiparazione fra i totalitarismi, sottolineando che « chi è democratico è antifascista, ma non tutti gli antifascisti sono stati democratici », e quindi lasciando aperta (a Berlusconi ?) la porta di un anticomunismo che può sempre tornare utile. Ma non è questo il punto.

Nell’indecoroso mercatino dell’usato della storia nazionale che tiene banco da lustri sulla scena politico-mediatica, le parole di Fini potrebbero avere il suono solenne di una cesura, di un taglio e di un ricominciamento storici che invece non riescono ad avere. Non solo perché suonano interne a un gioco politico calcolato e indirizzato (ad Alemanno e a La Russa, al Berlusconi silente su Alemanno e La Russa, all’altra metà del campo democratico cioè al Pd, al Ppe eccetera eccetera). Ma perché suonano altresì scollate da un clima sociale e culturale in cui tanta puntigliosa distinzione fra i valori democratici e quelli del ventennio in verità non si sente e non si vede.

La strada della soluzione politica del rapporto fra passato e presente è sempre lastricata di trappole. Può accadere ad esempio che si possa rinunciare a un’identità quando non c’è più bisogno di rivendicarla per farne vivere i frutti. Da Fiuggi in poi, Fini ha tagliato radici e dismesso valori « storici » via via che la legittimazione politica acquisita gli consentiva di tradurli e riconvertirli nel linguaggio « democratico » corrente di oggi. Vale l’esempio del suo discorso d’insediamento alla presidenza della Camera : anche allora ci fu un taglio « postideologico » con i valori del passato, ma sotto l’insegna di valori 2 non meno preoccupanti per l’oggi. Il tutto sotto quella professione di fede nella religione democratica che ormai non manca mai a destra come a sinistra.

Diamo pure credito a Gianfranco Fini di aver detto una parola chiara sul passato. A quando e a chi, adesso, qualche parola chiara sul presente ? Questa, ad esempio : tanto più se - se - si pervenisse a una memoria condivisa, c’è bisogno oggi di un conflitto che divide. Fra idee e pratiche contrapposte della democrazia in primo luogo. Quale interiorizzazione dei valori costituzionali e antifascisti può rivendicare la destra plebiscitaria, anticostituzionale, xenofoba, classista che ci governa ? E con che cosa pensa di arrestare questo svuotamento della democrazia la sinistra che (non) fa opposizione ?


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