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Cosmologia e cosmopolitismo. UmaNITA’....

LOCALE E GLOBALE: IMPARARE A PENSARE E A GUARDARE (CON DANTE E NON CON HOBBES) LA TERRA DALLO SPAZIO. Nulla di ciò che accade nel mondo è un evento soltanto locale. Alcune pagine della "Conditio Humana. Il rischio nell’età globale" di Ulrich Beck - a cura di Federico La Sala

Il punto decisivo è che d’ora in poi il compito principale è la preoccupazione per il tutto. Non si tratta di un’opzione, ma della condizione.
lunedì 22 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] All’inizio del XXI secolo vediamo la società moderna con occhi diversi? e questa nascita di uno "sguardo cosmopolita" fa parte dell’inatteso, dal quale deriva una società mondiale del rischio ancora indeterminata. D’ora in poi nulla di ciò che accade è più un evento soltanto locale. Tutti i pericoli essenziali sono diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine (...)

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>ULRICH BECK. Morto a 70 anni il sociologo tedesco... "Il paradosso della religione globalizzata" (di Ulrich Beck). E’ il rischio quel che resta della modernità. Ci mancherà il suo contributo alla nostra coscienza.

domenica 4 gennaio 2015

Morto a 70 anni il sociologo tedesco che ha spiegato le dinamiche della mondializzazione e le minacce che ne conseguono su scala planetaria

La religione uccide.

Il paradosso della religione globalizzata

di Ulrich Beck (La Stampa, 04.01.2015)

Se vogliamo comprendere la religione nel mondo moderno dobbiamo capire il paradosso della globalizzazione della religione. La religione non è solo incidentalmente globale nella sua espansione, un sottoprodotto della globalizzazione di strutture più potenti come i mass media, il capitalismo e lo Stato moderno. Piuttosto la formazione e la diffusione globale della religione in generale, e delle religioni monoteiste in particolare, è una caratteristica essenziale che definisce quelle religioni fin dai loro inizi. In effetti, alcune religioni sono «attori globali» da più di duemila anni.

Pertanto, al fine di comprendere il gioco del meta-potere che ridefinisce il potere nell’era globale, dobbiamo prendere in considerazione, oltre al capitale globale, ai movimenti della società civile, ai protagonisti statali e alle organizzazioni internazionali, il ruolo delle religioni come forze modernizzanti o anti-modernizzanti nella società mondiale post-secolare.

Per la religione un postulato è assoluto: la Fede - a suo confronto tutte le altre differenze sociali e contrapposizioni non sono importanti. Il Nuovo Testamento dice: «Tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio». Questa uguaglianza, questo annullamento dei confini che separano le persone, i gruppi, le società, le culture è il fondamento sociale delle religioni (cristiane).

Un’ulteriore conseguenza, tuttavia, è questa: una nuova fondamentale distinzione gerarchica è stabilita nel mondo con lo stesso valore assoluto delle distinzioni politiche e sociali che sono state annullate: la distinzione tra credenti e non credenti. Ai non credenti (sempre secondo la logica di questa dualità) vengono negate l’uguaglianza e la dignità di esseri umani. Le religioni possono costruire ponti tra le persone dove esistono gerarchie e frontiere; allo stesso tempo aprire nuove voragini determinate dalla fede là dove prima non ve n’erano.

Fu Paolo, un ebreo ellenizzato che, più di ogni altra figura nel movimento nato attorno a Gesù, trasformò il cristianesimo da setta ebraica a forza religiosa globale con una visione universalistica. Fu lui ad abbattere i muri: «Non c’è né ebreo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina». L’universalismo umanitario dei credenti si basa sulla identificazione con Dio - e su una demonizzazione degli avversari di Dio che, come erano soliti dire Paolo e Lutero, sono «servi di Satana».

