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EV-ANGELO = BUONA NOVELLA. DIO E’ AMORE (Charitas) non MAMMONA (Benedetto XVI, "Deus CARITAS est", 2006) ED "EU-*CARESTIA*"!!!

MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! - Una nota di Federico La Sala

Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla ("Se mi sbalio, mi corigerete")?!
mercoledì 5 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE (...)
DEUS CHARITAS EST
(1Gv 4. 1-8). (...)

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> DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! --- L’eterno dilemma teologico (di Gianfranco Ravasi).

domenica 25 ottobre 2015


Martin Lutero ed Erasmo da Rotterdam

L’eterno dilemma teologico

Sul tema della libertà o schiavitù del volere umano si è consumato lo scontro epocale tra il rigido riformatore e il raffinato umanista

di Gianfranco Ravasi s.j. (Il Sole-24 Ore, Domenica, 25.10.2015)

      • Martin Lutero, Il Padre nostro spiegato ai semplici laici, a cura di Valdo Vinay, Claudiana, Torino, pagg. 86, € 7,50.
      • Martin Lutero, Il Piccolo Catechismo, a cura di Fulvio Ferrario, Claudiana, Torino, pagg. 78, € 7,50.
      • Lutero e la mistica , a cura di Franzo Buzzi, Dieter Kampen e Paolo Ricca, Claudiana, Torino, pagg. 270, € 34,00. Stefan Zweig, Erasmo , Castelvecchi, Roma, pagg. 134, € 14,50.

Sarà tra due anni, ma in Germania e in molte altre nazioni ci si sta già preparando per celebrare il mezzo millennio di un evento da alcuni giudicato fatale e da altri fatidico: come è noto, il 31 ottobre 1517 a Wittenberg, cittadina sul fiume Elba, un teologo frate agostiniano trentaquattrenne (era nato il 10 novembre 1483) rendeva pubbliche le celebri “95 Tesi” che avrebbero segnato per i cattolici lo “scisma d’Occidente” e per i protestanti la “Riforma” evangelica per eccellenza. In preparazione a quella commemorazione abbiamo pensato di proporre qualche testo luterano di facile approccio.

Il primo volumetto, destinato «a spiegare ai semplici laici» il Padre nostro, la preghiera-vessillo del cristiano, fiorì da un quaresimale tenuto proprio nel 1517 da un Lutero ancora formalmente cattolico, tant’è vero che quando - anni dopo - il testo, rielaborato e ampliato dall’autore, fu pubblicato anonimo a Venezia in italiano, il censore ecclesiastico cattolico si lasciò andare a questo elogio sorprendente: «Beate le mani che hanno scritto queste cose, beati gli occhi che le vedono, beati i cuori che credono a questo libro e così gridano a Dio». Effettivamente il commento - che procede parola per parola sulla versione dell’orazione offerta dall’evangelista Matteo (6,9-13; Luca 11,2-4 ne presenta un’altra parallela ma non identica) - è segnato da una freschezza, un’essenzialità e una finezza interpretativa da meritare la comparazione che Lutero adotta in apertura quando ricorre alla metafora musicale.

Scrive infatti: «La musica è quando facciamo poche parole, ma con riflessione intensa. Quanto più parca di parole, tanto migliore è la preghiera, quanto più verbosa, tanto peggiore è la preghiera; poche parole e molto senso è cristiano, molte parole e poco senso è pagano... Chi vuole adorare Dio, lo deve adorare in spirito e verità». Questa sobrietà verbale e spirituale riaffiora in un altro scritto celebre di Lutero ormai pienamente “protestante” perché è databile 1529. Si tratta del cosiddetto Piccolo Catechismo che nasce come una sorta di divagazione che il riformatore elabora a margine, mentre sta approntando il ben più ponderoso Catechismo tedesco o Grande Catechismo.

È lui stesso in premessa a spiegare lo stimolo che lo spinge a questa operazione secondaria: visitando le comunità di Sassonia, s’era accorto della «deplorevole, misera situazione» in cui esse versavano, così da vedersi «costretto e obbligato a redigere questo Catechismo in forma breve, sobria e semplice. Buon Dio, quanta miseria ho visto! L’uomo comune non sa nulla della dottrina cristiana, in particolare nei villaggi, e purtroppo molti pastori sono quasi inetti e incapaci di insegnare, e tuttavia tutti si vedono chiamare cristiani, devono essere battezzati e ricevere i santi sacramenti, ma non conoscono il Padre nostro, il Credo, né i Dieci Comandamenti. Vivono come il buon bestiame e le scrofe irragionevoli!». È per questo che egli stila un vivace compendio catechistico attorno ai temi sopra citati.

