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PIANETA TERRA...

AFRICA IN GUERRA. REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, MASSIMA EMERGENZA. Nel Nord Kivu, al confine con il Rwanda, ormai gli sfollati sono quasi due milioni - a cura di Federico La Sala

"Nessuno può restare indifferente dinanzi ai drammatici fatti che stanno accadendo nel Congo"(Veltroni).
domenica 2 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Il Congo non può essere lasciato solo. L’est della Repubblica democratica del Congo è teatro da diverse settimane di un tragico conflitto, residuo del genocidio di un milione di tutsi e hutu nel 1994, in Ruanda. La guerra civile si è scatenata fra i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidati dal generale dissidente Laurent Nkunda, che affermano di agire per difendere la comunità tutsi, e le forze governative congolesi, accusate di collaborare coi miliziani (...)

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> AFRICA IN GUERRA. --- In Ruanda, dopo il primo genocidio, ve n’è stato un altro? Un rapporto segreto dell’ONU rimette in questione le vecchie certezze ( Se le vittime uccidono - Die Zeit, Hamburg).

domenica 10 ottobre 2010

Die Zeit, Hamburg - 6 settembre 2010

Se le vittime uccidono

Rapporto ONU sul Ruanda

In Ruanda, dopo il primo genocidio, ve n’è stato un altro? Un rapporto segreto dell’ONU rimette in questione le vecchie certezze. (traduzione dal tedesco di José F. Padova)

-  Negli anni successivi al 1994, quando avvenne la tragedia ruandese, ho tradotto e inviato molti scritti circa cause, circostanze, responsabilità, e altro ancora. Vi è stata qualche tempo fa la rottura fra il governo di Paul Kagame e quello francese, basata su accuse reciproche (vedi: http://www.ildialogo.org/estero/estero0127112006.htm).
-  Con il rapporto ONU recentemente portato a una certa pubblica conoscenza - leggendo l’articolo si comprende perché non dico: "pubblicato" - cominciano ad apparire le tragiche conseguenze a lungo termine di quel genocidio. Il governo di Kagame ha cercato di portare il Ruanda a un certo gradi di riappacificazione e anche di sviluppo economico, ma non ha risolto il dramma degli Hutu espatriati, o forse ha cercato di risolverlo nel peggiore dei modi (http://www.ildialogo.org/estero/articoli_1240998799.htm).
-  L’ombra di quanto è accaduto in Congo nell’ultimo decennio ne offusca l’immagine, e ancor più mette in evidenza le gravissime responsabilità dell’ONU e delle Potenze occidentali, soprattutto per l’indifferenza, l’inettitudine o, peggio, l’interesse per le grandi ricchezze del sottosuolo di quel devastato Paese.
JFPadova

http://www.zeit.de/2010/36/Ruanda-Voelkermord

Durante la tarda estate del 1994 un collaboratore americano dell’ONU, Robert Gersony, viaggiò attraverso il Ruanda. In quell’epoca il Paese era una fossa comune, aperta. Soltanto a poche settimane prima risaliva il genocidio da parte di estremisti Hutu di 800.000 Tutsi e Hutu moderati; proprio allora i ribelli Tutsi, al comando dell’attuale presidente del Paese, Paul Kagame, avevano preso il potere. Quasi due milioni di Hutu, fra i quali gli assassini e i loro fiancheggiatori, per timore di rappresaglie erano fuggiti nei Paesi confinanti, soprattutto nella parte orientale del Congo.

Gersony era pieno di simpatia per il nuovo regime ruandese, che aveva fermato il genocidio. Per incarico delle Nazioni Unite egli aveva il compito di studiare il modo in cui si sarebbe potuto rimpatriare il più rapidamente possibile la maggioranza dei rifugiati Hutu, che non si erano macchiati le mani di sangue.

Tuttavia Gersony scoprì qualcosa di totalmente diverso: una serie di massacri di civili, che capovolgeva lo schema assassini-vittime. Unità del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) di Kagame, durante la loro avanzata nell’estate 1994, avevano ucciso molte decine di migliaia di Hutu.