Questa ambivalenza tra tolleranza e violenza può essere suddivisa in tre elementi: le religioni del mondo A) rovesciano le gerarchie prestabilite e di conseguenza i confini tra nazioni e gruppi etnici; sono in grado di farlo, nella misura in cui B) creano un universalismo religioso di fronte a cui tutte le barriere nazionali e sociali diventano meno importanti; simultaneamente, si manifesta il pericolo che C) alle barriere etniche, nazionali e di classe si sostituiscano quelle tra i credenti nella vera fede da un lato e i credenti nella fede sbagliata e i non credenti dall’altra. Questo è il timore che si sta diffondendo: che il rovescio della medaglia del fallimento della secolarizzazione sia la minaccia di un nuovo secolo buio. La religione uccide.
-  Traduzione di Carla Reschia


Ulrich Beck, è il rischio quel che resta della modernità

di Massimiliano Panarari (La Stampa, 04.01.2015)

Se la nostra è l’era della globalizzazione, con la scomparsa di Ulrich Beck se ne va uno dei suoi pensatori più lucidi e significativi. Il sociologo (nato nel 1944) è morto improvvisamente a Capodanno in seguito a un attacco di cuore, dopo avere contrassegnato con la sua riflessione acuta e le sue categorie originali (da «seconda modernità» a «società del rischio») lo sforzo di comprendere i processi dell’ultima ondata di mondializzazione e le dinamiche del nostro tempo.

Ed è stato proprio lui - professore a Monaco e alla London School of Economics, e militante della corrente riformista dei Verdi tedeschi - ad averci illustrato meglio di chiunque altro quanto la minaccia ambientale su scala globale abbia cambiato la nostra percezione del pianeta.

Nell’epoca della dipartita della vetusta figura dell’intellettuale organico, Beck ha rappresentato un modello di studioso dalla rinnovata vocazione civile, espressa per vie molteplici: dalla collaborazione autorevole con Der Spiegel alla funzione di riferimento culturale (almeno all’inizio) del governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer, sino al contributo dato all’elaborazione della Terza via (anche in virtù della comunanza scientifica che lo legava ad Anthony Giddens, assieme al quale aveva codificato il concetto di modernizzazione riflessiva).

Il sociologo tedesco si era riproposto di indagare il mondo nuovo e pieno di inquietudini della Risikogesellschaft, la «società del rischio», esito peculiare della tarda modernità; espressione che ha dato il titolo alla sua opera più famosa, scritta poco dopo l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl, la tragedia ecologica assurta a emblema dei numerosi rischi (di natura anche sociale, politica, sanitaria, alimentare) a cui risulta esposta l’umanità contemporanea.

Lo studioso fa di questa nozione la chiave interpretativa per avanzare una teoria generale delle società industriali avanzate, descrivendo le trasformazioni radicali che investono l’esistenza quotidiana di ciascuno nella pluralità dei ruoli che si trova a dover rivestire (cittadino, genitore, figlio e lavoratore, tra i tanti).

La società del rischio diventa così la categoria per dare significato a un Villaggio globale dove è andata perduta la nettezza dei confini tra natura e cultura ed è tramontata la funzione di orientamento della tradizione, mentre si moltiplicano i mutamenti climatici e i drammi ecologici (dal buco nell’ozono al global warming, sino al morbo della «mucca pazza»), manifestazioni di un’incontrollata attività del genere umano.

Il rischio si configura quindi come l’orizzonte ineliminabile, disgregatore di sicurezza, dell’individuo nell’epoca della seconda modernità riflessiva, caratterizzata dall’incremento esponenziale dell’incertezza, dalla disintegrazione delle identità e appartenenze della sua prima fase (come la nazione o la classe) e dall’imporsi, da un lato, dell’antipolitica e, dall’altro, della subpolitica dei poteri tecnici e specialistici (finanza, medicina, giustizia) sempre più egemonici.