Così, si ha un altro commento al Padre nostro a domande e risposte («Che cosa significa? Come avviene» e così via). Si passa, poi, ai Dieci Comandamenti, al Credo, ai sacramenti, cioè battesimo, eucaristia, confessione. A proposito di quest’ultima si intuisce un Lutero ancora “cattolico” che esige non solo la confessione del peccato commesso nella sua fattispecie teologico-morale, ma anche una sorta di assoluzione esterna, pronunciata dal ministro in nome di Dio a conferma che la colpa è stata perdonata. L’eucaristia o “sacramento dell’altare” «è il vero corpo e sangue del nostro Signore Gesù Cristo, che egli stesso ha dato a noi cristiani affinché sia mangiato e bevuto sotto le specie del pane e del vino». Siamo, perciò, ben lontani dalla concezione meramente simbolica sostenuta poi da Zwingli, l’altro riformatore svizzero, ben più radicale.

Nella linea di questo fermento preparatorio alla commemorazione del 2017, possiamo segnalare la nascita, avvenuta nel 2011, dell’Accademia laica ed ecumenica di Studi luterani in Italia (ASLI). Uno dei frutti di questa istituzione è la celebrazione di convegni sul pensiero luterano: segnaliamo, allora, la recente pubblicazione degli atti di un incontro del 2012 dedicato al rapporto tra Lutero e la mistica. È, infatti, indubbia una temperie fortemente spirituale nella fede personale e nella stessa visione teologica del riformatore: emblematiche in questo senso sono sia la sua esegesi delle pagine della Genesi dedicate ad Abramo e alla prova terribile del monte Moria, base anche di quel gioiello che sarà Timore e tremore di Kierkegard, sia la sua ripresa della mistica nuziale che si consuma nell’incontro sponsale tra l’anima redenta e Cristo. In questa luce è interessante anche l’eredità di matrice agostiniana di s. Bonaventura che pervade il pensiero luterano (talora in modo anche critico), movendosi sull’oscillazione tra i due poli dell’amore e della fede.

Ci sembra, alla fine, suggestivo introdurre in una specie di controcanto o di contrappunto con Lutero un’altra imponente figura di quegli anni, Erasmo di Rotterdam. Lo facciamo non tanto con uno dei molti ponderosi saggi dedicati a questo straordinario umanista, bensì con una delle varie biografie romanzate composte dall’ebreo viennese Stefan Zweig, vero e proprio maestro di questo genere letterario. L’opera nasce nell’anno in cui lo scrittore si è stabilito a Londra, il 1934-35, per sfuggire alla barbarie nazista che aveva già messo al rogo le sue opere. Non si era, però, ancora davanti alle ulteriori atrocità hitleriane che spingeranno uno Zweig sconvolto e la sua giovane seconda moglie al suicidio a Rio de Janeiro durante il carnevale del 1942.

Per lo scrittore austriaco è una iattura che «la gloria più alta e più luminosa di quel secolo» sia ora votata all’oblio e che «le sue opere innumerevoli, redatte in una lingua supernazionale ora dimenticata, il latino degli umanisti, dormano indisturbate nelle biblioteche».Ecco, allora, il tentativo di abbozzare un ritratto vivo e raffinato di colui che «è stato il primo europeo cosciente, il primo bellicoso amico della pace, l’avvocato più facondo dell’idealità umanistica». Questi e altri lineamenti della fisionomia di Erasmo non potevano che entrare in collisione con la figura intransigente, spigolosa e rigorosa di Lutero, pur intercorrendo tra i due alcune sintonie, come l’amore per la Parola di Dio da tutelare, anche in sede critico-filologica. Famoso per la dialettica tra i due è già il titolo di quel De libero arbitrio (1524) erasmiano che rivela la sua distanza e l’incompatibilità col riformatore che gli opporrà l’anno dopo un lapidario De servo arbitrio.

Zweig riserva pagine appassionate a questo confronto tra il raffinato umanista, invitato «in tono perentorio a tralasciare ogni discorso caustico, retorico o fiorito», e l’«avversario gigantesco», dotato di una «superiorità combattiva». Ma uno dei nodi capitali dello scontro - continua lo scrittore viennese - è «l’eterno dilemma per la teologia: la questione della libertà o schiavitù del volere umano». Ed Erasmo ribadisce in modo folgorante che «non dobbiamo cercare di evitare la Scilla dell’orgoglio per lasciarci trascinare nella Cariddi del fatalismo». Secondo Zweig, lo studioso di Rotterdam non ebbe il coraggio di abbandonare il suo essere a metà del guado tra i due scogli per compiere la scelta audace di progredire verso la modernità piena.


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