Inviare un messaggio

In risposta a:
EV-ANGELO = BUONA NOVELLA. DIO E’ AMORE (Charitas) non MAMMONA (Benedetto XVI, "Deus CARITAS est", 2006) ED "EU-*CARESTIA*"!!!

MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! - Una nota di Federico La Sala

Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla ("Se mi sbalio, mi corigerete")?!
mercoledì 5 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE (...)
DEUS CHARITAS EST
(1Gv 4. 1-8). (...)

In risposta a:

> MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? ---- Chiedi, cerca, e ti rarà risposto (di Gianfranco Ravasi - da "Questioni di fede").

lunedì 4 ottobre 2010

Chiedi, cerca e ti sarà risposto

di Gianfranco Ravasi (Il Sole-24 Ore, 03.10. 2010)

«Le risposte sono capaci di darle tutti, a fare le vere domande ci vuole un genio». Oscar Wilde, raffinato scrittore inglese dell’Ottocento, ma anche fulminante «battutista», coglieva con questa frase un aspetto della conoscenza umana che quasi un secolo prima aveva già intuito un autore moralista francese, il Duca di Lévis, nella sua raccolta di Massime, precetti e riflessioni: «L’ingegno di un uomo si giudica meglio dalle sue domande che dalle sue risposte». Ebbene, questo che il lettore ha tra le mani è soprattutto un libro di domande, non so quanto geniali ma certamente significative, che mi sono state rivolte lungo un ampio arco di anni da persone che non ho quasi mai incontrato direttamente, ma con le quali ho dialogato attraverso i giornali o la televisione proprio accogliendo i loro interrogativi religiosi o filosofici.

L’ars interrogandi. Certo è che alla radice della domanda sta la ricerca di senso che è strutturale allo stesso esistere umano, come diceva il celebre protagonista dell’Apologia di Socrate di Platone: «Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta». È proprio per questo che il bambino è implacabile coi suoi «Perché?». In lui pulsa allo stato puro e non è ancora sterilizzato - come accade invece all’adulto superficiale o disincantato o deluso - il desiderio di sapere, l’ansia di capire, la curiosità della scoperta. Tutte le domande serie partecipano di questa esigenza radicale e in qualche modo esprimono l’interrogazione di fondo sul senso ultimo dell’esistenza, sulle scelte decisive, sui valori da ricercare. Senza il fiore delle domande, che sbocciano come tanti petali, non si ha poi il frutto (non sempre automatico e sicuro) delle risposte, che indicano una strada o una meta nell’itinerario della vita.

Proprio per questo la domanda è l’anima della religione, non solo perché la preghiera è supplica, richiesta, invocazione di aiuto o di rivelazione: si pensi ai Salmi biblici o alla prassi arcaica dell’interrogazione oracolare della divinità, anche nel caso di richieste molto concrete, come una guerra da intraprendere (1Sam 14,37) o l’esito di una malattia (2 Re 8,8). C’è un’altra e più profonda motivazione nella domanda religiosa ed è quella di sondare il mistero di Dio, la sua trascendenza e «incomprensibilità».

Straordinario, a questo riguardo, è il libro biblico di Giobbe, che è un’ideale ininterrotta interrogazione lanciata verso un cielo apparentemente muto: «Interrogami pure» dice Giobbe al Signore «e io risponderò, oppure domanderò io e tu ribatterai» (13,22). Alla fine Dio spezza il suo silenzio e ironicamente interpella così il suo interlocutore: «Se sei un uomo valoroso, cingiti i fianchi, io ti interrogherò e tu mi istruirai!» (38,3). E l’approdo sorprendente sarà appunto in un imponente discorso epifanico divino, presente nei capitoli 38 e 39 del libro e paradossalmente costruito su una sequenza di domande che il Signore rivolge a Giobbe e che in sé custodiscono in nuce la risposta attesa.

Talvolta, però, la domanda rivolta a Dio ricade su chi la lancia verso l’alto. Resta, così, come un artiglio - richiamato in qualche modo dal segno grafico occidentale del punto interrogativo - che lacera carne e anima. È il caso tipico delle domande che si levano dai sofferenti e che hanno il loro modello in questo avvio del Salmo 13: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia addenserò pensieri, tristezza nel mio cuore tutto il giorno? Fino a quando su di me prevarrà il mio nemico?». Sono le domande della sofferenza, del male di vivere, della desolazione e della disperazione che spesso si raggrumano nel semplice e lacerante «Perché?», parallelo al «Fino a quando?», reiterato quattro volte dal Salmista.