Nell’ultimo periodo, l’analisi di Beck si era fatta via via maggiormente critica nei confronti della globalizzazione di segno neoliberista, caricandosi di preoccupazione per l’aumento delle disuguaglianze sociali e per una precarietà che da lavorativa si è convertita in esistenziale. Ma non aveva mai finito per indulgere al catastrofismo, continuando a sperare nelle potenzialità positive della tarda modernità e nelle loro facoltà di liberare energie verso stili e tempi di vita più soddisfacenti e libertari, fino al coronamento dell’obiettivo massimo di una «modernità responsabile», fondata su una democrazia al tempo stesso ecologica e tecnologica.

Pur detestando l’industrialismo e il fordismo (per i quali non provava alcuna nostalgia) e non lesinando critiche all’eredità dei Lumi, Beck si è scagliato in maniera durissima contro il postmodernismo, collocandosi, sulla scia di Habermas, nel solco di un pensiero che continua a professare il suo atto di fiducia nei confronti del Progetto moderno, di cui si devono superare le contraddizioni mediante la radicalizzazione e il rilancio del messaggio di emancipazione. Il progresso, in buona sostanza, va guarito dai suoi mali (attraverso un rinnovato cosmopolitismo europeista e un’inedita forma di «illuminismo ecologico»), e non rigettato.

E Beck si è rivelato capace come pochi di cogliere l’ambivalenza costitutiva di questa nostra età globale (come nel caso della caoticità degli affetti derivante dalla crisi del paradigma della famiglia tradizionale). Tra i suoi tanti libri: Il normale caos dell’amore (1996), Modernizzazione riflessiva (con A. Giddens e S. Lash; 1999), Che cos’è la globalizzazione (1999), La società del rischio (2000), I rischi della libertà (2000), Lo sguardo cosmopolita (2005), Europa tedesca (2013).


Ci mancherà il suo contributo alla nostra coscienza

di Zygmunt Bauman (la Repubblica, 04.01.2015)

ULRICH Beck, scomparso il 1° gennaio scorso all’età di 70 anni, è stato uno dei maggiori sociologi del nostro tempo. E certamente la sua statura era destinata a crescere ancora, come l’inarrestabile impatto della sua influenza intellettuale. Una figura unica per la sua straordinaria profondità, l’acuta capacità percettiva, l’eccezionale sensibilità ai mutamenti sociali e culturali, l’ineguagliabile originalità del suo pensiero. Per gli studiosi del suo campo è stato una fonte di ispirazione e un fervido richiamo all’azione. Ma il suo impatto intellettuale ha trasceso i limiti del suo ambito professionale. La voce di Ulrich Beck - le sue diagnosi, valutazioni, previsioni e avvertimenti, sono stati ampiamente ascoltati, con viva attenzione.

Assai più che uno studioso ligio ai doveri ristretti di un’attività accademica, per vocazione Beck era la personificazione dell’intellettuale pubblico, in ragione del ruolo e delle posizioni che ha assunto: un modello cui gli studiosi di scienze sociali aspirano ardentemente, anche se a pochi è dato raggiungerlo con tanto vigore, efficacia e dedizione.

È difficile, forse impossibile, immaginare la temperie, il tenore dell’attuale dibattito politico, l’ampiezza e la profondità della nostra consapevolezza collettiva senza i molteplici e vari contributi di Ulrich Beck, la sua insaziabile curiosità nell’esplorare i meandri della vita moderna, la sua capacità di individuare prontamente e mettere a fuoco le sue realtà con osservazioni precise e pregnanti, e la sua predisposizione a quella che gli antichi chiamavano “parresia”: a rendere conto dei risultati delle sue ricerche senza cercare giustificazioni né scendere a compromessi, con libertà, fierezza e candore, attenendosi alla coscienza, giudice supremo dei comportamenti umani e guida sicura nella ricerca di verità dello studioso. Questa morte prematura ci lascia tutti più poveri.
-  Traduzione di Elisabetta Horvat


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