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EV-ANGELO = BUONA NOVELLA. DIO E’ AMORE (Charitas) non MAMMONA (Benedetto XVI, "Deus CARITAS est", 2006) ED "EU-*CARESTIA*"!!!

MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! - Una nota di Federico La Sala

Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla ("Se mi sbalio, mi corigerete")?!
mercoledì 5 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE (...)
DEUS CHARITAS EST
(1Gv 4. 1-8). (...)

In risposta a:

> RITORNO ALLE VIRTU’, MA DELL’EVANGELO DELLA GRAZIA ("CHARITAS") O DI DIO MAMMONA E "CARO-PREZZO" ("CARITAS")?! Ogni virtù è un rischio. La lezione di Ravasi (di Giorgio Montefoschi).

martedì 9 marzo 2010

TUTTO A "CARO-PREZZO": QUESTO "IL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO". IL VANGELO DI RATZINGER, BERTONE, RUINI, BAGNASCO E DI TUTTI I VESCOVI.


-  Ogni virtù è un rischio
-  La lezione di Ravasi

di Giorgio Montefoschi (Corriere della Sera, 8 marzo 2010)

Il centro del prezioso libro di Gianfranco Ravasi dedicato alle virtù, Ritorno alle virtù (ora riproposto negli Oscar Mondadori, pp. 129, 9 €) è nei tre capitoli in cui, sinteticamente ma con molta efficacia, l’autore esamina le tre Virtù Teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. A sua volta (non deve sembrare spericolato proporlo oggi), il cuore dei tre capitoli è nella zona di penombra che accompagna il corteo di queste tre virtù che risiedono nell’uomo, ma che provengono direttamente da Dio.

Ravasi non ha timore di mettere in evidenza e luce quella zona di penombra: che a volte può essere non sapere, a volte confusione dei sentimenti e dell’intelletto, a volte fragilità e debolezza, a volte oscurità nerissima, a volte rischio. Il momento in cui si accende la grazia nel cuore dell’uomo
-  scrive - «è il momento dell’apparire di Dio nella notte dell’anima». Dio non è un sovrano impassibile e lontano. È Lui che ci cerca. È Lui che «squarcia la nostra solitudine», che bussa alla nostra porta. Illuminato da questa discesa di luce, l’uomo deve rispondere con la sua adesione. La sua adesione è la Fede. Però, questa fede, questo abbandonarsi con fiducia, è un qualcosa che avviene al buio: che contempla una immensa possibilità di rischio. Infatti, affidandoci, noi non sappiamo a cosa, a quale entità ci affidiamo: perché non la vediamo. Non sappiamo questo abbandono fiducioso dove ci porterà. Come Abramo che uscì dal suo paese senza sapere dove andava, ubbidendo al comando, soltanto ci rendiamo disponibili al comando e al cammino.

Ci sarà d’aiuto la ragione, in questo cammino? Ci saranno d’aiuto le opere (il dilemma che tormentò San Paolo)? Non lo sappiamo. E, come leggiamo in Luca (18,8): «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Per definire la Speranza, Ravasi sceglie un pensiero di Georges Bernanos: «La speranza è una virtù, anzi virtus, cioè una determinazione eroica dell’anima. La più alta forma della speranza è la disperazione vinta... La speranza è, allora, un rischio da correre. È, addirittura, il rischio dei rischi». Commenta Ravasi: «Contro di essa milita non solo il pessimismo sistematico ma anche l’illusione». È vero. Perché la speranza non è soltanto la virtù che regge e stimola la vita del presente: che ci fa, legittimamente, sperare di migliorare la nostra condizione terrena.

La speranza decisiva è quella che ci spinge a guardare al di là della condizione terrena: al di là dei confini della morte. E chi di noi sa cosa accadrà dopo la morte? Certo, la risurrezione di Cristo - come scrive Ravasi - è il suggello di questa speranza». «Se siamo morti in Cristo - dice San Paolo nella Lettera ai Romani - crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più». Tuttavia, il nostro, per il momento, è un non possesso: è una attesa. E l’attesa «conosce il brivido del timore».

Anche nella Carità, nell’amore, come nella Fede, Dio ci precede. Già lo scendere della Fede è un atto d’amore. Non siamo noi ad amare Dio - non si stanca di ripetere Giovanni - è Dio che ha amato noi; è Dio che ha amato tanto il mondo da mandare il Figlio a sacrificarsi per noi e a salvarlo. È vero. Però noi molte volte non lo riconosciamo, questo amore. Come facciamo a riconoscerlo quando la natura ci devasta, quando i giusti soccombono, quando le creature innocenti muoiono? Dov’è, allora, l’amore di Dio? Insomma: dov’è Dio nei terremoti, dov’era Dio ad Auschwitz? È una vecchia domanda, alla quale forse, al di là del pensiero, può rispondere solo il cuore dell’uomo. Il cuore terreno dell’uomo che sperimenta l’amore, riconosce l’amore, sente proprio nell’amore un mistero che lo trascende. Questo amore misterioso ha il culmine in Gesù uomo. Gli uomini possono riconoscersi in Gesù. Possono dare questa risposta all’amore di un Dio sconosciuto. E, in tal modo, vincere la paura e l’ansia.


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