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CRITICA DELL’ ECONOMIA POLITICA E DELLA TEOLOGIA. IL DOLLARO ("IN GOD WE TRUST") E LA CROCE ("DEUS CARITAS EST"): TUTTO A "CARO-PREZZO" ("CARITAS")!!!

EVADERE DALLE IDEE VECCHIE!!! CON MARX E KEYNES, OLTRE. Un’indicazione e "una premessa... di civiltà" - di Federico La Sala

KEYNES. La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente
sabato 20 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
UN’ESORTAZIONE *
Questo libro è diretto principalmente ai miei colleghi economisti [...] l’economia ortodossa è in difetto, l’errore va trovato non nella sovrastruttura, che è stata eretta con grande cura di coerenza logica, ma nella poca chiarezza e generalità delle premesse [...] La composizione di questo libro è stata per l’autore una lunga lotta di evasione, e tale dev’esserne la lettura per la maggioranza dei lettori affinché l’assalto dell’autore su di loro abbia successo: una lotta (...)

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> IL DOLLARO ("IN GOD WE TRUST") E LA CROCE ("DEUS CARITAS EST"): TUTTO A "CARO-PREZZO" ("CARITAS")! EVADERE DALLE IDEE VECCHIE!!! CON MARX E KEYNES, OLTRE. ---- Sulla rotta del Titanic (di Marco Simoni).

mercoledì 1 ottobre 2008

Sulla rotta del Titanic

di Marco Simoni *

Come ogni attività umana collettiva, il mercato è un fenomeno profondamente politico. Lo svolgimento della crisi finanziaria che, a partire dalla singola famiglia americana troppo indebitata, sta ormai contagiando le borse europee e asiatiche, ce lo mostra chiaramente. La crisi ha raggiunto l’apice nel momento peggiore: a un mese dalle elezioni americane, con i dibattiti presidenziali in corso, e la corrente amministrazione nella tipica situazione di «anatra zoppa».

A gennaio George W. Bush non sarà più presidente e dunque, come è noto, la sua capacità di leadership e la sua influenza politica sono già fortemente ridotte. Ieri Bush si è appellato al senso di responsabilità del Congresso, sostenendo che le conseguenze sull’economia americna saranno “dolorose e durature” se la camera dei rappresentanti continuasse a non approvare la manovra di emergenza proposta dalla amministrazione e sostanzialmente appoggiata anche dai due candidati presidenti.

La misura, dal valore complessivo di 700 miliardi di dollari (490 miliardi di euro, il doppio del prodotto interno lordo del Belgio) viene considerata da tutti gli analisti come necessaria, anche se non risolutiva, ed è congegnata per sgravare gli istituti finanziari dalla massa enorme di crediti dal dubbio valore in loro possesso. Il fine principale è quello di consentire un recupero di fiducia reciproca tra le banche che al momento sono paralizzate, appunto, da una reciproca sfiducia e tengono chiuse le linee di credito. Si tratta di una manovra dalle dimensioni stratosferiche, che richiede una forte leadership che se ne assuma la responsabilità. Infatti, non soltanto una retorica libertaria esasperata ha spinto lunedì metà dei Repubblicani a votare contro la manovra, ma anche ragioni elettorali. Infatti a novembre si vota anche per il Congresso e molti elettori conservatori potrebbero considerare il piano di Washington come un mero salvataggio con soldi pubblici (mentre è qualcosa di più complesso) di banche che farebbero bene a fallire. Con una logica speculare, se metà dei deputati Repubblicani non vota la manovra per ragioni elettorali, i Democratci a loro volta non vogliono prendere sulle loro spalle la responsabilità della gestione Bush che, dopo oltre un anno di crisi latente, ha certamente aspettato troppo per intervenire, vittima di un eccesso di fiducia nel sistema. In questi ultimi giorni stiamo dunque assistendo ad una situazione veramente particolare, caratterizzata dall’assenza di leadership politica nel momento in cui essa è maggiormente necessaria. I mercati temono soprattutto l’incertezza, causa principale del panico che si registrava ieri nelle borse asiatiche ed europee, con perdite da record, che si sono ridotte dopo il richiamo di Bush, nella speranza che il piano verrà alla fine approvato.

