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EV-ANGELO = BUONA NOVELLA. DIO E’ AMORE (Charitas) non MAMMONA (Benedetto XVI, "Deus CARITAS est", 2006) ED "EU-*CARESTIA*"!!!

MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! - Una nota di Federico La Sala

Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla ("Se mi sbalio, mi corigerete")?!
mercoledì 5 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE (...)
DEUS CHARITAS EST
(1Gv 4. 1-8). (...)

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> MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? --- Sotto il cielo di Galileo: le "Lettere copernicane" (di Gianfranco Ravasi)

domenica 23 marzo 2014


Sotto il cielo di Galileo

A 450 anni dalla nascita tornano le splendide lettere copernicane: assai utili oggi per rimarginare vecchie, inutili, ferite

di Gianfranco Ravasi s. j. (Il Sole Domenica, 23.03.2014)

      • Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena sui rapporti tra l’autorità della Scrittura e la libertà della Scienza; in appendice le Lettere a padre Castelli e a monsignor Dini con una nota di Giovanni Gentile, La Vita Felice, Milano, pagg. 108, € 10,50

«È l’intenzione dello Spirito Santo d’insegnarci come si vadia al cielo e non come vadia il cielo». Chissà quante volte i nostri lettori hanno sentito questa battuta attribuita a Galileo. In realtà, come lo stesso scienziato confessa, si tratta di una citazione: «Io direi quello che intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado». L’«eminentissimo» in questione era il cardinale Cesare Baronio, nato a Sora nel 1538, legato a s. Filippo Neri, famoso storico della Chiesa, cardinale «bibliotecario di Santa Romana Chiesa», che corse il rischio di essere eletto papa nei due conclavi del 1605, quasi alla soglia della sua morte avvenuta nel 1607 a Roma (per la cronaca divennero, invece, pontefici Leone XI, Alessandro de’ Medici, per un paio di settimane, e poi Paolo V, Camillo Borghese, che regnò fino al 1621).

Ora, questa citazione è presente nella celebre lettera che Galileo indirizzò a Cristina, figlia del duca di Lorena Carlo III e moglie del granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici, appassionata di studi astrofisici. La scadenza dei 450 anni dalla nascita di colui che, con Newton, è considerato il padre della scienza moderna, ha suggerito la necessità (15 febbraio 1564) di una nuova proposta di questo scritto particolarmente significativo dal punto di vista epistemologico per il rapporto tra fede e scienza.

La lettera, molto ampia quasi da renderla simile a un trattatello, datata 1615, fu preceduta da un analogo testo, più breve, che Galileo nel 1613 destinò all’abate del monastero benedettino di Pisa Benedetto Castelli, e fu accompagnata nello stesso anno 1615 da due missive più succinte rivolte a un prelato romano, mons. Piero Dini, di taglio più auto-difensivo.

La nuova edizione delle quattro lettere "copernicane" (dato che il fisico pisano propugna la concezione eliocentrica formulata dal canonico e astronomo polacco Nikolaj Kopernik, morto nel 1543) è accompagnata dalla nota che il filosofo Giovanni Gentile elaborò per tracciare un profilo generale galileiano. L’atto che una ventina d’anni dopo, il mercoledì 22 giugno 1633, si consumò con l’abiura dello scienziato di fronte al tribunale dell’Inquisizione, si trasformerà in una vera e propria icona di un conflitto ritenuto insanabile e di una presunta incompatibilità tra scienza e religione.

Lo stesso Giovanni Paolo II in un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze del 31 ottobre 1992 riconoscerà che «il caso Galileo divenne il simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico, oppure dell’oscurantismo "dogmatico" opposto alla libera ricerca della verità».

Togliere questa spina dal fianco della Chiesa è ancor oggi arduo, anche perché essa si è ingrossata con la sua forza infettiva attraverso la dimensione simbolica e fin mitica che il caso assunse nei secoli successivi. Basti solo pensare al dramma Vita di Galileo in 15 scene che Brecht ripetutamente rielaborò mutando di volta in volta il ritratto del protagonista: da combattente indomito della libertà intellettuale (versione del 1938-39) a difensore del proprio quieto vivere (resa del 1945-46), fino alla dura accusa di essere il capostipite degli scienziati atomici servi del potere politico (testo del 1953-55).

Ci sono voluti quasi quattro secoli (e un numero notevole di grandi scienziati ecclesiastici) a riportare la questione del rapporto tra scienza e fede nei suoi termini reali e a riproporre il riconoscimento della legittimità di "magisteri non sovrapponibili". È questa la formula usata dallo scienziato ebreo agnostico americano Stephen Gould (non overlapping magisteria), per designare la necessaria molteplicità degli approcci conoscitivi alla realtà: da quello dedicato alla "scena", al "fenomeno" fisico, appannaggio del metodo scientifico, a quello teso a scoprire il "fondamento" metafisico, compito della filosofia, della teologia, dell’arte.

Ebbene, questo era proprio il succo ermeneutico delle Lettere galileiane. Egli, in verità, non era allora in grado di offrire una prova inconfutabile del movimento della Terra, prova che arrivò solo nel 1740 con la scoperta dell’aberrazione della luce stellare da parte dell’astronomo inglese James Bradley. In questo senso si può anche comprendere l’atteggiamento critico dei suoi giudici di fronte a quella che allora era una mera ipotesi.

L’elemento decisivo offerto da Galileo era, invece, di ordine metodologico: nella scienza e nella teologia due sono gli statuti epistemologici in campo. Essi non possono essere confusi, né l’uno può prevaricare sull’altro, dato che attengono a prospettive diverse, anche se considerano lo stesso oggetto. È ciò che appare in modo nitido in questi scritti per cui egli in realtà sbaragliò i suoi contestatori teologi proprio sul loro terreno più che su quello scientifico.

Tanto per citare un asserto sintetico rispetto a quelli più articolati presenti in questi scritti galileiani, bastino queste righe della lettera all’abate Castelli: «Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per bocca dell’istesso Spirito Santo». Questo per quanto riguardava lo statuto epistemologico della teologia. L’astronomo pisano continuava, poi, delineando in parallelo il metodo sperimentale proprio delle scienze fisiche.

Ora, quando il Concilio Vaticano II vorrà formulare - nel testo dedicato alla S. Scrittura, la Dei Verbum - la verità propria che la Bibbia vuole offrire, sia pure esprimendola in categorie legate al loro mondo storico-scientifico, affermerà, proprio nella linea dell’asserto galileiano, che «i libri della S. Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (n. 11). Perciò, non è possibile condannare come contraria alla fede una questione di ordine fisico, pena il travalicamento di campo. Allargando il discorso, Galileo sosteneva, comunque, che non era affatto legittimo condannare teologicamente una proposizione, se prima non fosse confutata razionalmente (diremmo "falsificata" per usare un termine popperiano).

In questo senso è curiosa la postilla manoscritta, venata di ironia e consapevole però dei limiti della stessa scienza, che Galileo aggiungerà all’esemplare del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) ora custodito nella biblioteca del Seminario di Padova: «Avvertite, teologi, che volendo fare materia di fede le proposizioni attenenti al moto ed alla quiete del Sole e della Terra, vi esponete a pericolo di dover forse col tempo condennar d’eresia quelli che asserissero la Terra star ferma e muoversi di luogo il Sole: col tempo, dico, quando sensatamente o necessariamente si fusse dimostrato la Terra muoversi e ’l Sole star fermo».


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