L’americano consegnò il suo rapporto al quartiere generale dell’ONU a New York, dove nessuno mise in dubbio le sue informazioni, ma tuttavia gli misero la museruola. Aveva avuto luogo un crimine di dimensioni incomparabilmente vaste, un genocidio. La comunità internazionale a causa della propria inerzia si era addossata una pesante corresponsabilità, i Tutsi erano le vittime, l’esercito di Kagame il vincitore militare e morale, il suo nuovo governo il portatore della speranza. Quindi il rapporto di Gersony fu fatto sparire.

In 545 pagine le Nazioni Unite descrivono la peggiore guerra dal 1945 Sedici anni più tardi vi è nuovamente un resoconto, questa volta prodotto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani. Vi si tratta non il crimine perpetrato in Ruanda nel 1994, ma il secondo atto di questa apocalisse africana, le due guerre in Congo fra il 1996 e il 2003. Questa volta ai piani alti dell’ONU non si pensa a mettere sotto chiave il resoconto, ma invece a disinnescarlo.

Le organizzazioni per i diritti dell’uomo hanno documentato negli anni numerosi crimini e che tutte le parti in conflitto avessero commesso atrocità contro i civili lo si sapeva da lungo tempo. Tuttavia questa è la prima documentazione estesa, anche se per nulla completa, di crimini commessi sul più atroce teatro di guerra dal 1945. La versione provvisoria consiste di 545 pagine e attraverso una fuga di notizie è diventata ora di dominio pubblico. Già a pagina 14 si solleva il sospetto più atroce possibile: che dopo il Ruanda del 1994 potesse esservi stato un secondo genocidio - nota bene: potesse. Su territorio congolese, perpetrato contro i rifugiati Hutu dall’esercito ruandese di Paul Kagame e dai ribelli del suo alleato congolese di allora, il futuro Presidente Laurent Kabila. Nel 1996 con l’aiuto di Kabila Kagame aveva disperso quei campi di profughi nei quali gli estremisti Hutu si erano riarmati per riappropriarsi nuovamente del potere in Ruanda.

Quello che allora era stato presentato come un atto di autodifesa era il preludio di due guerre in Congo, con la partecipazione quasi totale di due Paesi confinanti. Come conseguenza fino al 2003 morirono tre milioni di persone per epidemie, fame, sete, bombardamenti o massacri, come pure verosimilmente molte decine di migliaia di profughi Hutu dal Ruanda. Occorre trattare i numeri con prudenza in questa regione, dove vi sono più teorie di complotti che statistiche affidabili. Per la fattispecie del genocidio tuttavia non è determinante il numero delle vittime, bensì l’intenzione di voler annientare un determinato insieme di popolo.

Contro questo sospetto l’attuale governo ruandese protesta energicamente e ha pubblicamente annunciato di voler ritirare i propri caschi blu dal Darfur in caso di pubblicazione del rapporto. Il capitale politico di Paul Kagame, il suo credito internazionale quale riformatore, che ha tramutato un Paese estremamente traumatizzato in uno Stato africano modello, in pieno sviluppo economico, dipende dalla sua reputazione come militare che ha salvato, e non esiliato o «etnicamente ripulito».

Che cos’è negazione, che cosa verità, propaganda o realtà storica? E chi ha il potere o la legittimazione di decidere su queste questioni? In ogni caso non l’ONU, chiarisce categoricamente il governo ruandese. Sarebbe «immorale e inaccettabile» che proprio l’Organizzazione mondiale che non ha impedito il genocidio del 1994 attribuisse ora un crimine analogo all’esercito che lo aveva fermato». Così ciò che d’altronde è un argomento inaccettabile potrebbe anche essere giustificato: il rimprovero mosso all’ONU di omissione di soccorso.

Per la verifica occorrono pazienza, soldi e buoni medici legali Le Nazioni Unite nel corso degli anni hanno sviluppato una sorprendente abilità nel compendiare in voluminose relazioni anche i peggiori casi del proprio fallimento - e così danno l’esempio anche ai Paesi membri.

