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IN PRINCIPIO ERA IL BEL CANTO...

MUSICA E POESIA. LA NASCITA DEL LINGUAGGIO E LE STRUTTURE BASILARI DELLA METRICA DI OGNI LINGUA. Un intervento di Robert C. Berwick e una nota di Massimo Piattelli Palmarini sul lavoro di Morris Halle - a cura di Federico La Sala

dimanche 19 octobre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...]
basti pensare alla cantilena che accompagna una strofa poetica come : « Non mi dire, in tristi cifre, che la vita è un sogno vuoto » (Longfellow) o dai toni più familiari : « Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono/di quei sospiri ond’io nutriva ‘l core/in sul mio primo giovenile errore ». Se analizziamo la purezza ritmica del testo poetico ecco che udiremo una serie di « accenti ritmici », uno per ciascuna sillaba. Analogamente, la parola « rima » è composta da due sillabe : ri-ma. Come si (...)

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> MUSICA E POESIA. LA NASCITA DEL LINGUAGGIO E LE STRUTTURE BASILARI DELLA METRICA DI OGNI LINGUA. -- Ecco perché tutto il mondo dice mamma - e papà (di Marino Niola)

mardi 20 octobre 2015

Dall’inglese al turco e dal russo all’hindi le parole per indicare i genitori sono l’eccezione alla babele universale

Ecco perché tutto il mondo dice mamma (e papà)

Più che vocaboli veri e propri balbettii ritmici simili a un canto

Ambedue termini sono composti da vocali e consonanti facili e “a portata di voce”

di Marino Niola (la Repubblica, 20.10.2015)

DIO non poteva essere dappertutto, dice un proverbio ebraico, così ha creato le mamme. Ma, per farsi capire ovunque, le ha chiamate tutte con lo stesso nome. Ma-ma. Due sillabe che risuonano identiche in tutte le lingue. Più o meno come quelle di papà. Che, pur se in seconda battuta, ne condivide la diffusione universale.

Fatto sta che il nome della madre e quello del padre sono uguali dappertutto. Basta un rapido confronto fra le diverse lingue, per accorgersi che i termini per dire mamma e papà sono sostanzialmente identici sopra e sotto l’equatore. In inglese mom e dad, in tedesco mama e papa, in francese maman e papa, in greco mamá e mpampás, in russo mama e nana, in turco anne e baba, in caucasico naana e daa. E in hindi maa e pipà. E la differenza apparente tra le lettere d, t, b, p e v non inganni perché, come insegnano i linguisti, si tratta in realtà di fonemi equivalenti, proprio come m ed n.

E se per le lingue del Vecchio Continente si potrebbe ipotizzare che queste somiglianze siano la conseguenza del fatto che derivano tutte da una comune origine indoeuropea, questa spiegazione non vale certo per tutte le altre. Come per quelle della famiglia austronesiana, che dal Madagascar all’Australia, passando per Polinesia, Indonesia e Malesia, comprende circa milleduecento idiomi. Così, in una sorta di rap familista universale, i suoni si ripetono con ostinazione.

A Samoa mama e tama, alle Figi nana e tata. In singalese amma e tatta, in cinese mama e paa, in eskimese anana e ataata, in zulu umama e ubaba, in swaili mama e baba.

In realtà, le prime parole pronunciate dai neonati di tutto il mondo sono le uniche eccezioni alla confusa babele delle lingue. Anche se non si tratta proprio di parole, ma di suoni. Siamo più o meno intorno al quinto mese di vita, quando i neonati cominciano a cinguettare come uccellini. Con quel tipico balbettio ritmico, fatto di vocalizzi e di gorgheggi, che manda in visibilio mamma e papà. Sono quei suoni ripetuti, più cantati che parlati, a segnare il debutto del bambino sulla scena del linguaggio. Quando il sipario della vita si apre su quell’istante decisivo in cui il mondo intero è sospeso sulla punta della sua lingua. Che, in quell’età felice, serve più a giocare che a parlare.

È più o meno quel che diceva Giacomo Leopardi quando paragonava il neonato ad un usignolo che canta, saltella, trilla, attratto dall’infinita varietà delle cose che cominciano a scorrere davanti ai suoi occhi.

Ma quel gioco è la chiave della memoria, che comincia a familiarizzare con i volti che lo circondano, a salvare nel suo hard disk i profili delle persone più vicine, primi fra tutti i genitori. E a loro lancia i primi segnali di piacere, fatti di vocali e consonanti. A iniziare dalle più facili, quelle più a portata di voce.

Come la a, che delle vocali è la più aperta. Basta aprire la bocca e l’ahhh sorge spontanea. Basta chiuderla e respirare col naso perché venga fuori la m. Un intervallo che somiglia molto alla ehm prolungata che noi emettiamo quando cerchiamo di trovare il filo del discorso. Una pausa al confine tra il linguaggio e il silenzio, tra la comunicazione e il rumore di fondo. E quando il bambino inizia a soffiare tra le due labbra escono i suoni labiali. Cioè p, b, v, d, t. Da questo nascono i mama, gli amama, i naan, i papa, i baba, i tata che commuovono i grandi, i quali spiano con ansia amorosa i bimbi nella speranza di riconoscere una parola, che ancora non c’è, in ogni minima vibrazione di labbra infantili. Che, per definizione, suonano ma non parlano. Lo dice la stessa parola infante composta da in (non) e fans (parlante) - che significa proprio colui che non può dire. Insomma l’associazione tra quel suono e quel significato non è opera dei bambini, ma degli adulti che li ascoltano.

Ma spiegazioni scientifiche nulla possono di fronte alle ragioni del cuore, che portano gli adulti a interpretare quel solfeggio pieno d’incanto e di stupore alla luce delle loro abitudini fonetiche e delle loro attese affettive. E quindi a riconoscervi con emozione le parole mamma e papà. Con relativi conflitti genitoriali su chi sia stato nominato per primo. È la prova che il linguaggio, come diceva il celebre psicanalista Jacques Lacan, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno.


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