L’interrogazione può, dunque, avere connotati esistenziali forti e può allargarsi sino ai fondamenti della propria identità. Significativa, ad esempio, è la domanda che Cristo lascia serpeggiare tra i suoi seguaci: «Ma voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Un quesito analogo a quello che ciascuno può rivolgere a se stesso - «Ma tu chi sei?» - nell’intimità esclusiva della propria coscienza. Sono, questi, gli interrogativi che possono scompigliare la vita, o spettinare l’ordinata banalità quotidiana, o sommuovere il quieto vivere delle abitudini.

A epilogo della riflessione sul valore alto della domanda, è necessario aggiungere una considerazione che riguarda tutte le scienze, sia tecniche sia umanistiche. È ciò che spiega in modo nitido un altro scrittore, il romanziere francese Honoré de Balzac, nella sua opera La pelle di zigrino (1831): «La chiave di tutte le scienze è indiscutibilmente il punto di domanda.

Dobbiamo la maggior parte delle grandi scoperte al Come? E la saggezza nella vita consiste forse nel chiedersi, a qualunque proposito, Perché?». L’accrescimento del sapere si fonda su una continua interrogazione alla quale subentra una risposta che contiene, a sua volta, la possibilità di un’altra domanda, ed è su questa piramide altissima che si riesce a contemplare spazi sempre più vasti della realtà. È significativo che la stessa tradizione religiosa di Israele si fondi su un continuo «interrogarsi rispondere» delle generazioni, come accade nella celebrazione della Pasqua: «Quando verranno i vostri figli vi interrogheranno: Che significato ha per voi questo rito?, voi direte loro...» (Es 12,26- 27). E la risposta è, certo, commemorativa di un passato, ma è anche la giustificazione di un presente di libertà e l’apertura di uno scenario futuro, verso la piena liberazione messianica. È quello che in ebraico si chiama zikkaron, «memoriale», nel quale il figlio interroga il padre per «ricordare i giorni del tempo antico e meditare gli anni lontani» (Dt 32,7), ma soprattutto per raccogliere un testimone che lo condurrà verso un nuovo orizzonte di comprensione, di speranza e di salvezza.

L’ars respondendi. «L’arte di interrogare non è facile come si pensa. È più arte da maestri che da discepoli. Bisogna già aver imparato molte cose per saper domandare ciò che non si sa». Questa acuta osservazione di Jean-Jacques Rousseau nella sua Nuova Eloisa (1761) riassume il primo movimento della nostra riflessione sull’ars interrogandi, un esercizio della mente e della vita assolutamente necessario per crescere intellettualmente e spiritualmente. Ora, però, dobbiamo scendere anche lungo l’altro versante del dialogo: alla domanda deve succedere la risposta. Anzi, come sopra facevamo sospettare, spesso già nell’interrogativo si cela il germe della soluzione.

È un po’ quello che i nostri maestri ci suggerivano quando ci invitavano, prima di metterci a scrivere il compito d’esame, a leggere accuratamente il titolo del tema o la formulazione del problema o l’enunciato della tesi da dimostrare. Kafka, però, faceva anche intuire che ci sono domande senza risposta: esse, infatti, ci rivelano il nostro limite creaturale, sono una sferzata che fustiga l’arroganza dell’onniscienza o dell’hybris, cioè della sfida all’arbitrio supremo nel decidere bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto secondo risposte dettate da convenienza o da mera vanità e superficialità. Tuttavia, c’è un’altra assenza di risposta che ha una genesi più immediata «Guardai» dice il profeta Isaia «ma non c’era nessuno, tra costoro proprio nessuno capace di consigliare, nessuno da interrogare per avere una risposta» (41,28).

La fine dei maestri, come la cosiddetta «morte del padre» e l’estinguersi delle ideologie, ha introdotto nella società contemporanea l’orrore per le risposte nette e definite, lo sberleffo per la certezza, la passione per il relativo. «La verità, qualunque essa sia, non vi farà liberi» affermava la filosofa contemporanea Sandra Harding, ribaltando il celebre detto di Gesù nel Vangelo di Giovanni (8,32). In questa prospettiva non ci sono risposte «vere» ma probabili e, quindi, le domande fondamentali vengono esorcizzate, evitate e persino disprezzate proprio perché esigono repliche basate sulle categorie di un pensiero forte e sostanziale.

C’è, però, anche una più modesta assenza di risposta: essa nasce dall’aumento esponenziale delle persone sgarbate e superficiali che negano ogni approccio serio, che si tuffano nell’ottundimento dei luoghi comuni e che scelgono il rigetto di tutto ciò che inquieta la calma piatta della loro coscienza e della loro mente. «L’uomo sapiente sa quel che dice, mentre lo stupido dice quel che sa» ironizza un aforisma giudaico.

Con questa consapevolezza, che è anche certezza dei propri limiti, la persona saggia offre le risposte che conosce in modo puntuale e completo, essenziale e documentato.

Gianfranco Ravasi, Questioni di fede, Mondadori, €19,50


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: