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IN GIRO PER L’ EUROPA, LA RUSSIA, LE AMERICHE E SENTIRE L’ARIA DI CASA. LA RAGIONE? ANDREA PALLADIO (1508-1580). Una nota di Cesare De Seta - a cura di Federico La Sala.

lunedì 22 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Palladio, nome d’arte che gli diede il suo amico e mecenate Giangiorgio Trissino, ebbe modeste origini e a Padova visse da scalpellino fino all’età di sedici anni. Ma lentamente con l’aiuto dello studioso vicentino, scrittore e cultore anch’egli d’architettura, fece viaggi a Roma e imparò a vedere l’Antico. Come aveva fatto prima di lui Leon Battista Alberti: come questi non assunse quasi mai il ruolo di responsabile dei cantieri, fatto che da un lato non gli consentì lauti guadagni, (...)

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> IN GIRO PER L’ EUROPA, LA RUSSIA, LE AMERICHE E SENTIRE L’ARIA DI CASA.--- Con la sua opera Palladio ... ci ricorda come l’arte del costruire abbia senso solo quando crea una grande narrazione collettiva che, nata in un luogo preciso, è capace di rendersi universale (di Franco Purini).

venerdì 7 novembre 2008

Variazioni PALLADIANE - UN MAESTRO DELL’ARS COMBINATORIA

Con la sua opera Palladio, al quale Vicenza dedica una grande mostra per l’anniversario della nascita, ci ricorda come l’arte del costruire abbia senso solo quando crea una grande narrazione collettiva che, nata in un luogo preciso, è capace di rendersi universale

di Franco Purini (il manifesto, 06.11.2008).

Tra i vari tipi di mostre quelle dedicate all’architettura sono le più difficili e contraddittorie. Difficili perché di solito gli edifici, che dovrebbero esserne l’oggetto, non ci sono. Al loro posto si possono osservare i progetti, i modelli, le carte relative alla genesi e allo sviluppo dell’opera, le fotografie delle realizzazioni, materiali che per essere decifrati esigono la conoscenza di linguaggi specifici, posseduti da chi pensa e costruisce l’architettura nonché dagli storici e dai critici di questa disciplina, ma poco diffusi tra il grande pubblico. Queste mostre sono inoltre contraddittorie perché, proprio a causa della loro difficoltà, si tende ad aumentare la documentazione da esporre, con il risultato di rendere ancora più ardua per i non addetti ai lavori la comprensione di quanto viene offerto. In effetti ciò che attende il visitatore è una paziente riconduzione della molteplicità dei vari materiali proposti all’unità di un oggetto caratterizzato da una «presenza-assenza». In sintesi, le mostre di architettura finiscono quasi sempre con l’evocare, più che con l’esibire, ciò che è il loro oggetto, richiedendo un’attitudine quasi medianica.

Dimensione locale, scenari aperti

Solo in rare occasioni le difficoltà e le contraddizioni vengono a cadere, o almeno ad attenuarsi notevolmente. È questo il caso della mostra Palladio, una grande impresa scientifica e insieme una incalzante sequenza di suggestioni visive, che costituisce una opportunità, quale non si verificherà più per molti anni, di vedere riuniti in una unica sede, e in una accurata composizione di temi e di ipotesi storico-critiche, materiali provenienti da varie istituzioni museali. Qui le difficoltà e le contraddizioni connaturate a una mostra di architettura scompaiono quasi del tutto, perché l’oggetto della mostra, l’architettura palladiana, è fisicamente presente sia negli spazi del Palazzo Barbaran da Porto, costruito dallo stesso Palladio, sia perché la mostra si prolunga naturalmente prima nelle strade e nelle piazze di Vicenza, dove si ritrovano molte opere documentate nei disegni e nei modelli esposti, poi nel territorio veneto, fino a trovare a Venezia alcuni episodi memorabili. Ultima di una serie di esposizioni dedicate a Palladio, questa rassegna densa e coinvolgente intende restituire nella sua organica completezza una figura rimasta fino a oggi, nonostante la sua fama ininterrotta e la straordinaria influenza che ha esercitato nel mondo, incompleta e misteriosa. Senza cedere alla tentazione di «attualizzare» Palladio, ma leggendolo attraverso e dentro il suo tempo, i curatori Beltramini e Burns hanno suggerito alcuni piani interpretativi di grande interesse. Tra questi vanno ricordati il tessuto culturale nel quale Palladio era inserito, un sistema di valori complesso e mutevole dominato da Giangiorgio Trissino, un sistema sempre al limite dell’implosione, animato da interessi mitologici e antiquari, percorso da contrasti e da tensioni al di là della sua intensa idealità; una condizione produttiva dell’architettura divisa tra il radicarsi in una dimensione locale, sentita come luogo di una appartenenza da coltivare e approfondire, e una opposta disponibilità verso scenari più aperti e imprevedibili; la sospensione tra un realismo critico vissuto con sorprendente consapevolezza, uno slancio visionario (si pensi ai progetti per il nuovo Ponte di Rialto) e una spiccata attitudine per un concettualismo spinto a volte sulla soglia dell’ermetismo compositivo.