Anche da questa parte dell’Atlantico le decisioni poltiche stanno assumendo una importanza decisiva. Questa è la prima crisi finanziaria da quando è stato introdotto l’Euro, e in molti sono preoccupati dall’assenza di un organismo di supervisione bancaria che corrisponda ai Paesi della moneta unica. In altre parole, mentre il controllo della moneta, i tassi di sconto, la gestione della liquidità nel sistema interbancario sono prerogativa della Banca Centrale Europea (Bce), la supervisione degli istituti di credito è rimasta competenza delle banche centrali nazionali. Tuttavia, questa crisi ha dimensioni globali.

Fortunatamente, l’assenza di una struttura sovranazionale non ha impedito, lunedì, un evento che potrebbe entrare nei futuri libri di storia: uno stretto coordinamento politico-economico tra i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo, per evitare il fallimento della Fortis, una banca a forte connotazione multinazionale, con sedi legali sia in Belgio che in Olanda. I ministri delle finanze, le rispettive banche centrali, il coordinatore dei ministri delle finanze dell’area Euro, il presidente della Bce, hanno tutti cooperato a questo salvataggio, primo nel suo genere.

Tra i Paesi dell’area Euro sarà inevitabile un coordinamento sempre più stretto nella gestione economico-finanziaria della crisi tra governi, banche centrali, e Bce, inaugurando obtorto collo una stagione di maggiore coesione nelle scelte economiche continentali. Similmente inedito, per quantità e peso degli interventi, il coordinamento tra le banche centrali nelle misure a sostegno dei mercati, in particolare tra la Fed (americana) e la Bce. Val la pena ricordare che in maniera altrettanto episodica ed emergenziale era iniziato quello che poi diventò il massiccio intervento pubblico nell’economia che risollevò l’occidente dalla crisi del ‘29.

Questo per dire che prevedere o auspicare sic et simpliciter un pesante ritorno dello Stato nella gestione economica e finanziaria manca di gran lunga il bersaglio confondendo la sostanza dei problemi che vengono fronteggiati, con la forma e il luogo in cui questi problemi possono essere affrontati e risolti. Non c’è dubbio che la crisi dei mercati finanziari ha messo in luce alcuni problemi strutturali del capitalismo finanziario americano. Tuttavia, gli effetti sistemici, globali, della crisi, in un mondo caratterizzato dalla crescente interdipendenza economica, culturale, esistenziale, suggeriscono che non solo dallo Stato può arrivare la soluzione. Questa crisi mostra in maniera drammatica, e stavolta sotto gli occhi diretti dell’Occidente, come la globalizzazione non governata da poteri pubblici, sostanzialmente svincolata dal controllo democratico, lasci irrisolte questioni fondamentali per la vita delle persone. Ora siamo davanti ad una crisi di sfiducia che ci sta portando sull’orlo di una crisi economica epocale. Ma ragionamenti simili su problemi noti che non vengono risolti possono svolgersi sul tema del riscaldamento globale, della povertà, delle migrazioni.

Non si tratta dunque di chiedere un ritorno dell’antico Stato del dopoguerra, o di reintrodurre barriere protezionistiche (è utile ricordarsi che il protezionismo storicamente ha condotto alla guerra). Anche nell’epoca globale il ruolo dell’attore pubblico è indispensabile, le forme, i modi e anche gli obiettivi che questo attore assumerà saranno terreno di discussione e negoziazione. Un terreno che riapre alla sinistra un grande spazio di azione politica.

* l’Unità, Pubblicato il: 01.10.08, Modificato il: 01.10.08 alle ore 11.10


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