Proprio questo è ora accaduto di nuovo. La lettura di questo rapporto conduce a 600 luoghi del crimine in tutto il Paese, la maggior parte dei quali nella parte orientale. Qui un massacro con 300 morti, là 70 persone bruciate nelle loro capanne, un paio di chilometri più avanti donne, bambini e vecchi ammazzati, e poi ancora un ospedale assalito di sorpresa, una paio di dozzine di profughi fucilati. Così si legge da una villaggio all’altro, qui si svolge una sorta di piccola Srebrenica, lì un saccheggio mortale.

Le vittime ricevono, se non un nome, almeno il profilo di una identità, i criminali si individuano se non altro come gruppo. Fra questi si contano non soltanto i ribelli di Kabila e i soldati di Kagame, ma anche truppe ugandesi, unità del Burundi, militari angolani. E tutti coloro che hanno preso parte alla «guerra mondiale africana» lo hanno fatto per assicurarsi lealismo etnico o per procurarsi materie prime o autorità.

Così da ogni pagina del rapporto esce la percezione, sempre motivata con cura, del Congo come teatro di un « conflitto arcaico» e «tipicamente africano», senza storia. Si è trattato e si tratta qui di stravolgimento etnico della politica, di convalida dei confini e di scarsità di terra, della questione di chi può essere cittadino di uno Stato.

Si è trattato e si tratta anche di valutazioni drammaticamente errate da parte delle Potenze occidentali. Prima di tutte la Francia, sostenitrice di quel regime Hutu che poi ha perpetrato il genocidio. Prima anche l’Amministrazione americana di Clinton, che per la coscienza sporca della propria inerzia durante il genocidio elesse Kagame al rango di good guy e gli diede mano libera. Quel governo USA avrebbe saputo come si sarebbe potuto impedire un ulteriore tentativo di genocidio da parte degli Hutu, chiarì a suo tempo un diplomatico americano: «Tutto ciò che dobbiamo fare è guardare da un’altra parte». Sottrarsi a questo rendiconto di buoni e cattivi a quel tempo non era facile, tenuto conto di centinaia di migliaia di Tutsi ammazzati. Le conseguenze di questo passare sopra sono ora descritte in più di 500 pagine.

E adesso? Senza giustizia nessuna pace, si dice. Per l’analisi della guerra e delle atrocità occorre un minimo di stabilità, per non parlare di pazienza, soldi, storici professionisti, medici legali, archivisti e di una giustizia indipendente, internazionale, se deve esserci. Nulla di tutto ciò è disponibile.

La Corte Penale Internazionale de L’Aja può indagare soltanto su crimini che siano stati commessi dopo l’entrata in vigore del suo statuto, il 1. luglio 2002. il Tribunale dell’ONU per il Ruanda non ha competenza sul territorio congolese. La giustizia ruandese indagherà contro i potenti tanto poco quanto quella congolese. Il presidente in carica, Joseph Kabila, è il figlio di uno dei principali indiziati, Laurent Kabila.

Confronti con il passato - in Congo essenzialmente impossibili. Eppure, in un loro tipico modo primitivo, essi sono da tempo iniziati. Per questo rapporto dell’ONU si sono fatti interrogare 1280 testimoni. In ogni piccola città attivisti annotano di pugno su quaderni scolastici i nomi degli uccisi e delle vittime di violenze carnali. Con l’indicazione del luogo del crimine, della data e almeno un sospetto circa la provenienza dei criminali. Non mancano le persone che vogliono deporre le loro testimonianze. Gli investigatori dell’ONU propongono ora l’istituzione di una commissione per l’accertamento della verità. Non già perché essa favorirebbe automaticamente la pace, ma perché limiterebbe il margine della possibile negazione dei crimini.

-  Sull’argomento “Genocidio in Ruanda” vedi anche:
-  http://www.ildialogo.org/estero/index31122005.htm (con “Trova nella pagina” la parola “Ruanda)

* Il Dialogo, Domenica 10 Ottobre, 2010 Ore: 13:17


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