Lo sdoppiamento dell’oggetto

Scorrendo i magnifici disegni autografi, che consentono quasi di vedere Palladio mentre è intento al suo lavoro; interrogando con lo sguardo i modelli; analizzando la struttura delle superfici e valutando il senso dei dettagli che lo descrivono, per poi entrare negli interni, concatenati in successioni spaziali di sorprendente novità; decifrando le tavole del celebre trattato I quattro libri dell’architettura, e delle opere storiche di Palladio è possibile individuare alcuni aspetti della sua ricerca. Il primo riguarda la concezione del comporre: forse per la prima volta nell’architettura del Cinquecento la composizione architettonica non è più il mettere assieme gli elementi dell’ordine per raggiungere un determinato risultato spaziale e costruttivo. Come molti anni fa misero in luce Rudolf Wittkower, Colin Rowe, Renato Cevese e altri storici, Palladio, dopo aver acquisito con le inevitabili riserve l’eredità vitruviana e albertiana, inventa un vero e proprio sistema combinatorio. Questo dispositivo per la composizione è fatto di parti autonome e complete, ovvero di unità predeterminate governate da rigorosi proporzionamenti, disponibili a essere montate in più modi attivando una serrata dialettica formale tra l’unità dell’edificio e la riconoscibilità delle sue componenti. Attraverso un processo di natura paratattica l’oggetto architettonico si configura così come l’esito di operazioni logiche che si inscrivono, come due secoli e mezzo dopo faranno quelle di Jean-Nicolas-Louis Durand, in una diagrammaticità colma di potenziali evoluzioni.

Un secondo aspetto dell’opera palladiana è rappresentato dal suo forte vettore comunicativo. Forse approfondendo temi tratti da Giulio Romano e Sebastiano Serlio, Palladio si rende conto che non basta costruire un edificio per rappresentarne il senso. Perché questo diventi esplicito, occorre dar luogo a una «duplicazione» dell’oggetto architettonico. Alla sua realtà primaria va aggiunto un «simulacro», una rappresentazione che materializzi l’orditura semantica che lo sostiene, trasformandolo in un vero e proprio slogan visivo. È questo ad esempio il senso del pronao sovraimpresso alla casa come il suo simbolo più diretto. Gli archetipi del costruire vengono convocati attorno agli edifici in un gioco di sovrapposizioni, di stratificazioni e di compenetrazioni - come nelle facciate delle sue chiese e di alcuni suoi palazzi - per farne altrettante «macchine comunicative».

Terzo aspetto dell’architettura di Palladio sottolineato dalla mostra vicentina è la «dimensione territoriale»: le ville da lui costruite nel territorio veneto sono i nodi di una rete che conferisce al paesaggio un inedito ordine scalare e un nuovo contenuto morfologico. È come se ogni villa emettesse segnali che le altre raccolgono e rinviano generando un campo di risonanze formali, di allineamenti virtuali e di riverberazioni all’intorno delle loro geometrie. Formando un unico «corpo», le ville palladiane descrivono il territorio veneto costituendo la sua migliore mappa tematica.

C’è infine un quarto aspetto da segnalare, riguardante la sostanza stilistica dell’opera palladiana, caratterizzata da una rilevante ricorsività delle soluzioni. La scrittura architettonica di Palladio appare come un universo formale compiuto, in grado di riportare ogni mutazione alla «conferma dinamica» di alcune modalità compositive. Ciò non implica in alcun modo un meccanico reiterarsi delle scelte formali. Queste sono infatti ritrovate all’interno di una serie di variazioni quasi «musicali» che declinano tutte le potenzialità espresse da un sistema grammaticale e sintattico.

Animate dalla volontà di fornire un profilo completo dell’opera di Palladio, di cui il quadro di El Greco, probabile ritratto dell’architetto, costituisce una potente metafora iconica chiamata a suggellare la mostra, le attente ricognizioni storiche dei curatori non vogliono certo svelare l’enigma che avvolge vita e opera del costruttore della Basilica di Vicenza, ma senz’altro rinnovarlo. L’imprevedibile e forse irripetibile alchimia dalla quale ha avuto origine un genio multiforme e inconsueto come Palladio è stata sottratta alla leggenda di una nativa istintività e riformulata attraverso la messa in scena di una connessione conflittuale e creativa tra il progetto culturale di una determinata epoca e di un certo ambiente culturale - la nobiltà veneta del Cinquecento - e le risposte architettoniche, nelle quali una accentuata sperimentalità si unisce al tentativo di stabilire una serie di principi teorici capaci di orientare le strategie compositive, il tutto all’interno di una piena accettazione dei limiti generali e contingenti dell’architettura.

Architettura dell’immagine

La mostra, i saggi e le schede presenti nel catalogo forniscono una pluralità di percorsi che disegnano nel loro insieme un «Palladio prossimo venturo», reinventato sulla base di letture che, evitando astrazioni e schematismi, inquadrano i fenomeni in un contesto storico-critico problematico e costantemente mutevole. Si esce dalla mostra con un insegnamento di una certa importanza. Quella palladiana è senz’altro un’«architettura dell’immagine» ma al contrario di quella che domina il mondo globale modellandone, e più spesso stravolgendone, le metropoli non è frutto di scelte estemporanee e incidentali come quelle oggi così diffuse. Essa si basa su convinzioni disciplinari elaborate nel corso di decenni, su confronti approfonditi e reiterati. Con l’intera sua opera Palladio ricorda, non solo agli architetti, che l’arte del costruire ha senso solo quando sa creare una grande narrazione collettiva la quale, nata in un luogo preciso, è capace di rendersi universale e, in qualche modo, perenne.


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